Rimandare una visita dal dentista, ignorando il problema o evitando controlli di routine, è una reazione comune, ma spesso controproducente: l’attesa tende a far peggiorare il quadro clinico iniziale, fino a trasformare un problema gestibile in una situazione più complessa, con possibili compromissioni funzionali ed estetiche. Quando alla base c’è l’odontofobia, però, l’evitamento non è semplice procrastinazione: è l’effetto di una paura intensa, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come condizione clinica. Alcune stime indicano che più della metà dei pazienti prova ansia in ambito odontoiatrico e circa il 26% presenta un quadro di odontofobia, con ricadute che possono influire anche sulla qualità della vita.
Le radici di questa fobia sono spesso legate al dolore: esperienze negative vissute in prima persona o “assorbite” attraverso i racconti di altri possono rendere l’appuntamento dentistico un momento percepito come minaccioso. A rafforzare l’ansia contribuiscono anche i rumori degli strumenti e la sensazione di perdere il controllo durante la seduta.
I segnali dell’odontofobia possono comparire già prima di entrare in studio e manifestarsi in modi diversi: sudorazione, battito accelerato, cali di pressione, vista offuscata e, talvolta, svenimenti. In altri casi l’ansia emerge sul piano comportamentale: c’è chi prova a stemperarla con l’umorismo e chi reagisce con irritabilità o aggressività.
Per i professionisti, gestire un paziente fortemente ansioso è anche una sfida relazionale oltre che clinica. Per questo, oltre a una comunicazione empatica e a piccoli accorgimenti sull’ambiente, possono essere utili strumenti di supporto come distrazioni visive o sonore e musicoterapia.
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