Nell’arena diplomatica contemporanea, il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump somiglia sempre più a un esercizio di funambolismo politico. Che è impossibile liquidare come un banale incidente di percorso di cui Trump è maestro. Da una parte, la Premier italiana coltiva una sintonia ideologica basata sui pilastri del sovranismo nazionale e della conservazione dei valori occidentali; dall’altra, la realtà cruda della geopolitica impone una scontro strisciante che mette a nudo la fragilità europea.
Il rapporto tra l’ex (e potenziale futuro) Presidente USA e la Premier italiana è caratterizzato da una sintonia ideologica di fondo sul sovranismo, ma da divergenze strategiche profonde: la linea “America First” di Trump, con la minaccia di dazi pesanti, mette in crisi il modello economico europeo e italiano, basato sull’export. Meloni si trova a dover mediare tra la lealtà atlantica (non dimentichiamo che nel ’43 abbiamo firmato una resa incondizionata all’America) e la difficile difesa del sistema produttivo italiano, spesso vittima collaterale della guerra commerciale USA-Cina. Sulla questione geopolitica, inoltre, mentre Meloni è una ferma sostenitrice del fronte atlantico e del supporto militare a Kiev, Trump ha espresso più volte scetticismo sull’impegno finanziario USA in Europa, arrivando a ipotizzare un disimpegno dalla NATO o una revisione dei patti di difesa. Questo crea un’incognita sulla sicurezza europea che Meloni tenta di gestire promuovendo il ruolo dell’Italia come “ponte”. A tutto questo si aggiunga la questione del Medio Oriente dove pare Israele riesca a condizionare le scelte degli Usa.
Una situazione di crisi che pare senza fine. Ebbene, quelli della mia generazione certamente ricorderanno Toni Negri, il professore universitario figura centrale dell’Autonomia Operaia e teorico del “potere costituente”, ritenuto altresì il “cattivo maestro” delle Brigate Rosse. morto a Parigi nel dicembre 2023. Negri, tra le righe del suo lavoro Impero (scritto con Michael Hardt) e di successivi interventi, non parlava di una guerra mondiale tradizionale (nazioni contro nazioni), ma di una “guerra civile globale” permanente. Negri sosteneva che, superata la fase della Guerra Fredda, il conflitto non si sarebbe esaurito, ma si sarebbe interiorizzato. In diversi seminari e saggi, Negri ha teorizzato che il capitalismo non produce pace, ma crisi strutturali. La sua visione di un possibile conflitto tra “blocchi” (USA ed Europa) non va intesa come un’invasione militare, ma come una guerra economica e di egemonia tecnologica.
Per Negri, l’Europa è spesso stata vista come un’entità in bilico: da un lato subordinata agli interessi del capitale finanziario statunitense, dall’altro potenzialmente in grado di sviluppare una propria autonomia che il “Centro” (gli Stati Uniti) non tollererebbe. La tensione tra le politiche protezionistiche di Trump e le necessità di sopravvivenza dell’Unione Europea rappresenta esattamente quel tipo di “attrito” che Negri considerava il motore di una decomposizione dell’ordine globale.
Il “botta e risposta” tra Trump e Meloni, dunque, si inserisce perfettamente nel quadro delineato da Negri: L’Europa come terreno di scontro: la difficoltà di Meloni nel mantenere un allineamento con gli USA mentre le politiche americane (dazi, disimpegno geopolitico) danneggiano l’Europa conferma la tesi di Negri secondo cui il “centro” imperiale (Washington) tende a cannibalizzare le periferie (Europa/Italia) per preservare la propria egemonia. La fragilità del sovranismo: mentre Meloni cerca di declinare il sovranismo in chiave nazionale (difesa del “Made in Italy”), Negri avrebbe probabilmente osservato che, in un contesto di “guerra civile globale”, i nazionalismi europei sono destinati a soccombere di fronte a potenze di scala continentale (USA o Cina), a meno che non si trasformino in un’entità sovranazionale radicalmente diversa.
In conclusione, mentre Trump e Meloni “discutono” di alleanze e commercio, la visione del prof. Negri suggerisce che tali tensioni non siano “incidenti di percorso”, ma sintomi strutturali di un sistema globale che, anziché armonizzarsi, tende a frammentarsi in blocchi in competizione perenne, dove l’Europa rischia di essere non un alleato, ma una vittima economica del suo stesso protettore.
(rdn)



