Dal riscaldamento alle siccità, il convegno del Centro Studi Bellunese mette in relazione dati scientifici e ricadute su energia, acqua potabile e turismo
Belluno, 09 maggio 2026 – Il cambiamento climatico sta modificando in modo misurabile il ciclo dell’acqua in territorio montano, con effetti che vanno dalla disponibilità della risorsa idrica alla sicurezza idrogeologica e alla produzione energetica. La programmazione degli interventi indicata da più fonti come uno degli strumenti più efficaci per mitigarne gli effetti. È il quadro emerso dal convegno ‘Il cambiamento climatico e l’impatto sul ciclo dell’acqua in territorio montano’, promosso dal Centro Studi Bellunese e ospitato nella sala degli Stemmi del Municipio di Feltre.
Ad aprire i lavori è stato il presidente del Centro Studi Bellunese Giovanni Piccoli, che ha richiamato l’obiettivo dell’iniziativa: portare i dati scientifici e tecnici fuori da una dimensione specialistica e metterli in relazione con le scelte di programmazione che riguardano comunità montane, amministrazioni e gestori dei servizi. In sala erano presenti anche gli studenti dell’Istituto agrario ‘Della Lucia’ e del Liceo delle Scienze umane di Feltre, a sottolineare l’importanza di un lavoro di consapevolezza che riguarda la scuola e i cittadini di domani.
Il tema, nel confronto avvenuto a Feltre, riguarda il passaggio dall’azione a seguito di emergenze a una programmazione stabile delle misure di prevenzione e mitigazione, perché gli eventi estremi e le fasi di deficit idrico tendono a ripresentarsi con maggiore frequenza e intensità e mettono sotto stress infrastrutture, territori e servizi. Ecco perché la prevenzione non si limita al singolo intervento, ma sta piuttosto in un insieme coerente di scelte che partono dal monitoraggio e dall’analisi dei dati, traducono gli scenari in priorità operative e orientano nel tempo investimenti e manutenzioni, riducendo le vulnerabilità prima che diventino danni. La programmazione permette anche di rendere complementari le azioni, dal rafforzamento delle opere strutturali alla gestione del rischio siccità e alla qualità del servizio idrico, mantenendo continuità tra pianificazione, gestione e capacità di risposta.
«Il cambiamento climatico non è qualcosa di astratto», ha affermato l’assessore regionale all’Ambiente, Elisa Venturini. «Ogni ambito della nostra vita risente delle conseguenze legate all’aumento delle temperature». Sul fronte degli interventi, ha assicurato l’assessore, «sarà portata in Consiglio regionale la strategia regionale di adattamento al cambiamento climatico che permette una pianificazione nei vari ambiti di intervento della Regione». La strategia prevede l’investimento di «risorse che tengono conto della fragilità di questo territorio. Pensiamo alle frane e all’attività di monitoraggio che viene svolta al riguardo. Pensiamo alla gestione delle acque, anche qui in collaborazione con i gestori». La prevenzione, ha concluso Venturini, « diventa fondamentale in ogni ambito perché prevenire significa evitare poi dei costi legati ai danni che si possono verificare».
GLI INTERVENTI
Il quadro regionale, presentato da Stefano Micheletti di ARPAV, descrive un riscaldamento in accelerazione. Nel trentennio 1996-2025 il trend lineare delle temperature medie annue in Veneto risulta positivo e statisticamente significativo, pari a +0,6 °C ogni dieci anni. Nel contesto che rende possibile questa dinamica, viene richiamata anche la crescita della CO₂ in atmosfera, con valori indicati a 433,59 ppm a marzo 2026 (432,41 ppm a marzo 2025).
Sulle evidenze specifiche in provincia di Belluno è intervenuto Francesco Domenichini, sempre di Arpav., la cui analisi dei dati nivometrici segnala una riduzione della precipitazione nevosa e un quadro di trasformazione che si accompagna al ritiro dei ghiacciai e a una maggiore esposizione a fenomeni intensi. Nel materiale presentato è stata inoltre sottolineata la crescente frequenza di casi estremi di precipitazione su intervalli brevi, con una quota rilevante concentrata negli ultimi anni.
Dal punto di vista idrologico, l’ingegnere Sara Pavan di ARPAV ha richiamato gli strumenti di monitoraggio e lettura delle tendenze, a partire dal Rapporto mensile sulla risorsa idrica in Veneto, attivo dal 2007, e dagli indicatori che descrivono deficit o surplus di precipitazione su scale temporali diverse. Nel periodo recente, l’analisi evidenzia una situazione articolata: segnali di siccità a breve scala su molte aree regionali, e un quadro di maggiore normalità su orizzonti più lunghi, a seconda dell’indicatore considerato.
Un passaggio specifico ha riguardato l’attuale stagione e la rapidità con cui la riserva solida si esaurisce quando si combinano scarsa neve e temperature miti. Da ottobre a fine aprile, il deficit di precipitazione nevosa risulta pari al 30 per cento nelle Dolomiti e al 25 per cento nelle Prealpi; a fine aprile lo spessore medio del manto nevoso nelle Dolomiti è indicato in 13 cm a fronte di una norma 33-97 cm, mentre nelle Prealpi risulta 0 cm rispetto a una norma 5-24 cm. Viene inoltre segnalato che aprile 2026 è stato un mese mite, tra i più caldi della serie recente, e che le condizioni termiche hanno favorito una fusione accelerata del manto nevoso anche a quote elevate.
Nel quadro degli impatti, Enrico Lorenzetti della direzione Difesa del suolo della Regione ha definito Belluno come una ‘torre dell’acqua’ strategica, richiamando la centralità della risorsa montana per l’intero sistema regionale. Nei materiali presentati si sottolinea, tra l’altro, la forte dipendenza da acqua di sorgente e l’effetto a catena su energia idroelettrica, turismo e disponibilità idrica per usi potabili e agricoli. In questa lettura, eventi estremi recenti diventano anche un banco di prova della capacità di prevenzione e gestione.
Il tema della programmazione è stato affrontato dal punto di vista del Servizio idrico integrato con una relazione dell’ingegnere Giuseppe Romanello direttore del Consiglio di Bacino Dolomiti Bellunesi. Nel territorio delle Dolomiti Bellunesi, la dimensione infrastrutturale del sistema conta 593 opere di presa, 229 impianti di filtrazione/disinfezione, 705 serbatoi, 96 stazioni di pompaggio, e, sul fronte fognatura e depurazione, 65 stazioni di sollevamento e 309 impianti di depurazione, insieme alle estensioni di rete indicate per acquedotto e fognatura. Romanello ha sollecitato la necessità di orientare gli investimenti in chiave di adattamento, dalla riduzione delle perdite e dalle interconnessioni fino alla capacità di invaso e al riuso delle acque reflue, in coerenza con gli obiettivi dell’Unione europea di mitigazione e adattamento.
