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La storia del sergente Rizieri Vignaga, internato militare, raccontata ai ragazzi dalla figlia Silvana

Lentiai – Borgo Valbelluna – Lasciare le pagine dei libri per conoscere la storia attraverso le fonti e le testimonianze ha il potere di far riflettere i ragazzi rendendo la scuola un luogo di apprendimento partecipato e di confronto. All’interno del progetto che ha portato le classi terze del plesso di Lentiai all’animazione della cerimonia per i festeggiamenti del 25 aprile, i ragazzi in questi giorni hanno incontrato Silvana Vignaga, figlia del sergente Rizieri Vignaga, catturato in Albania l’8 settembre 1943 e deportato in Germania fino al giorno della liberazione.

Narrando la storia di questo internato militare italiano (IMI), la relatrice ha rapito l’attenzione di tutti i presenti grazie alla sua commossa testimonianza corredata da reperti storici: appunti, pagine di giornale, cartoline e il “registro nero” il diario dentro il quale, essendo stato investito dell’incarico di fiduciario a garanzia dei soldati con lui internati, Vignaga tenne nota di chi fossero, da dove provenissero, del cibo e del materiale che chiedeva per la loro sopravvivenza il più possibile dignitosa; le ultime pagine invece le utilizzò per raccontare con descrizioni dettagliate e avvincenti il viaggio di ritorno a Feltre. Tutto questo materiale giunse in Italia, nell’estate del 1945, all’interno del suo zaino ed è stato conservato fino ad oggi dalla figlia come un tesoro prezioso, permettendo all’ISBREC di dare alle stampe Diari e memorie di guerra (1939 – 1945) testimonianza indelebile di quella che fu la condizione degli IMI.

I.M.I., Internati Militari Italiani, è la definizione che le autorità tedesche attribuirono ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania Nazista nei giorni immediatamente successivi all’armistizio e al proclama Badoglio dell’8 settembre 1943.
Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Coloro che si rifiutarono di collaborare con il Reich e con la Repubblica sociale italiana vennero in un primo momento considerati prigionieri di guerra, ma poi cambiarono status divenendo “internati militari” privi delle garanzie della Convenzione di Ginevra e infine, dall’autunno del 1944, lavoratori civili, in modo da essere utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa.
Questo destino riguardò 809.722 italiani catturati, dei quali 321.000 in Italia 430.000 nei Balcani e 58.722 in Francia, che vissero in gelide baracche con un solo pagliericcio e una sola coperta a testa e poco combustibile per le stufe, quando fuori si raggiungevano i -20°. Le condizioni igieniche erano precarie: niente servizi, né acqua potabile né sapone, con risultato la diffusione di numerose malattie.
Sin dal loro rientro in Italia, che iniziò nel giugno del 1945 e si concluse nel febbraio del 1947, gli IMI rappresentarono una realtà che la storia ha faticato a gestire. La patria li accolse in una generale indifferenza e talora con malcelata ostilità. Solo negli anni 80/90 vi è una revisione storica della loro epopea. Si dovrà aspettare il 2006 una legge della Repubblica che concesse, su domanda, quale riconoscimento la medaglia d’onore che purtroppo fu postuma per i più.

Una testimonianza forte e partecipata quella che Silvana ha dedicato a una trentina di ragazzi in un silenzio incredulo, ma ricco di significato, perché il ricordo è un atto personale, mentre la memoria è patrimonio collettivo che si alimenta attraverso la condivisione dei ricordi.

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