I fatti degli ultimi giorni hanno catapultato la comunità bellunese in un dibattito urgente sui giovani, il disagio e i bisogni. I giovani non stanno bene. Da più parti si dice che dobbiamo ascoltare questo disagio e dare risposte. Provo a comporre alcuni spunti di riflessione a partire da alcune considerazioni che riguardano la fase speciale di crescita che è l’adolescenza.
Nel corso della vita esistono due fasi di sviluppo cerebrale particolarmente intenso. La prima fase riguarda i primi mille giorni di vita, dove il salto evolutivo che compie il cervello è auto-evidente: esso raggiunge nei primi 3 anni di vita circa l’80% del suo volume adulto. La seconda fase è l’adolescenza, dove il cervello va incontro a una vera e propria riorganizzazione delle connessioni neurali. Per alcuni studiosi è una fase paragonabile a quella dei primi mille giorni: le sicurezze costruite nell’infanzia vengono messe in discussione e tutto deve essere ricostruito.
Lo racconta bene il film d’animazione Inside Out 2: le isole della personalità crollano, e l’adolescente si ritrova davanti a disorientamento, ansia e preoccupazione. Le fondamenta costruite nell’infanzia restano preziose, ma richiedono un lavoro intenso di ricostruzione e rielaborazione, dove la famiglia rimane un riferimento importante, ma viene messo in discussione. Altri punti di riferimento sono necessari.
È in questo “marasma” neurobiologico che l’adolescente non si riconosce più e fatica a orientarsi.
Gli avvenimenti recenti — e i segnali che da tempo emergono in tanti episodi — vanno letti proprio in questa luce: quali significati assumono questi comportamenti? Prima di etichettarli come “antisociali”, dobbiamo ricordare che sono compiuti da ragazzi che si trovano nella fase più fragile e intensa della costruzione del proprio senso del mondo. Non è una giustificazione, ma una chiave di lettura indispensabile per dare risposte efficaci. La corteccia prefrontale — la struttura cerebrale che coordina pianificazione, presa di decisione, controllo degli impulsi, regolazione emotiva e comportamento sociale — si sviluppa nel corso dell’adolescenza e matura completamente solo tra i 20 e i 25 anni.
Non è un pensiero nuovo. Piero Bertolini — prima direttore del Cesare Beccaria, il carcere minorile di Milano, poi professore di Pedagogia all’Università di Bologna — lo aveva capito e scritto decenni fa, con una lucidità che oggi risuona più che mai. Bertolini ci chiedeva di spostare lo sguardo: non il fenomeno — devianza, disadattamento, delinquenza — ma la persona che lo vive. Non il comportamento difficile, ma il ragazzo difficile, nella sua interezza e nella sua storia.
Come scrive:
«Dietro ogni fatto c’è un diario, dietro ogni azione, una biografia, dietro ogni comportamento una visione del mondo. È in queste narrazioni silenziose e spesso inascoltate che vanno individuati gli indizi per un progetto educativo che, partendo da queste storie, riesca ad andare oltre esse.»
Occorre quindi comprendere e curare una serie di fattori sociali di complessità — situazionali, familiari, materiali, relazionali — che influenzano e interagiscono con le dinamiche intenzionali del soggetto. I ragazzi difficili non sono incapaci di dare senso alle cose: sono in difficoltà nel farlo.
Il punto sta nell’interrogarsi su che cosa genera tali difficoltà. Rispetto all’epoca in cui ha operato Bertolini, sembra corretto affermare che la cosiddetta Generazione Z affronti una difficoltà in più, una variabile che le generazioni precedenti non hanno mai conosciuto: la pervasività del digitale. Alcune ricerche hanno iniziato a delineare con dati precisi ciò che stiamo attraversando. Già nel 2023 l’UNICEF segnalava in Italia un aumento significativo dell’esposizione di bambini e adolescenti a contenuti dannosi online: circa il 37% dei bambini e dei giovani è esposto a messaggi di odio, e oltre il 34% a immagini cruente e violente. Numeri che non possiamo ignorare, e che ci dicono qualcosa di importante sull’ambiente in cui i nostri ragazzi crescono ogni giorno.
Jonathan Haidt, psicologo dell’Università di New York, nel suo libro The Anxious Generation (Penguin Press, 2024) descrive inoltre come le interazioni in presenza siano crollate: nel 2010 i giovani trascorrevano circa 2 ore al giorno in compagnia fisica dei coetanei; nel 2019 le stesse interazioni erano scese a 67 minuti.
Inoltre, lo stesso studio mette in evidenza come le comunicazioni online espongano costantemente la reputazione degli adolescenti a un pubblico vasto: un errore, una prestazione scarsa, una parola fuori posto possono danneggiare la propria posizione sociale davanti a decine o centinaia di pari. Questo rende le interazioni digitali più performative e ansiogene rispetto a una conversazione a due, tanto più in una fase della vita delicata, in cui proprio quelle interazioni con i coetanei sono fondamentali per dare risposta alla domanda esistenziale dell’adolescenza: chi sono io?
Il quadro appare ulteriormente aggravato dal fatto che buona parte di queste comunicazioni avviene in spazi totalmente invisibili al mondo adulto, rendendo ancora più difficile per genitori ed educatori intercettare i segnali di disagio. Ne è una ottima testimonianza la serie tv Adolescence, che bene ha rappresentato l’esclusione del mondo adulto dai messaggi, dalle comunicazioni dai significati che i ragazzi costruiscono anche online e attraverso l’uso dei social. Quei significati, senza nessuna occasione di essere mediati dagli adulti, possono arrivare nei casi estremi e nei soggetti più fragili a distorcere il valore attribuito alle azioni. Sempre nella stessa serie tv viene rappresentato il tentativo di una ragazza di interrogare il mondo adulto, attraverso il colloquio con una insegnante. La complessità della domanda porta però a una non risposta a un invito a rivolgersi ad altri, più esperti.
Sembra la rappresentazione della nostra difficoltà di adulti di stare al fianco umanamente ai nostri giovani, un po’ con la presunzione che sia sempre qualcun’altro che dovrebbe occuparsene.
Se i comportamenti antisociali cui assistiamo sono il risultato di una distorsione nell’attribuzione di valore alle proprie azioni, allora dobbiamo interrogarci collettivamente su quali siano i luoghi e gli spazi in cui offriamo ai ragazzi l’opportunità di costruire in modo positivo la propria identità, le proprie scelte e decisioni.
John Dewey, grande filosofo e pedagogista del Novecento, in Democrazia e educazione ci ricorda che il significato delle azioni e la direzione del proprio stare al mondo si costruiscono nel riferirsi congiunto a una situazione comune. La domanda che dobbiamo porci è allora semplice e al tempo stesso urgente: quali situazioni comuni offriamo a questi ragazzi?
Sinceramente, ne vedo poche.
Nel corso dell’estate e dell’autunno scorsi, insieme al collega Andrea Petrella, come docenti di pedagogia dell’Università di Padova e in collaborazione con l’associazione “Cittadini per il recupero delle Gabelli”, abbiamo provato a esplorare proprio questa domanda, coinvolgendo una ventina di ragazzi nella costruzione della Belluno Youth Map. I ragazzi hanno mappato i luoghi della città suddividendoli in quattro categorie: cultura, sport, relax, musica e festa. Un attraversamento della città insieme descrittivo e propositivo, per far emergere punti di vista, opportunità e prospettive di miglioramento.
Quello che è emerso è stato chiaro e prezioso: i ragazzi hanno mostrato amore e passione per i luoghi che frequentano, ma al tempo stesso è diventato evidente come in quei luoghi la loro presenza non sia pensata, voluta, ricercata.
- La biblioteca è spesso chiusa e non offre attività pensate per loro
- Il campetto da basket è inaccessibile e capita che vengano allontanati dalle forze dell’ordine
- I parchi per il relax e le chiacchiere hanno attrezzature dismesse e rotte.
In questo panorama c’è però un’eccezione significativa: la Casa dei Beni Comuni, situata nello Spazio-Ex . I ragazzi che hanno costruito la mappa la riconoscono come punto di riferimento, perché offre spazi in cui possono sostare, attrezzati con calcetto, divani, giochi da tavolo — e, non a caso, in quegli spazi ci sono anche adulti con cui parlare. Il limite è che si trova lontana dal centro, è poco conosciuta e difficilmente raggiungibile.
Un altro dato che colpisce è la totale assenza delle scuole nella mappa: non è stata citata una sola volta. Anche questo merita una riflessione. Non si tratta di chiedere alle scuole e agli insegnanti di farsi carico da soli di un’emergenza, ma di darci insieme la possibilità di immaginare la scuola come luogo in cui costruire spazi comuni di azione: luoghi dove sia possibile stare con i ragazzi e confrontarsi su ciò che attraversa le loro giornate, sui messaggi che costruiscono dentro e fuori dai social, sulle domande che portano con sé e che spesso nessuno ascolta.
Non esistono risposte semplici, e sarebbe disonesto proporle. Ma esistono direzioni.
La prima è ascoltare davvero: non per trovare subito soluzioni, ma per capire. La Belluno Youth Map ci ha mostrato che i ragazzi hanno molto da dire, se qualcuno si ferma ad ascoltarli.
La seconda è creare spazi comuni: luoghi fisici e relazionali in cui adulti e ragazzi possano stare insieme, confrontarsi, costruire significati condivisi. Non per controllare, ma per accompagnare.
La terza è non lasciare soli i ragazzi nel digitale: non con il divieto, ma con la presenza. Imparare a stare in quegli spazi con loro, o almeno a non fingere che non esistano.
Costruire questi spazi significa anche fare qualcosa di fondamentale: non lasciare sole le famiglie. La responsabilità educativa è troppo grande e troppo complessa per essere portata da soli. Una comunità che crea luoghi di incontro, di confronto e di cura condivide quel peso, lo distribuisce, lo rende sostenibile. Le famiglie non hanno bisogno di essere giudicate: hanno bisogno di essere accompagnate, dentro una rete che si prende cura insieme dei propri ragazzi.
Bertolini ci ricordava che ogni comportamento è una domanda. La comunità bellunese — famiglie, scuole, servizi, istituzioni, spazi informali — è chiamata a trovare il coraggio di ascoltare quella domanda, per costruire risposte coerenti.
Sara Serbati *
* Professoressa Associata di Pedagogia Sociale, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università di Padova
Presidente associazione “Cittadini per il recupero delle Gabelli”



