Aggiornamento delle 19:30 del 25/03/2026
La ministra Santanchè ha dato le dimissioni. Dopo quelle del sottosegretario Delmastro e della capa di gabinetto del Guardasigilli Nordio, Giusi Bartolozzi, cade anche la testa della ministra del Turismo Santanchè.
Il caso del Ministro della Giustizia Filippo Mancuso (1995-1996) è fondamentale perché ha stabilito il precedente giuridico che permette oggi di rimuovere un singolo ministro senza far cadere l’intero Governo.
Ecco come si è svolta quella vicenda e perché è ancora oggi il “manuale” per gestire un ministro che non vuole dimettersi:
Il contesto: lo scontro Mancuso-Dini
Nel 1995, Filippo Mancuso era Guardasigilli del Governo tecnico guidato da Lamberto Dini. Il ministro entrò in contrasto frontale con il resto dell’esecutivo e con la maggioranza parlamentare, in particolare sulla gestione delle ispezioni ai magistrati del pool “Mani Pulite”. Nonostante l’invito a dimettersi del Presidente del Consiglio e dello stesso Presidente della Repubblica (Scalfaro), Mancuso rifiutò categoricamente, sostenendo che la Costituzione non prevedesse la revoca.
La soluzione: la sfiducia individuale
Poiché non esisteva una legge specifica sulla “revoca”, il Senato approvò una mozione di sfiducia individuale contro di lui (19 ottobre 1995). Mancuso, però, non si arrese e presentò ricorso alla Corte Costituzionale, sostenendo che la sfiducia potesse colpire solo il Governo nel suo insieme e non un singolo componente.
La Sentenza n. 7/1996 della Corte Costituzionale
La Consulta diede torto a Mancuso, stabilendo alcuni principi cardine che valgono ancora oggi:
Responsabilità Individuale: I ministri sono responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri (Art. 95 Cost.).
Rapporto di Fiducia: Se viene meno la fiducia tra il Parlamento e un singolo ministro, quest’ultimo ha l’obbligo giuridico di dimettersi.
Potere del Premier: La Corte riconobbe che il Presidente del Consiglio deve poter garantire l’unità di indirizzo politico del governo; se un ministro la ostacola, la sfiducia individuale è lo strumento democratico per risolvere lo stallo.
Cosa accadrebbe oggi a Daniela Santanché? Se si seguisse il “precedente Mancuso”:
Il voto: La Camera o il Senato voterebbero la mozione. Se approvata, la Santanché perderebbe immediatamente la qualifica di ministro.
L’Interim: Una volta decaduta, le sue deleghe (il Ministero del Turismo) passerebbero “ad interim” nelle mani di Giorgia Meloni o verrebbero assegnate a un nuovo ministro nominato in tempi rapidi.
Le conseguenze politiche: sarebbe un passaggio traumatico. Vedere una maggioranza che vota contro un proprio esponente per “cacciarlo” è un segno di forte debolezza politica, motivo per cui solitamente si preferisce la strada delle dimissioni “spontanee” dietro le quinte.
