Lentiai – Piazza Crivellaro – venerdì 24 aprile ore 9.30: i ragazzi delle classi terze della secondaria di Lentiai invitano compagni e popolazione a celebrare la festa della Liberazione ricordando gli Internati militari italiani.
Saranno i ragazzi delle classi terze A e B della secondaria di Lentiai a rendere ancor più significativa la celebrazione della Festa della Liberazione che il Comune di Borgo Valbelluna, in collaborazione con Anpi La Spasema, Soms, Alpini, Fanti, Cavalieri, Carabinieri in congedo, organizza venerdì 24 aprile alle 9:30 di fronte al palazzo del Municipio. In presenza dei compagni e della cittadinanza i ragazzi, utilizzando dei cartelloni, illustreranno il lavoro svolto a scuola grazie al contributo di Raffaela D’Attilio della Spasema e il coordinamento delle insegnanti di lettere Monica Dal Molin e Francesca Criscino. Ad accompagnarli i brani dei colleghi frequentanti l’indirizzo musicale, guidati dal professore di chitarra Stefano Brancaleone, e le canzoni cantate sotto la direzione dell’insegnante di musica Erika De Bortoli.
Quest’anno gli alunni hanno approfondito le vicende degli IMI.
IMI, Internati Militari Italiani, è la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania Nazista nei giorni immediatamente successivi all’armistizio e al proclama Badoglio dell’8 settembre 1943.
Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Coloro che si rifiutarono di collaborare con il Reich e con la Repubblica sociale italiana vennero in un primo momento considerati prigionieri di guerra, ma poi cambiarono status divenendo “internati militari” privi delle garanzie della Convenzione di Ginevra e infine, dall’autunno del 1944, lavoratori civili, in modo da essere utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa.
Questo destino riguardò 809.722 italiani catturati, dei quali 321.000 in Italia 430.000 nei Balcani e 58.722 in Francia, che vissero in gelide baracche con un solo pagliericcio e una sola coperta a testa e poco combustibile per le stufe, quando fuori si raggiungevano i -20°. Le condizioni igieniche erano precarie: niente servizi, né acqua potabile né sapone, con risultato la diffusione di numerose malattie.
Sin dal loro rientro in Italia, che iniziò nel giugno del 1945 e si concluse nel febbraio del 1947, gli IMI rappresentarono una realtà che la storia ha faticato a gestire. La patria li accolse in una generale indifferenza e talora con malcelata ostilità. Solo negli anni 80/90 vi è una revisione storica della loro epopea. Si dovrà aspettare il 2006 una legge della Repubblica che concesse, su domanda, quale riconoscimento la medaglia d’onore che purtroppo fu postuma per i più.
Il loro rifiuto a collaborare con il nazifascismo che li condannò ai lager -come afferma il professor Giovanni Monico dell’Anpi Cadore- fu sostanzialmente un rifiuto della guerra, una conferma di fedeltà al giuramento prestato. Un rifiuto capace di mettere ad alto prezzo personale, in secondo piano, la paura la fame e la solitudine e le umiliazioni per privilegiare: l’onore e la dignità personale. Fu un rifiuto al fascismo e al nazismo e la loro visione razzista e disumanizzante del mondo. Fu il loro modo per affermare alcuni principi che poi saranno costitutivi della dichiarazione universale dei diritti umani. Le ideologie di quel periodo, che recarono oltraggio e offesa alla dignità umana, furono sconfitte, ma non rifiutate e rigettate. Non sono eliminate! Perdurano ancora oggi, hanno sostenitori e propagatori.
