Analisi di un voto che segna la fine del laboratorio progressista: “A Venezia vince il civico Simone Venturini (UdC) perché parla il linguaggio della Terraferma quella compresa nella “Città di Pianura”, una delle tante del “villaggio Veneto”
“1926–2026: Venezia e Mestre, due città sorelle dentro la Città Metropolitana”
A Venezia vince il civico Simone Venturini (UdC) perché parla il linguaggio della Terraferma, quella compresa nella “Città di Pianura”, una delle tante del “villaggio Veneto”.
Simone Venturini, eletto con 56.344 voti (il 51% di chi si è espresso), è il Sindaco di Venezia per il quinquennio 2026‑2031. L’avversario Andrea Martella, candidato del Campo Largo, si è fermato al 39% con 43.294 suffragi. La mappa del voto comunale è eloquente: il “rosso” progressista è ormai confinato nel Centro Storico, con qualche residua presenza al Lido; il “giallo” Venturini domina la Terraferma, che si conferma il baricentro politico della città “unicum” al mondo.
La sconfitta dell’area progressista è una vera batosta, tanto più perché sondaggisti, social‑media e persino alcuni leader del centrodestra avevano lasciato intendere un vantaggio del centrosinistra. I big del centrosinistra si sono spesi molto -in presenza e in remoto- per sostenere Martella, parlamentare di lungo corso con cinque legislature alle spalle. Ma non è bastato.
Per capire perché un esponente nato a Marghera il 1° ottobre 1987, non un “foresto” ma un veneziano della Terraferma, abbia raccolto un consenso così ampio -quasi all’insaputa del suo stesso rassemblement – occorre guardare alla sua biografia politica. Venturini non è un civico improvvisato: è un dirigente politico a tutto tondo, cresciuto nei banchi del Consiglio comunale già nel 2010 come capogruppo dell’UdC, formazione erede della tradizione cristiano‑sociale veneta. Laureato in Giurisprudenza a Padova, ha dedicato gran parte della sua vita adulta all’amministrazione locale, maturando esperienza su deleghe cruciali (sociale, lavoro, turismo, sviluppo del territorio) affidategli da Luigi Brugnaro negli ultimi dieci anni.
La sua lista personale – “Simone Venturini Sindaco”- ha ottenuto il 30,10% dei voti validi, rottamando di fatto due partiti storici del centrodestra veneziano: Forza Italia (1 consigliere) e Lega Salvini Premier (2 consiglieri), ridotti a una rappresentanza simbolica. È un risultato che gli consegna un forte potere negoziale in Consiglio comunale, ma anche una responsabilità diretta: fra cinque anni, promesse e risultati saranno misurati direttamente su di lui.
Ma la vera ragione della vittoria è un’altra: Venturini ha parlato alla “Città di Pianura”. Ha intercettato le esigenze della città reale: quella dei giovani che studiano, delle famiglie che lavorano, delle imprese che intraprendono, dei pendolari che ogni giorno attraversano il Ponte della Libertà. Una Venezia che non è più solo Laguna, ma soprattutto Terraferma, con i problemi tipici delle città venete: mobilità, sicurezza, servizi, lavoro, decoro urbano, opportunità per i figli. Venturini ha parlato questa lingua. Martella no. E qui la politica incontra la cultura.
Il film “Le città di pianura” del regista bellunese Francesco Sossai — sette premi a Cannes, sedici candidature ai David — racconta esattamente questo mondo: la provincia che non è più comunità ma mercato, la fine del mito industriale, la nostalgia del lavoro stabile, la retorica del “siamo una famiglia” che copre le crepe e le fragilità umane. Nel film, l’attore veneziano Roberto Citran interpreta l’imprenditore “buono” che regala un Rolex all’operaio dopo quarant’anni di lavoro: un gesto affettuoso solo in apparenza, simbolo di un mondo che si è trasformato senza dirlo, svuotandosi dei contenuti originari e dei valori etici che lo sostenevano. Sossai non ha girato un film politico, ha girato un film sulla verità sociale di quel che oggi è il Veneto. Quella provincia, quella città di pianura, è la stessa Venezia che ha votato Venturini.
E qui si innesta la frase più tagliente di queste post-elezioni, pronunciata da Massimo Cacciari (Corriere della Sera 26.05): «Mio nipote Tommaso avrebbe preso più voti di Martella». Non è un insulto, è una diagnosi. Cacciari non contesta la persona, ma la scelta politica: un candidato percepito come “giovane vecchio”, un politico puro con una carriera da eterno numero due o tre, una volta al seguito di Veltroni, un’altra di Orlando, un’altra ancora di Bersani.” È l’espressione di un centrosinistra che da anni ripete gli stessi errori, convinto che basti la somma delle sigle per parlare a una città che non riconosce più quelle sigle.
Simone Venturini non ha vinto perché “giovane”, né perché “civico”, né perché “di centrodestra”. Ha vinto perché ha interpretato la Venezia vera, non quella immaginata dai gruppi dirigenti elitari. Non ha promesso rivoluzioni, non ha evocato identità, non ha brandito ideologie. Ha fatto ciò che il centrosinistra faceva negli anni del Laboratorio Venezia: ha parlato al centro moderato, a quell’area dinamica e trasversale capace di pesare tra il 12% e il 14%. Venturini ha preso esattamente quell’area; Martella l’ha persa esattamente in quella misura.
C’è un elemento che nessuno nomina, ma che tutti hanno visto. La campagna di Venturini ha beneficiato di una regia politica esperta, capace di evitare errori, modulare i toni, parlare a Mestre senza perdere Venezia, costruire un profilo istituzionale senza sembrare un tecnocrate, tenere insieme moderati, civici e voti disgiunti. Chi conosce la storia recente della città sa che certi fili non si muovono da soli, e sa anche che, nella Venezia del dopo Orsoni, esistono figure che hanno mantenuto un ruolo silenzioso ma influente. Il segreto del successo delle giunte Cacciari e Costa risiedeva, appunto, nella capacità d’intercettare quel frammento di società civile ed economica che al voto è determinante. Non è psicologia politica, è matematica elettorale. Il centrosinistra ha perso perché ha rinunciato al centro moderato che, come sempre a Venezia, decide l’elezione.
E finché il centrosinistra non tornerà a capire la città di pianura che Venezia è diventata, continuerà a perdere. Perché la Laguna è ancora un simbolo, il Centro Storico è un’icona mondiale, ma la Terraferma è diventata la politica.
Il “lascito di Cacciari” e la fine di un ciclo politico-amministrativo
A questo punto, è inevitabile allargare lo sguardo. La sconfitta del centrosinistra non è solo elettorale: è storica. Massimo Cacciari, il Genius loci che negli anni Novanta seppe traghettare Venezia oltre il recinto del vecchio PCI, aveva costruito un modello politico fondato proprio su quell’area moderata e riformista che oggi è tornata decisiva. La sua “versione centrista” nella Margherita fu l’apripista di un’epoca in cui la sinistra veneziana parlava a tutta la città.
Quel ciclo si è chiuso e i segnali sono evidenti. Gianfranco Bettin – sconfitto da Cacciari una prima volta, sconfitto da Paolo Costa una seconda, e oggi nuovamente marginalizzato dal voto – così come Michele Boato con la sua lista (ABC, fermatasi a 410 voti, lo 0,38%), testimoniano la fine di un’epoca. Ciascuno di essi potrà interrogarsi sul senso di una proposta che non intercetta più la città reale. Quella che un tempo era un’eredità sospesa, oggi è stata definitivamente sperperata. Non resta che raccogliere i cocci e prepararsi a un’opposizione seria, competente, capace di parlare di problemi concreti.
Andrea Martella è stato confermato alla guida della coalizione perdente, ma se vuole essere utile deve partire da un atto di responsabilità: avviare subito le procedure congressuali per il rinnovo degli organi statutari scaduti del PD, di cui è Segretario Regionale. Serve una rigenerazione vera: regionale, metropolitana e comunale. Ed è proprio qui, in questo vuoto politico e identitario, che si apre il tema istituzionale più importante dei prossimi anni. Un tema che riguarda la sopravvivenza stessa della città storica.
1926–2026: Venezia e Mestre, due città sorelle dentro la Città Metropolitana, Venezia Storica e Città d’Acqua e Venezia-Terraferma e Città della Green Economy
Perché l’unicum mondiale deve poter scegliere
C’è una verità che nessuno osa dire: la “Grande Venezia” non è un’invenzione millenaria, ma un prodotto del fascismo del 1926, costruito per servire un progetto industriale che oggi non esiste più. Fu allora che il regime autorizzò il capitalista Giuseppe Volpi conte di Misurata, prima liberale e poi fascista, a progettare e realizzare Porto Marghera con i primi insediamenti di industrie chimiche e metallurgiche, a ridosso della città più fragile del mondo. Una scelta territoriale che oggi definiremmo semplicemente folle e scellerata, facilitata dalla nascente dittatura di Benito Mussolini, pur avendo contribuito all’evoluzione economica della regione.
Per rendere possibile quel disegno, il fascismo cancellò cinque comuni autonomi della terraferma: Mestre, Marghera, Favaro Veneto, Chirignago e Zelarino, e li fuse d’autorità con Venezia, la già Repubblica Serenissima detta anche la “Dominante”. La logica era semplice: serviva manodopera, serviva territorio, serviva una “metropoli industriale” da esibire al mondo. Non serviva Venezia: serviva la sua immagine. Il regime aggiunse due strumenti potenti: il Casinò municipale – istituito considerando la particolare orografia della città lagunare, ovvero per garantirne la manutenzione e finanziarne le “opere pubbliche inderogabili” – e la Biennale, trasformata in vetrina internazionale del nuovo potere.
Poi arrivò la Repubblica Italiana. E qui sta il paradosso: le grandi forze popolari del dopoguerra (DC, PCI, PSI) confermarono integralmente l’impianto industriale esistente. Porto Marghera arrivò a oltre 40.000 addetti, la base sociale operaia votava compatta la sinistra storica, e nessuno volle toccare l’architettura amministrativa del 1926.
Oggi Porto Marghera non è morto: è cambiato. È un distretto logistico‑energetico‑portuale, non più la città‑fabbrica che giustificava l’aggregazione del 1926. La sua forza non è più la massa operaia, ma la specializzazione e la transizione green. E allora la domanda è inevitabile: perché Venezia insulare deve restare prigioniera di un modello amministrativo costruito per un’industria che non esiste più? Perché?
Eppure, Venezia-Centro Storico ha meno di 50.000 residenti. La contraddizione è in radice, intollerabile e fortissimamente penalizzante. Venezia e la sua laguna sono state riconosciute dall’UNESCO fin dal 1987 come patrimonio dell’umanità, eppure la città continua a essere amministrata come un quartiere periferico degli inizi del secolo scorso: inaccettabile! Nel frattempo, Mestre è diventata la vera città: popolosa, dinamica, anch’essa dotata di uno stock di servizi essenziali operativi su scala sovracomunale, come la sanità, i trasporti, i rifiuti, l’acqua e il gas.
Perché allora Venezia non può auto-amministrarsi, come Cavallino-Treporti? Nel 1999 quest’ultimo si separò da Venezia con un referendum in cui votarono solo i residenti del litorale, la popolazione direttamente interessata. Nel 2019, invece, il referendum per separare Mestre e Venezia vide il 66% di SÌ, ma tre quarti degli aventi diritto non andarono alle urne: quorum non raggiunto, tutto annullato. Un’incoerenza democratica che grida vendetta!
La legge regionale 25/1992 permette già oggi di ridefinire i confini comunali. La Regione Veneto può stabilire chi vota, come vota e quale quorum serve. Non servono “Città Stato” né “Statuti Speciali”: basta applicare la Costituzione, all’articolo 133. Certo, occorre la “volontà politica” di conoscere, comprendere e agire per un bene comune da preservare e tramandare alle future generazioni.
E c’è un altro nodo, il più imponente, “scomodo” ma utile: il MOSE.
Con un debito pubblico nazionale che ha sfondato il muro dei 3.150 miliardi di euro e la stagnazione economica alle porte, l’illusione che lo Stato centrale possa accollarsi in eterno, e da solo, i 100 milioni di euro annui per la manutenzione e la gestione delle dighe mobili è destinata a infrangersi. Nel dibattito pubblico e nei tavoli tecnici ministeriali già circolano simulazioni che ipotizzano di scaricare almeno la metà dei costi sui bilanci del territorio, dividendo la spesa tra lo Stato e la filiera degli enti locali (Regione, Città Metropolitana e Comune), ipotizzando soluzioni di ripartizione come il 50/50 o il 40/60.
Un’ipotesi del genere sarebbe una bomba a orologeria per l’intero territorio provinciale. Per la terraferma mestrina e per i comuni della Città Metropolitana significherebbe il rischio concreto di vedere drenate le proprie risorse territoriali per finanziare le paratoie in mare, anziché i servizi di prossimità, le strade, le scuole e il welfare del Veneto orientale o del miranese. Per una Venezia insulare isolata, una simile quota di co-finanziamento significherebbe il dissesto finanziario immediato. La convivenza forzata del 1926 fallisce anche davanti alla contabilità idraulica della sua filiera amministrativa.
La soluzione a questo vicolo cieco non sta nel mendicare utopie, ma in una lucida operazione di realismo finanziario, da attuarsi contestualmente alla nascita del Comune autonomo d’acqua di Venezia.
La proposta da lanciare nell’agorà è lineare e poggia su bilanci inattaccabili: vincolare l’intera risorsa della Casa da Gioco alla quota di gestione del MOSE di competenza locale. Parliamo di una macchina che si è stabilizzata su livelli record: gli incassi netti del gioco viaggiano a quota 117 milioni di euro annui, generando – al netto degli imponenti costi di gestione e del personale – un utile netto di bilancio di 15,1 milioni di euro interamente devoluto al Comune della “Grande Venezia” di cui ricorre il centenario.
È un ritorno alle origini: la casa da gioco nacque nel secolo scorso proprio con il vincolo giuridico di finanziare le “opere pubbliche inderogabili” e la manutenzione di una città dall’orografia unica al mondo. Quale opera è oggi più inderogabile del sistema che la tiene a galla?
Oggi quei 15 milioni di utile pulito rischiano di perdersi nel grande calderone della spesa corrente della terraferma o nei maxi-progetti strutturali della periferia metropolitana. Nella nuova architettura del Comune Autonomo d’Acqua, questa dote finanziaria rimarrà interamente a Venezia per fare da scudo protettivo contro i costi delle dighe mobili. Blindato il bilancio del MOSE attraverso la sua stessa risorsa d’oro, liberando così in quota parte la Regione, la Città Metropolitana e la futura Città di Mestre da un potenziale salasso, il resto del patrimonio potrà essere spartito in modo concordato, equo e definitivo tra le “due città sorelle”, finalmente libere di correre ognuna con le proprie gambe.
E Mestre? Non perde nulla.
Anzi: diventerebbe la realtà urbana più popolosa, dinamica e trainante della terraferma, finalmente libera di esprimere il proprio peso politico ed elettorale nella Città Metropolitana, senza essere più vincolata alle logiche e alle urgenze della specificità insulare. Si supererebbe così una distorsione democratica che oggi penalizza l’intero territorio provinciale.
Venezia d’acqua, dal canto suo, potrebbe finalmente decidere in autonomia su casa, residenza, flussi turistici, artigianato lagunare, vetro di Murano, barche tradizionali e tutela dell’ecosistema. Senza confliggere con Mestre, ma cooperando laddove la gestione sovracomunale è già una realtà efficiente: grandi reti di servizi, trasporti, rifiuti, acqua ed energia.
Perché Cavallino-Treporti sì e Venezia Storica no?
Perché un unicum mondiale deve continuare a essere ingabbiato in un vestito amministrativo ereditato dal secolo scorso? Perché la città che il mondo intero considera irripetibile non può scegliere il proprio destino?
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica Antifascista, è arrivato il momento di correggere l’unico vero lascito strutturale del fascismo che tutti — destra, sinistra e centro — hanno ereditato e conservato senza mai discuterlo: la negazione dell’autogoverno alla città più fragile e preziosa d’Italia e del pianeta Terra.
Viva il 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana e Antifascista: la data che ci ha restituito le piene libertà civili!
1° giugno 2026 Enzo De Biasi
Fonti :
Giallo/Venturini e Rosso/Martella , A Martella aveva già perso il 2 febbraio,



