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Fumo su Teheran: l’illusione della forza e l’imperativo d’Europa * di Yari Lepre Marrani

Teheran, 04/07/2026 – La Grande Moschea di Teheran non raccoglieva una folla simile da decenni. Sotto la cupola che riflette l’azzurro geometrico delle maioliche persiane, il mare umano radunatesi per l’addio ad Ali Khamenei ha dato corpo e voce a un trauma storico che l’Occidente ha troppo spesso liquidato come folklore propagandistico. I sei giorni di commemorazione ufficiale per la Guida Suprema, uccisa il 28 febbraio nel raid congiunto di Stati Uniti e Israele, si sono aperti non con il silenzio del lutto, ma con il boato della continuità. Nei cori che invocano la “vendetta” e il classico, ritmico “Morte all’America”, non c’è solo la reazione immediata a un assassinio mirato; c’è il sedimento profondo di un sentimento antioccidentale che l’Iran coltiva, con ragioni storiche precise, fin dagli anni Cinquanta, dall’epoca del colpo di Stato contro Mossadeq operato da CIA e MI6 per proteggere gli interessi petroliferi statunitensi.

È proprio in questa piazza sdegnata che si consuma il fallimento strutturale dell’approccio unicamente militare nei confronti della Repubblica Islamica. Per quarant’anni, la dottrina strategica di Washington, spesso sovrapposta all’agenda di sicurezza iper-aggressiva di Tel Aviv, si è basata sull’assunto che la pressione massima, le sanzioni asfissianti e i bombardamenti chirurgici avrebbero prima o poi spezzato le  ossa al regime degli Ayatollah, spingendo la popolazione alla rivolta o provocando il collasso delle sue strutture apicali. La realtà emersa dai funerali di Khamenei dimostra l’esatto contrario. Un regime che le cancellerie occidentali credevano moribondo, delegittimato dalle proteste interne e logorato dall’isolamento, si è riscoperto vivo, compatto e ferocemente reattivo.

A dare forma politica a questa resilienza sono state le parole dei Pasdaran, il vero polmone militare e ideologico dello Stato profondo iraniano. Durante le cerimonie, il comandante della Marina delle Guardie della Rivoluzione, Ali Ozmaei, ha alzato la voce con una retorica che unisce il misticismo sciita alla geopolitica dei missili balistici: “Nutriamo la ferma speranza che la vendetta divina contro l’America terrorista e l’illegittimo regime sionista non sia lontana, e che la bandiera della verità rimanga issata sulla vetta della dignità e della potenza dal suo giusto successore”. Definendo gli aggressori “gli esseri umani più malvagi e spregevoli sulla terra”, i Pasdaran non hanno parlato da sconfitti, ma da custodi di un’egemonia regionale che l’uso della forza non ha fatto che radicalizzare.

L’errore di calcolo globale risiede nell’aver sottovalutato come l’azione congiunta di Stati Uniti e Israele — uno Stato, quest’ultimo, percepito da Teheran e da gran parte del Sud globale come un attore paraterrorista per la ferocia dei suoi metodi asimmetrici e per il disprezzo sistematico del diritto internazionale — abbia finito per destabilizzare fatalmente il già fragilissimo equilibrio del Medio Oriente. Cercando di contenere l’Iran attraverso la guerra aperta e l’escalation, Washington e Tel Aviv hanno invece innescato un meccanismo di reazione a catena. Ogni ordigno caduto su Teheran ha agito da collante sociale, trasformando il dissenso interno in un plebiscito nazionalista e anti-imperialista, e spingendo la leadership iraniana a blindarsi dietro la sua ala più intransigente.

Davanti a questo scenario di macerie diplomatiche e fiamme regionali, si impone una constatazione fredda e priva di sentimentalismi: l’era dell’egemonia americana come poliziotto globale è tramontata nei vicoli di Teheran. Gli Stati Uniti stanno fallendo nel loro tentativo di ordinare il mondo con la sola forza dei loro arsenali, mentre la Cina osserva e tesse la tela di un ordine globale rigorosamente policentrico, dove Pechino aspira a essere il perno economico di un vasto sistema di alleanze alternative.

In questo vuoto pneumatico, per l’Europa l’ambizione geopolitica non è più un’opzione accademica, ma una necessità esistenziale di sopravvivenza. Se l’Europa vuole evitare di diventare una periferia contesa e irrilevante, schiacciata tra il declino muscolare americano e l’avanzata economica cinese, deve compiere un salto storico e quasi eroico: unirsi come superpotenza autonoma.

Non si tratta di abbracciare un pacifismo ingenuo, né di ereditare l’unilateralismo fallimentare di Washington. L’Europa ha il dovere politico e la statura storica per porsi sulla scena internazionale come il primo grande attore di un multipolarismo maturo. C’è un’eroicità profonda nell’assumere il ruolo di potenza mediatrice ed equilibratrice, capace di parlare con il Medio Oriente senza l’arroganza della sottomissione coloniale, ma con la fermezza di chi sa difendere i propri interessi di sicurezza attraverso il realismo diplomatico e la deterrenza credibile. Fino a quando Bruxelles rimarrà un coro disarticolato di medie potenze regionali appiattite sulle decisioni di un Pentagono in crisi di identità, i fumi di Teheran continueranno a oscurare anche il futuro del Vecchio Continente. Il tempo dei calcoli minimi è scaduto; la storia esige che l’Europa trovi finalmente la sua voce e il suo destino imperiale.

 

La trappola di Tucidide a Teheran: le radici teoriche di un fallimento strategico

Per comprendere appieno la traiettoria che ha condotto il Medio Oriente a questo punto di rottura, è necessario spogliare la cronaca del suo manto emotivo e analizzarla attraverso le lenti della politologia e della storia delle relazioni internazionali. Il fallimento dell’approccio unicamente militare e sanzionatorio nei confronti dell’Iran non è un accidente della storia, ma la conferma di un teorema geopolitico ampiamente codificato.

La dottrina della “pressione massima” (maximum pressure), pilastro della strategia di Washington ed esasperata dall’attivismo cinetico di Israele, si è mossa sul binario del realismo strutturale di stampo neorealista (nella declinazione del realismo offensivo di John Mearsheimer). L’assunto teorico prevedeva che, in un sistema internazionale anarchico, l’applicazione di una forza asfissiante avrebbe costretto l’attore statale più debole a capitolare per evitare la distruzione. Tuttavia, la risposta delle masse e dei Pasdaran alla Grande Moschea di Teheran convalida la tesi opposta, propria del realismo difensivo e del costruttivismo: quando uno Stato percepisce una minaccia esistenziale assoluta alla propria sopravvivenza, l’effetto non è la resa, ma il bilanciamento di potenza (balancing) e il consolidamento dell’identità nazionale attorno al proprio mito fondativo.

Questo errore di calcolo ignora la profondità del regime-survival iraniano, che affonda le sue radici teoriche nella filosofia politica della Rivoluzione del 1979 guidata da Ruhollah Khomeyni. La transizione della Persia da monarchia filoccidentale a Repubblica Islamica non è stata solo un cambio di governo, ma una rottura epistemologica. Khomeyni ha introdotto il concetto di Velayat-e Faqih (la tutela del giurista islamico), ma soprattutto ha strutturato la politica estera del Paese sulla dicotomia coranica tra i Mostaz’afin (gli oppressi) e i Mostakbirin (gli oppressori). In questa visione dogmatica, il confronto con l’Occidente — definito storicamente come “Arroganza Globale” — non è un negoziato transattivo sui confini o sul nucleare, ma un dovere metafisico ed esistenziale. Bombardare i vertici del regime, come avvenuto con l’assassinio di Khamenei, non fa altro che validare questa narrazione, rinvigorendo il collante ideologico dello Stato proprio nel momento in cui le contraddizioni economiche e sociali interne sembravano minacciarlo.

Storicamente, la cecità occidentale risiede nell’aver rimosso il trauma del 1953, l’operazione Ajax. Il rovesciamento del primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq per mano dei servizi segreti anglo-americani ha inoculato nella memoria collettiva iraniana un dogma incrollabile: l’Occidente non cerca la democrazia nella regione, ma la subordinazione strategica e il controllo delle risorse energetiche. Quando lo Stato di Israele — che la letteratura accademica più critica inquadra come un’entità coloniale d’insediamento (settler-colonial state) guidata da una dottrina di deterrenza iper-aggressiva e asimmetrica — agisce militarmente contro l’Iran con la copertura politica e logistica degli Stati Uniti, agli occhi della popolazione persiana e di ampie fette del Sud globale non si consuma un atto di difesa, ma la reiterazione di quel medesimo schema imperialista.

Sul piano globale, l’insistenza americana nell’utilizzare lo strumento militare come principale vettore di politica estera configura ciò che lo storico Paul Kennedy ha definito “iperestensione imperiale” (imperial overstretch). Washington, logorata da vent’anni di guerre asimmetriche infruttuose in Afghanistan e Iraq, ha progressivamente svuotato la propria autorevolezza diplomatica. Al contempo, la transizione verso un ordine globale multipolare vede l’ascesa della Cina non come un semplice competitore commerciale, ma come un egemone alternativo flessibile. Pechino opera secondo la logica della Guanxi geopolitica e della non-interferenza, offrendo all’Iran e ad altre potenze regionali sponde economiche (come il monumentale accordo strategico venticinquennale Pechino-Teheran) che neutralizzano l’efficacia del regime sanzionatorio occidentale.

In questo quadrante drammaticamente polarizzato, l’invocazione di un’Europa-Superpotenza assume i tratti di un imperativo categorico kantiano, ma declinato con il freddo realismo della Realpolitik. L’Europa non può più permettersi il lusso di essere un “gigante economico e un nano politico”, per citare la celebre formula di Mark Eyskens. Se la dottrina strategica europea rimarrà subalterna alle esigenze elettorali o ai fallimenti dottrinali di Washington, il Vecchio Continente rimarrà esposto alle onde d’urto sistemiche di ogni escalation mediorientale: crisi energetiche, flussi migratori destabilizzanti e minacce securitarie.

C’è un’eroicità profonda, quasi prometeica, nella sfida che l’Europa ha davanti. Diventare una superpotenza autonoma significa recidere il cordone ombelicale del comfort securitario atlantico per assumersi il rischio della propria postura geopolitica. Significa riscoprire la lezione del diplomatico e storico Edward Carr, superando sia l’utopia liberale sia il cinismo puro, per farsi promotrice di un multilateralismo armato e credibile. L’Europa ha la densità storica, la profondità giuridica e la centralità geografica per porsi come l’unico attore globale capace di dialogare con la complessità persiana senza complessi di superiorità, esercitando una deterrenza ragionata. Questo salto di qualità non è una scelta di prestigio: è l’unico argine rimasto per evitare che il declino dell’impero americano trascini l’Occidente intero nel collasso del sistema internazionale.

Dott. Yari Lepre Marrani *

 

*  Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche.

Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche).

Con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano.

Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani