La bocciatura della riforma della Giustizia Meloni-Nordio chiede di riformare la Costituzione senza forzare verso un nuovo patto tra Stato e cittadini
I sondaggi che non hanno visto arrivare l’ondata “No War, No Kings” e la valanga di NO che boccia le destre al governo
Lunedì 23 marzo, a dispetto delle previsioni e delle scorciatoie demoscopiche che davano per scontato un vantaggio del Sì con una partecipazione al voto oltre il 46%, i risultati ufficiali hanno rovesciato la narrazione: No 15.085.410 (53,8%), Sì 13.250.709 (46,2%), con un’affluenza nazionale del 55,69%, 28.640.223, dato complessivo estero incluso.
I cittadini si sono recati alle urne oltre la fatidica soglia delle metà più 1(uno) degli aventi diritto, di fatto hanno “ abrogato ovvero respinto” l’iniziativa governativa volta a sottometter -in prospettiva– i Pubblici Ministeri all’Esecutivo pro-tempore in carica. Inoltre, l’iter legislativo pervicacemente seguito dal Presidente del Consiglio per approvare il ddl costituzionale noto come “riforma della giustizia” è stato caratterizzato dal mancato apporto del Parlamento, Camera e Senato che nell’ottobre del 2022 avevano dato la fiducia a Giorgia Meloni e alla sua compagine ministeriale. Di conseguenza, si può affermare -non certo dal punto di vista formale-ma sicuramente da quello sostanziale che il Governo Meloni al primo interpello del “popolo sovrano” a cui il Presidente di Fratelli d’Italia sovente si richiama, è stato fragorosamente e indiscutibilmente bocciato.
Una sonora disfatta, un’evidente débâcle che finora non ha comportato alcuna precisa assunzione di responsabilità politica di Giorgia Meloni, se non un video frettoloso, un qualche straccio minore dimessosi su “spinta del capo”.
In quest’ultimo week end, qualcosa è accaduto. Meloni si è recata nel Golfo alla ricerca di petrolio e una foto-opportunity che confermi la leadership. A Roma le opposizioni l’hanno letta come diversivo post‑referendum, più immagine che sostanza. In ogni caso, la differenza la fanno I fatti: la Spagna ha prezzi dell’elettricità spesso molto più bassi (effetto rinnovabili), un gruppo di Paesi, Italia‑Germania‑Spagna‑Portogallo‑Austria ha chiesto all’UE un prelievo sugli extraprofitti (con proteste dell’Unione Petrolifera già arrivate a Bruxelles) e su Hormuz un segnale concreto. È transitata la portacontainer CMA CGM Kribi, della compagnai armatoriale francese CMA CGM (bandiera maltese), con AIS “armatore/proprietario Francia”. L’Italia è stata gentile: ha portato la propria solidarietà ai cittadini del Qatar e degli Emirati Arabi, ne avevano bisogno dopo le bombardate ricevute dall’Iran in risposta all’aggressione dell’alleato americano.
Tornando al successo del NO nelle urne referendarie facile intravvedere, in controluce, l’energia vitale che i sondaggi non hanno misurato: quella generazione “No Kings, No War” che in queste settimane ha riempito piazze e cortei.
A Roma, sabato 28 marzo, la partecipazione è stata oggetto del consueto balletto di cifre (25mila secondo fonti dell’ordine pubblico, 300mila secondo gli organizzatori), ma il dato politico resta: una mobilitazione ampia, prevalentemente ordinata, e senza le scene già viste a Torino quando gruppi di black bloc si sono infiltrati in un corteo e hanno innescato scontri.
Questo non assolve le provocazioni: le foto di Meloni, Nordio e La Russa a testa in giù accanto a una ghigliottina sono state esibite e hanno meritato (meritano) condanna netta, proprio perché marginali e gratuite rispetto a decine di migliaia di persone scese in strada per parlare d’altro.
E qui nasce la domanda scomoda: perché i media nazionali e quelli filogovernativi in particolare, sanno zoomare con zelo sull’idiozia simbolica di pochi, ma faticano a mantenere lo stesso fuoco sulla persistenza della crisi umanitaria a Gaza, dove – secondo report ONU e non solo – continuano a registrarsi attacchi e vittime anche nella fase di tregua?
Il “Board of Peace” è stato un’occasione propagandata come rafforzamento della tregua, nella pratica somiglia a un teatro con un solo regista Donald Trump, a cui spetta sia la governance evocata che la ricostruzione promessa. Intanto, dalla prima riunione operativa del 19 febbraio 2026, su Gaza, sul terreno il conflitto bellico accresce le vittime di guerra.
Perfino fonti giornalistiche israeliane vicine all’IDF- Forze di Difesa Israeliane- considerano “largamente plausibile” un ordine di grandezza attorno a 70.000 morti a Gaza (sterminio o genocidio?) : un numero che, al netto del lessico utilizzato, è già una condanna storica per chi l’ha attuata: il Governo presieduto da Benjamin Netanyahu
Rai Radio 3 (Tutta la città ne parla, 30 marzo) mette a verbale ciò che la “vetrina” del Board of Peace prova ad oscurare: a Gaza l’emergenza non passa, si incancrenisce. La “fase due”- disarmo, ritiro, amministrazione, ricostruzione- è già ‘fantascienza”, mentre la crisi si misura in cose concrete: valichi chiusi, medicine introvabili, personale medico inesistente, cibo che non c’è, bambini e adulti che muoiono affamati e disidratati.
Le 37 ONG attive in Gaza sulle quali pendeva un provvedimento di espulsione adottato da Israele, per il momento, sono state risparmiate dall’ Alta Corte. Queste organizzazioni non dipendenti dai governi e senza fini di lucro, possono continuare adoperare, ma senza alcuna garanzia sul domani. Intanto, le condizioni di vita dei Palestinesi già pessime, si aggravano ancora di più. È l’idea stessa di poter sopravvivere che si affievolisce, riducendosi a una sospensiva, a una scadenza, a un ricorso.
Nel frattempo, Netanyahu -destinatario di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale -guida un governo che ha provato a restringere perfino la presenza umanitaria. E l’Italia? In questa recita rischia la parte della comparsa: un “osservatore” col cappellino rosso MAGA metaforicamente calzato al ministro Tajani, mentre la nostra politica estera si riduce al vademecum di sopravvivenza domestica certificata dalla Farnesina: “se ci sono droni, non affacciatevi, non andate per strada e speriamo che passi”, invece che a una postura mediterranea riconoscibile e stimabile.
Ancora. È dell’altro ieri il deferimento dell’Italia da parte della medesima CPI all’Assemblea degli Stati per mancata cooperazione nel caso Almasri, il generale libico accusato di omicidi e torture. L’atto è conseguente alla negata autorizzazione -approvata dalla Camera nell’ottobre 2025- a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario Mantovano per la gestione del rimpatrio su un volo di Stato. Tuttavia, il PcM , pur nel pieno di una vicenda dal peso internazionale, ha scelto a lungo una linea di distanza comunicativa, cioè di non metterci la faccia, intervenendo personalmente solo in un secondo momento e a seguito di tante insistenze dei parlamentari.
Nel 2006 Giulio Andreotti (D.C.) disse in Senato, non in una piazza militante ma nel cuore delle istituzioni: «Ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e vi fosse rimasto per cinquant’anni senza prospettive per i figli, sarebbe diventato un terrorista». Non era una giustificazione della violenza, ma una lezione di realismo politico.
Senza giustizia non esiste sicurezza, la pace non nasce dai “board” né dalle vetrine, ma dalla fine delle condizioni che rendono la disperazione un destino.
Il 23 gennaio 2026 la Presidente del Consiglio arrivava a evocare perfino il Nobel per la pace a Donald Trump, dicendo di confidare che possa “fare la differenza” per una pace giusta e duratura in Ucraina. Poco tempo dopo, mentre la guerra in Iran infiammava lo scenario mediorientale e trascinava con sé la crisi energetica, l’Italia scopriva che la “pace” qui si misura spesso in centesimi al litro e in finestre temporali da decreto. Il primo atto d’urgenza, incidentalmente temporizzato sulla cadenza referendaria porta una riduzione “secca” di circa 20 centesimi al litro (che con l’IVA diventa circa 24-25), per solo venti giorni iniziando il 19 marzo e finendo i primi di aprile. Il 3 aprile il CdM ha prorogato il “taglio delle accise ” fino al 1 di maggio prossimo, misura tampone come tante altre volte è capitato.
Sarà interessante verificare se i soldi, verranno “attinti” da risorse statali assegnate alle Regioni, sanità e trasporti e al fondo delle Università. L’esecutivo sta giocando con i capitoli di bilancio corrente, come il gioco delle tre carte dove vince chi tiene il banco, il Governo.
D’altra parte, la “pontiera” – quella che altrove (i giornali inglesi) hanno ribattezzato “Trump’s whisperer ” – non è riuscita nemmeno a portare Trump in Italia come ospite politico. A Roma Trump è arrivato, sì ma per tutt’altro: i funerali di Papa Francesco, celebrati il 26 aprile 2025, dopo la morte del Pontefice il 21 aprile. Un viaggio di protocollo e telecamere: più cornice che relazione, più liturgia che politica.
Intanto, sul fronte interno, la cifra di questi anni resta la disintermediazione: meno Parlamento e più comunicazione; meno confronto e più racconto. L’aula, quando serve, diventa accessorio; la “relazione col Paese” passa dal video e da interviste a tasso di conflitto molto controllato. E guarda caso la presenza mediatica si è intensificata proprio nelle settimane che hanno preceduto il voto: non per chiarire, ma per presidiare il frame. Il risultato, poi, è oramai noto.
Qui entra in ballo una regola semplice della democrazia parlamentare: quando il corpo elettorale boccia – a maggioranza netta – un’iniziativa presentata come fondativa del patto di governo, il dovere non è teatrale: è istituzionale. Non si tratta di dimettersi “per forza” (la maggioranza avrebbe con ogni probabilità rinnovato la fiducia), ma di presentarsi nelle Camere per rendere conto: perché la legittimazione politica, passa da lì almeno e finché la Repubblica Italiana resta di natura “Parlamentare”.
Invece, dopo il voto, la gestione somiglia a quella dei cocci: prima le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi. Bartolozzi era già diventata un caso pubblico per la frase – testuale – “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura… plotoni di esecuzione”. Non proprio uno scivolone, una gaffe come qualcheduno ha sostenuto, ma un modo di intendere la riforma dichiarato a voce alta. Subito dopo arriva anche l’uscita di Daniela Santanchè dal governo, dopo l’invito esplicito della premier a seguire l’esempio.
E mentre cadono teste, resta la domanda che non si può archiviare con un cambio di caselle: tutti costoro hanno giurato sulla Costituzione, e l’articolo 54 non è un ornamento (“disciplina e onore”). Il punto non è la retorica dell’allarme – che in campagna referendaria ha prodotto frasi e profezie apocalittiche– ma la sua conseguenza politica: se chi governa normalizza l’eccesso, delegittima i poteri di garanzia, e poi riduce la responsabilità a un rimpasto narrativo, il problema non è lo stile. E’ in discussione la sostanza della legalità e della moralità repubblicana.
Un Paese bloccato da metodi sbagliati con una classe dirigente senza responsabilità, .
Il punto non è “giustizialismo”: è disciplina e onore. Perché se il Parlamento diventa lo scudo che impedisce il processo richiesto dall’autorità giudiziaria – autorizzazione negata – allora la domanda è politica prima che penale: chi serve chi? E se la stessa logica prova a estendersi come “ conflitto di attribuzione” contro la Procura, caso Giusy Bortolozzi, il messaggio è ancora più netto: non si difendono le istituzioni, le si usa.
“Disciplina e onore” non sono un timbro sul giuramento: sono il confine tra servire la Nazione e servirsi delle istituzioni.
Nel 2013 Josefa Idem (PD) ministra nel governo Letta, lasciò l’incarico in meno di due mesi, travolta da una vicenda Ici/Imu: dopo il colloquio con Letta si dimise dicendo che la scelta era già maturata, senza aspettare “il giudicato” e senza invocare scudi. È questo il discrimine: disciplina e onore come “sensibilità preventiva”, non come contabilità di sentenze.
In questo tempo meloniano, Augusta Montaruli (FdI) si è dimessa da sottosegretaria solo dopo una condanna definitiva (Cassazione) per peculato. E Daniela Santanchè (FdI) ha resistito a lungo, dimettendosi solo dopo una richiesta pubblica della premier, preceduta di un sol giorno dal Sottosegretario A. Delmastro (Ind-Avv. di GM) rimasto tranquillamente nel suo incarico benché condannato, in primo grado, a otto mesi di carcere. Sul caso Almasri, inoltre, la richiesta di autorizzazione a procedere arrivò per Nordio (FdI)–Piantedosi–Mantovano, ma la Camera la negò.
Quando “disciplina e onore” coincidono solo con la sentenza passata in giudicato la politica smette (ha smesso da tempo) di essere etica pubblica.
Chi colse fino in fondo l’importanza e la drammaticità dell’assenza di moralità nella società italiana e specialmente in chi soggetto/entità privata o pubblica o socio-economica -qui poco importa- gestisce potere in rappresentanza della collettività per il bene di tutti, fu Enrico Berlinguer- Partito Comunista Italiano (PCI) intervistato da E. Scalfari a luglio 1981. Sono trascorsi più di 44 anni la “ questione morale” è ancora lì tutta da risolvere, come tante altre “riforme strutturali” di cui l’Italia ha estrema necessità. Il ceto dirigente pensa a sé stesso, alle relazioni parentale ed amicali, alla propria categoria sociale e qui termine “l’interesse pubblico” perseguito. Sporadicamente qualche eccezione c’è, appunto!
L’intreccio fra Sì e No per fasce d’età, questione SUD, centri storici versus periferie delle città e il caso Veneto: le località turistiche
Il voto italiano ha mostrato una frattura molto netta: Nord più favorevole al Sì, Centro‑Sud fortemente orientati verso il No, ma questa geografia si intreccia profondamente con l’età. Le fasce giovani (18‑34) e medio‑giovani (35‑54) hanno espresso una preferenza maggioritaria per il No, mentre il Sì emerge solo nella popolazione over 55, più concentrata nel Nord e nei piccoli centri. Questo schema demografico spiega perché il Sì riesca ad affermarsi in alcune regioni settentrionali nonostante le grandi città votino compatte per il No. I giovani – inclusi i laureati, talvolta soprattutto loro – hanno votato contro la riforma non per un’adesione ideologica tradizionale, ma perché leggono i processi politici attraverso categorie valoriali come tutela dei deboli, giustizia sociale, controllo del potere e difesa dei diritti fondamentali. È una generazione che rifiuta l’accentramento del potere, diffida dell’autorità, è sensibile alle asimmetrie (sociali, economiche, militari) e tende a percepire ogni riforma istituzionale attraverso la domanda: «rafforza o indebolisce le tutele per chi ha meno?».
Perché il Sì prevale nei quartieri ricchi e perché il No domina nelle aree periferiche
Nelle grandi città italiane il voto si divide lungo linee socio‑economiche molto nette: i quartieri più ricchi, centrali, istruiti e professionalizzati hanno premiato il Sì, mentre le periferie popolari, più giovani e più vulnerabili, hanno scelto il No in modo compatto. Le ragioni sono legate alla comprensione – nei centri benestanti – della mutata posizione del PM, percepito non più come “soggetto terzo” ma come parte dell’accusa. Le élite urbane, alfabetizzate al linguaggio giuridico e spesso con relazioni professionali nel mondo del diritto, hanno intuito che questo nuovo assetto rende il processo più “competitivo” e meno inquisitorio: un contesto nel quale chi dispone di risorse economiche, avvocati forti e capitale sociale gode di un evidente vantaggio.
Le periferie, pur senza un’analisi tecnica, hanno percepito intuitivamente l’effetto opposto: la riforma riduce una delle poche protezioni effettive per i cittadini più esposti, perché un PM meno indipendente e più gerarchizzato rischia di essere meno capace di tutelare chi non ha potere. In queste zone, segnate da precarietà, sfiducia nelle istituzioni e contatto diretto con forme di disuguaglianza, il No diventa un voto di difesa: un modo per impedire che l’equilibrio tra Stato e individuo si sposti ulteriormente a favore dei forti. Da un lato quindi il Sì come “razionalizzazione” percepita dai quartieri alti; dall’altro il No come protezione dal rischio di una giustizia ancora più sbilanciata.
Nel meridione un voto più “libero” e meno monetizzabile
Sul Mezzogiorno, il punto interpretativo più robusto non è la caricatura “mafie = voto”, ma la diversa commerciabilità del consenso. In elezioni locali e regionali sono emersi casi e cronache di compravendita del voto con “prezzi” espliciti (ricorrenti sono i “50 euro”) o scambi in forma di promesse e favori: episodi come Portici (Napoli) , Triggiano (Bari) e sequestrati 11 milioni di € tra Terracina (Na) e San Felice al Circeo (Roma) sono entrati nel dibattito pubblico proprio per questo.
In un referendum costituzionale, però, questa leva è strutturalmente più debole: non c’è un candidato da far eleggere, non ci sono preferenze “spendibili”, non c’è un ritorno immediato da redistribuire. Ne deriva una possibilità concreta –non assoluta, ma plausibile-di un voto più libero e meno monetizzabile, quindi più aderente alla percezione reale degli elettori rispetto a consultazioni di potere. Ed è anche un motivo per cui il Sud può diventare, nei referendum, più “sincero” di quanto non appaia altrove
Veneto: i
Le 5 città che votano NO e i Comuni fortemente turistici che votano SÌ
Il Veneto è il caso più istruttivo: regione dove il Sì prevale con il 58.4% , ma non nelle città. Il Veneto, alla fine, ha fatto ciò che gli riesce meglio: distinguere. Le città capoluogo – Treviso compresa, nonostante il ministro di casa e un sindaco leghista – hanno votato NO con sobria autonomia di giudizio, mentre la costa e la montagna turistica hanno salutato il SÌ con percentuali da alta stagione: 77% Cortina, Jesolo al 70% e a ruota con % di poco inferiori tutta la costa adriatica da Rosolina a Bibione. Non una contraddizione, ma una ripartizione dei ruoli: dove si governa e si studia si approfondisce, dove si lavora in filiera si aderisce ai più tanti. Il pluralismo territoriale come ultima forma di educazione civica, senza bisogno di proclami.
La crepa nell’elettorato di appartenenza, se il “popolo di partito” non sta alle direttive
Il voto NO espresso da una quota tutt’altro che marginale dell’ elettori dentro i due campi politici è una spia più istruttiva di molte dichiarazioni post urne. Precisiamo subito: si tratta di stime (non dati ufficiali), perché non esistono dati certi sull’orientamento politico individuale degli elettori. Secondo una rielaborazione YouTrend, nell’elettorato di centrodestra il 22% non ha votato SÌ: l’11% ha votato NO e un altro 11% si è astenuto, cioè ha scelto di non seguire la consegna dei partiti di governo. Nel campo largo la compattezza è molto più alta: 85% NO, 10% astensione, 5% SÌ. Annotiamo che anche nel campo largo esiste un Sì minoritario, e proprio questo rafforza l’idea che la questione “giustizia” non sia archiviabile solo perché questa riforma è stata rifiutata. Secondo SWG/La7 nel PD ha votato Sì “poco meno del 9%” degli elettori, e nel M5S circa il 17%.
NO al referendum plebiscitario, cosa chiede la fotografia della realtà uscita dalle urne?
La Costituzione si avvicina agli ottant’anni (2 giugno 2026) e resta l’architrave dell’equilibrio tra i poteri riconfermato ancora una volta- da quasi il 60% dell’elettorato. Un voto così partecipato ha comunque un significato politico oltre il merito tecnico della materia.
Dunque: “tutto in ordine”, non serve altro? Certo che no. La riforma è stata respinta, ma la richiesta di processi più brevi e più efficienza del servizio “giustizia” resta e non sparisce dopo lo spoglio, La riforma cassata, Meloni-Nordio, s’aggiunge al lungo elenco di tentativi riformatori mancati per aggiornare la Magna Carta, anche quella respinta lo scorso mese poco aveva a che fare con il funzionamento dei tribunali.
Il filo che connette i fallimenti delle riforme costituzionali (1983–2026), il metodo seguito
Dalla Bicamerale Bozzi (1983/85), a quella De Mita–Iotti (1993/95) e infine alla Commissione D’Alema (1995/977), proseguendo con le riforme costituzionali Berlusconi 2006, Renzi 2016 e Meloni 2026, il tratto comune non è tanto l’ideologia né la qualità tecnica dei testi. Il filo conduttore è il metodo. Riforme pensate più come strumenti di governo, che come patto fondativo e rinnovativo. Tutti questi tentativi hanno condiviso una stessa impostazione di fondo: la Costituzione come “mezzo” per migliorare la governabilità e non come “fine” da preservare attraverso consenso largo e duraturo. Il cittadino ha risposto sempre allo stesso modo, difendendo ciò che c’era e com’era, respingendo ogni forzatura maggioritaria. Va da sé che il problema non è “se” riformare la Costituzione, ma “chi” e “come” si può farlo.
Il precedente europeo: quando manca il soggetto costituente
Questa dinamica non riguarda solo l’Italia. La storia dell’integrazione europea lo dimostra con la stessa chiarezza. Alcide De Gasperi (D.C.) aveva immaginato un’Europa autonoma, sovrana e federata, dotata di competenze proprie ed esclusive, esemplificando difesa, politica estera, fiscalità, infrastrutture, e non una semplice cooperazione tra Stati. Già nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, con il progetto di Comunità Europea di Difesa-C.E.D, sostenuto anche dagli Stati Uniti di Eisenhower, allora Segretario Generale della N.A.T.O. istituita nel 1949, venne il nodo decisivo: federazione o confederazione. Sempre il leader trentino chiamò a collaborare con l’esecutivo Altiero Spinelli ( P.C.I e fondare del Movimento Federalista Europea-MFE) al fine di misurare la volontà politica dei governi nazionali di: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo.
I due esponenti politici, l’uno di estrazione cattolica e l’altro marxista-federalista, consideravano la costruzione europea come un effettivo processo di devoluzione di competenze statali alle istituzioni federali. Non bastavano istituzioni europee in cui ogni Paese avrebbe potuto la sua rappresentanza attraverso i propri governanti, ma di istituzioni europee tendenzialmente indipendenti dagli Stati. Il principio federalista richiedeva infatti la creazione di un’autorità politica svincolata dalle priorità dei singoli Stati, che andasse oltre la mera cooperazione e fosse autenticamente sopranazionale ed in grado di rappresentare nel mondo l’interesse europeo in sé e per sé. I due padri fondatori ritenevano che l’unione europea dovesse essere un’opera realizzata dagli stessi popoli europei e non dalle varie agenzie specializzate, dalle diplomazie o da efficienti burocrazie sovranazionali.
La scelta di un’Europa soggetto politico sovrano ed indipendente non è stata né perseguita né realizzata se non per stratificazioni ordinamentali successive che hanno dato vita prima alla CECA, poi alla CEE e quindi alla UE odierna.
Crollato il Muro di Berlino nel 1989, nessun leader europeo ebbe il coraggio di riprendere la rotta federalista immaginata da De Gasperi. La finestra storica si chiuse dieci anni dopo, nel 1999, con l’arrivo al potere di Vladimir Putin e il ritorno della dottrina della “Grande Russia”. L’elezione di Donald Trump nel 2024 ha poi demolito l’ultimo alibi: la sicurezza europea non era un diritto acquisito, ma un servizio in outsourcing. Il conto è stato presentato brutalmente, con l’accusa agli europei di essere stati “parassiti” della protezione americana. Falso! Ma quando a dirlo è il Presidente della potenza militare più forte del pianeta, la percezione diventa politica estera e il conto arriva comunque.
L’Europa che conosciamo oggi non nasce da un atto costituente, ma da una lunga sedimentazione di aggiustamenti progressivi, non una decisione fondativa. L’ entrata in vigore dell’euro nel 2002 e l’allargamento a 27 Stati nel 2013 hanno rafforzato alcune competenze sovranazionali -concorrenza e moneta, per citarne due – senza però affrontare il nodo essenziale: un sistema unico di sicurezza ai confini. Un’Unione forte nei vincoli e nelle procedure, ma priva di quell’architettura politica che solo un soggetto costituente avrebbe potuto costruire. Quando manca una legittimazione costituente, il risultato è sempre lo stesso: rigetto, svuotamento, paralisi.
Se il filo conduttore dei fallimenti sta nel “metodo”, allora “l’unica via coerente” è una “Assemblea Costituente”, non perché “tutto va rifatto”, ma perché solo un soggetto costituente, espresso dal popolo sovrano può toccare una Costituzione senza spezzarla.
E in questo contesto, l’Assemblea costituente qui proposta non è una scelta ideologica, ma come l’unica via razionale rimasta per affrontare le sfide nel rivedere non le fondamenta , né i muri maestri, né il tetto, ma gli impianti strumentali funzionali ai principi fondamentali.
Elezioni politiche 2022: poco più di un milione e mezzo di voti, alla Camera, separa la somma di centrosinistra+M5S+Terzo Polo/Altri dal centrodestra; ma quel vantaggio resta disperso in tre recinti non comunicanti, mentre il sistema premia chi si presenta unito nei collegi. Il risultato è che il centrodestra conquista la maggioranza e forma il governo: non solo perché è la coalizione più votata alla Camera (12.299.648 voti, 43,79%), ma perché riesce a tradurre l’aggregazione elettorale in una quantità di seggi sufficienti a reggere l’esecutivo.
È su questo sfondo e non per delegittimare il voto, che ha senso chiedersi come una maggioranza interpreta la Costituzione quando decide di metterci mano.
Per capire il rapporto dell’attuale maggioranza con la Costituzione, conviene ricordare una sintesi documentale: la fiamma tricolore nel simbolo di Fratelli d’Italia si iscrive in una genealogia politica che parte dal MSI (fondato nel dicembre 1946 da un gerarca fascista P. Romualdi e da un giovane fascista G. Almirante convinto sostenitore della Repubblica di Salò ultimo baluardo di B. Mussolini) alla svolta di Fiuggi (1995, scioglimento del MSI e nascita di Alleanza Nazionale) fino a FdI (2012), che mantiene la fiamma nel proprio marchio. Forza Italia, è un partito fondato nel 1994 da un imprenditore che ne è stato proprietario, ora è nella disponibilità dei figli. La formazione è caratterizzata per essere strumento di rappresentanza e tutela degli interessi aziendali del leader promotore trasferiti agli eredi. La Lega, nata come movimento secessionista, evoluta in chiave autonomista, oggi è nazional-populista.
Trattasi di elementi di fatto, non un giudizio sul voto di oggi, tuttavia sono dati che pesano quando si pretende di intervenire sugli equilibri costituzionali. Chi non ha partecipato alla nascita della Costituzione, e non ne ha interiorizzato lo spirito fondativo antifascista e pluralista, tende a leggerla più come un vincolo da aggirare che come un patto da custodire. Da qui una difficoltà non episodica, ma “culturale” , a praticarne i principi nelle condotte quotidiane di governo: dal rapporto con i poteri di garanzia, alla concezione del Parlamento, fino all’uso della maggioranza come strumento risolutivo.
Dopo quarant’anni di fallimenti, serve un nuovo patto costituzionale
Dalle bicamerali del secolo scorso alle riforme costituzionali affossate del 2006, 2016 e 2026, inclusa quella dell’Autonomia Differenziata svuotate dalla Corte costituzionale, il filo rosso è sempre lo stesso: la Costituzione non accetta forzature di parte. Non è fallita l’idea di riformare, è fallito il metodo: maggioranze pro‑tempore
Una precisazione preliminare è necessaria. Parlare oggi di Assemblea costituente non significa azzerare la Costituzione. I Primi dodici articoli, i Principi fondamentali, costituiscono l’identità repubblicana e rappresentano un nucleo di rigidità sostanziale che nessuna maggioranza può forzare. Ogni ipotesi costituente può muoversi solo dentro questo perimetro, non contro di esso.
Le considerazioni fin qui svolte conducono, anche se in modo schematico, ad alcuni primi spunti da approfondire ulteriormente per perfezionare l’iter proposto:
- a) Assemblea costituente (modello 1946)
Un’Assemblea Costituente ha mandato limitato (12 mesi, eventualmente prorogabili una sola volta), competenze delimitate e 100 membri, eletti contestualmente alle elezioni politiche con soglia di accesso al 3%. Un modello che richiama il 1946 non per nostalgia, ma per metodo: rappresentanza ampia, tempo certo, oggetto chiaro.
- b) Europa soggetto politico, sovrano e indipendente
L’Europa immaginata dai padri fondatori era un soggetto sovrano a struttura federale, dotato di poteri propri e capace di esercitare una sovranità condivisa. Una visione che si è sempre confrontata con l’impostazione opposta: l’Europa delle Nazioni, radicata nell’idea che l’integrazione debba garantire le identità nazionali con poche funzioni devolute all’organismo sovranazionale “Europa”. È un confronto antico, già espresso nell’ultimo discorso pubblico di Benito Mussolini al Teatro Lirico di Milano nel 1943. Oggi l’Unione Europea è la terza economia del pianeta, dopo USA e Cina, ma non un soggetto politico compiuto.
La sua architettura istituzionale resta un ibrido: un’automobile con lo stesso motore e la stessa carrozzeria, ma guidata da due autisti. Da un lato il Parlamento eletto dai cittadini e chiamato a votare la Commissione; dall’altro il Consiglio europeo, che riunisce i Capi di Stato e di Governo e determina le decisioni principali. Occorre decidere, una volta per tutte, quali competenze statali trasferire all’Europa e sancirle in una Costituzione rinnovata. Senza questa scelta, l’Unione resterà un gigante economico e un nano politico, terra di conquista dei nuovi (vecchi) “feudatari”: Trump, Putin, Xi Jinping.
- c) Italia da Repubblica Parlamentare e Repubblica Federale
Il regionalismo ordinario istituito nel 1970 incompleto dopo 56 anni e privato oramai di significato reale dopo la bocciatura sostanziale della riforma “Meloni-Calderoli”, l’immotivato mantenimento delle “regioni speciali” dell’Arco Alpino dopo l’allargamento territoriale della UE a 27 Paesi, comporta -una volta per tutte – la necessità di un riassetto organico e funzionale dell’intera questione. Un modello di riferimento può essere la Repubblica Federale Tedesca: 16 Länder per oltre 80 milioni di abitanti, un Cancelliere forte, un Presidente garante, un federalismo cooperativo che tiene insieme unità e autonomie senza conflitti permanenti. Un assetto che rafforza l’esecutivo senza comprimere i contrappesi. SI coglie l’idea di un Premier eletto in diretta, ma con 10/12 Stati federati di contrappeso: Centro Forte e Periferia altrettanto, rimane il Presidente della Repubblica.
Restano quindi alcune “tecnicalità” per un buon funzionamento del sistema democratico
d1) Mandato parlamentare
Rappresentare la Nazione è un servizio da svolgere a tempo pieno ed è incompatibile con qualsiasi altra attività, anche se gratuita. Se invece si ritiene che servire il popolo sovrano sia un’attività residuale, da svolgere part‑time, da remoto o in differita, allora occorre dirlo esplicitamente, stabilendone il principio in Costituzione e poi in legge quantità e tipologia di redditi cumulabili con l’indennità parlamentare. Essere deputati o senatori non è obbligatorio, né è prescritto da una ricetta sanitaria per migliorare il proprio benessere psico‑fisico: è una scelta, e come tale comporta rinunce.
d2) Partiti, class action e conflitto d’interessi
I partiti sono associazioni private, ma scelgono chi si candida e, se eletto, governa la res publica a nome di tutti. Quando il pre‑scelto non ha qualità adeguate: moralità, competenza, professionalità- e legifera o amministra male, provocando inadempimenti, danni e sprechi, non paga dazio il partito che lo ha candidato conoscendone i limiti, ma l’istituzione di appartenenza: cioè il cittadino contribuente.
La Costituzione parla di “metodo democratico”: ma cosa significa, se non si chiarisce come si seleziona la classe dirigente interna ed esterna al partito, quali responsabilità scattano quando le scelte sbagliate di candidati producono danni collettivi? In assenza di regole effettive sul conflitto di interessi e con strumenti come il blind trust ridotti a finzione giuridica, il rischio è che la democrazia resti procedura senza responsabilità. Inutile fare i bla bla televisivi sulla disaffezione al voto. I concetti qui espressi vanno esplicitati almeno in una qualche ulteriore riga dell’art statuito nel patto siglato nel 1948. Altra epoca, altri politici, altra “coscienza civica” del ceto dirigente.
Per uscire dall’impasse serve separare il momento costituente dalla contesa politica ordinaria.
Una coscienza civica matura non si chiede con chi si cammina, ma verso quale meta. Non guarda da dove viene il compagno di viaggio, ma la direzione e la condivisione del percorso.
Se dunque la politica si è arroccata, ignorando la questione morale e le sfide europee, l’unica via d’uscita è tornare alla fonte: un’Assemblea Costituente. Non per tornare al passato, ma per attuare finalmente quel sogno di De Gasperi e quella pulizia democratica chiesta da Berlinguer. Perché l’Assemblea e un nuovo patto negoziale?
Perché se l’obiettivo è affrontare le sfide del terzo millennio nel rispetto dei principi repubblicani, allora indire oggi un’Assemblea Costituente è un’occasione da non perdere: offerta a chi ha scritto e difeso la Costituzione e anche a chi ne è rimasto ai margini e a chiunque accetti di mettere il futuro al riparo dalle forzature non tornando al passato remoto.
10 aprile 2026 Enzo De Biasi
Fonti:
Gaza 30/03 RAI radio 3 in particolare dal quarantesimo minuto, reset Europe -A. De Gasperi
Basta Parlamentare Part Time, Autonomia Differenziata mancata in Veneto
