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Il 25 aprile non è un anniversario da calendario, ma un punto di verità * di Enzo De Biasi

I valori innervati nella Costituzione Repubblicana, Antifascista e Pluralista

L’81° Anniversario della Liberazione arriva in un tempo in cui ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo pesa in modo rilevante sulla vita democratica del Paese. In questo contesto, il Presidente della Repubblica, nel discorso di ieri, ha ricordato la Resistenza come la leva che ha contribuito ad affermare i valori di libertà, giustizia e pacescolpiti nella nostra Costituzione”. Valori che sono beni preziosi, da custodire e da trasmettere alle generazioni future.
E quando questi valori vacillano, ha ammonito Sergio Mattarella, prevale “la legge del più forte”, cioè le barbarie e le violenze di una parte contro l’altra, più debole, fattori oggi caratterizzanti lo scenario internazionale.

Concetti ribaditi con forza da Papa Francesco nel suo magistero. Più volte il Pontefice ha avvertito il rischio che stiamo vivendo: “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, richiamando i conflitti in Ucraina, in Medio Oriente e nelle molte aree del mondo attraversate da aggressività e instabilità. Un appello che si intreccia con la denuncia delle crescenti disuguaglianze sociali, comprese quelle che colpiscono milioni di persone anche nel nostro Paese, dove una parte della popolazione rinuncia alle cure sanitarie per ragioni economiche.

Secondo i principali osservatori internazionali, oggi sono attivi tra 46 e 56 conflitti armati nel mondo: dalla guerra russo‑ucraina alle crisi in Medio Oriente, nel Sahel, in Sudan e in Asia, inclusa l’escalation  realizzata -a fine febbraio- da Stati Uniti, Israele contro l’ Iran, aggravando ulteriormente l’instabilità globale.

Perché il 25 aprile a Belluno, più che altrove, non è solo la ricorrenza dell’Anniversario della Liberazione dal nazi‑fascismo

Per capire cos’è successo e non dimenticare.
Dal settembre 1943 al maggio 1945 Belluno non fu italiana. Fu sottratta alla Repubblica Sociale e annessa al Terzo Reich, dentro la Operationszone Alpenvorland (OZAV), insieme a Trento e Bolzano. Non un’occupazione militare temporanea, ma un’amministrazione diretta tedesca: con tribunali germanici e controllo totale del territorio da parte del Gauleiter Franz Hofer.

Hofer era il capo civile e politico dell’intera Zona d’Operazioni delle Prealpi, con poteri amministrativi totali, controllo della giustizia, della polizia e delle SS, e con autorità superiore a quella della Repubblica Sociale Italiana, sospesa in area OZAV. In provincia di Belluno, durante questi venti mesi, l’occupazione fu affidata principalmente a truppe altoatesine, che non lesinavano prepotenze e vessazioni verso la popolazione. Un dato significativo: il 10% dei prigionieri del lager di Bolzano proveniva dal Bellunese.

Inoltre, diversi Comuni appartenuti fino ad allora alle province di  Belluno e Trento  entrarono a far parte della provincia di Bolzano (Cortina, Livinallongo e Colle Santa Lucia), in un processo di “ri‑germanizzazione”. In pratica, Hofer era il governatore plenipotenziario del Reich per tutto il territorio alpino italiano, dipendendo direttamente dal cerchio ristretto di Adolf Hitler.

A completare il quadro, la figura del prefetto di Belluno nominato dal nazista Hofer: Italo Foschi, uomo di Farinacci e primo federale di Roma nel 1923. Uno dei principali organizzatori della spedizione squadrista contro la casa dell’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti e dell’assassinio di Matteotti, Dopo questo efferata azione venne espulso dal Partito Nazionale Fascista per eccesso di squadrismo, salvo essere reintegrato poco dopo su ordine dello stesso Farinacci. Processato dopo la guerra, secondo alcune fonti venne assolto da ogni addebito, secondo altre fruì dell’indulto del giugno 1946.
Non che nel giugno 2024 abbia sollevato forti critiche a giugno 2024 l’annuncio e poi l’emissione fatta dal Ministro del Made in Italy Adolfo Urso (FdI) dell’emissione di un francobollo dedicato a Italo Foschi, meritevole in quanto diede vita all’Associazione Sportiva Roma di cui fu il primo Presidente.

In quei terribili 600 giorni del 1943‑1945, a Villa Gaggia in località Socchieva, nella frazione di San Fermo, avvenne l’incontro tra Hitler e Mussolini, erroneamente noto  come “Colloquio di Feltre”, mentre Roma veniva bombardata dalle forze anglo‑americane. Nel contempo  in Belluno e dintorni perdurava la repressione nazista: “impiccagioni pubbliche (Bosco delle Castagne, Piazza Campitello), rastrellamenti, tribunali speciali, arruolamenti forzati nel Corpo di Sicurezza Trentino, presenza del battaglione SS‑Polizei “Bozen”.

Eppure, Belluno reagì. La Resistenza qui fu diversa: non si combatteva solo il fascismo, ma un’occupazione straniera su suolo italiano da secoli.

Ed è in questo stesso periodo storico che si colloca la figura emblematica del partigiano Sandro Gallo, veneziano, caduto in Cadore, simbolo di un antifascismo che nelle Dolomiti ha assunto un carattere nazionale e politico. Il soprannome era Garbin, il vento di libeccio in dialetto veneziano. Gallo guidò la Brigata Calvi e combatté contro le forze tedesche, venendo ucciso il 20 settembre 1944 in uno scontro a fuoco a Lozzo di Cadore.

Il 1° gennaio 1946 Belluno tornò italiana.
Non fu un atto burocratico: fu la restituzione di un’identità negata per quasi due anni.

La lezione del NO e la responsabilità della democrazia

Le parole del Presidente della Repubblica trovano un’eco diretta nel voto di un mese fa.
Il popolo del NO non ha chiesto di fermare le riforme: ha chiesto di cambiare metodo, dopo 44 anni di tentativi falliti, bicamerali e leggi di revisione costituzionale di matrice governativa .
Ha chiesto che la Costituzione -nata dal rifiuto di ogni totalitarismo e dalla difesa della dignità umana-  non venga riscritta senza il coinvolgimento del popolo sovrano.

Il NO è stato un richiamo alla responsabilità democratica: non si può modificare l’architettura della Repubblica senza ascoltare chi quella Repubblica l’ha costruita e difesa per ottant’anni.

È un messaggio che riguarda tutti, non solo la maggioranza: la democrazia liberale è fragile quando si dimentica da dove viene, in particolare da chi non ne ha scritto una riga.

Pietà per tutti, memoria per ciò che è giusto

In questo quadro sorprendono -e meritano una riflessione- le parole del Presidente del Senato:

  • «Il 25 aprile dovrebbe essere la festa di tutti, anche di chi stava dall’altra parte.»
  • «Bisogna ricordare tutti i caduti, senza distinzione.»

La pietà per i morti è un dovere umano e solidale. Ma la storia non è simmetrica. Una cosa è il dolore per tutte le vite spezzate; un’altra è il giudizio storico su chi ha combattuto per la libertà e chi per una dittatura.

La Repubblica italiana nasce dalla scelta di campo compiuta tra il 1943 e il 1945: da una parte la lotta per la democrazia, dall’altra la difesa di un regime che aveva abolito le libertà, perseguitato gli oppositori, promulgato le leggi razziali e collaborato partecipe della R.S.I. Repubblica Sociale Italiana con l’occupante nazista.

La Costituzione- come ha ricordato Mattarella – è “scolpita” nei valori della Resistenza.
E il 25 aprile non può essere riscritto come un generico “ricordo di tutti”: è la Festa della Liberazione dal nazifascismo, non la celebrazione di una neutralità impossibile.

25 aprile 2026      Enzo De Biasi                                                                                                                         

 

Fonti:

Mattarella alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma

Italo Foschi perché un francobollo   Italo Foschi il francobollo ad  1,30 €

Hitler e Mussolini 1943 a Belluno

Il Vento di Garbin il Partigiano Franco Gallo

Da E. Berlinguer a A. De Gasperi perché un’Assemblea Costituente