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Referendum: 5 avvocati del direttivo della Camera penale di Belluno replicano ai 31 avvocati per il No

Lette le motivazioni per le quali 31 avvocati del Foro di Belluno (che annovera 291 iscritti) hanno deciso di votare no al prossimo referendum, ci sentiamo in dovere di dare loro una risposta.

Abbiamo letto che dovremmo sapere, quali frequentatori delle aule di giustizia, che la separazione delle carriere non avrebbe poi questa grande utilità.
Rispondiamo che, proprio da frequentatori delle aule di giustizia, facciamo fatica a credere che chi in quelle aule è stato quanto noi, possa esprimersi in tal modo.
Viene da pensare quindi che altre siano le ragioni per le quali sostengono le loro posizioni, pur tentando di dare ad esse un per nulla credibile fondamento tecnico.
In ogni caso i colleghi avrebbero dovuto attivarsi diversi anni fa, quando, con sostegno di destra e sinistra, nella Costituzione è stata espressamente inserita la previsione di un giudice TERZO, quindi non collega di chi accusa.
Un tanto anche in considerazione del fatto che il destinatario del servizio giustizia deve avere tutte le possibil garanzie dell’imparzialità di chi giudica dei suoi diritti e deve poterla percepire, senza neppure poter avere il sospetto che essa manchi.

Amarezza prima ancora che disappunto provoca leggere che la separazione delle carriere non servirebbe, dato che già nel 50% dei processi i giudici assolvono l’imputato “smentendo le tesi accusatorie dei loro colleghi requirenti”.
Non v’è avvocato che non sappia che in quel 50% rientrano anche remissioni di querele, prescrizioni, esiti positivi di messe alla prova, tutte situazioni in cui il giudice, nel non condannare, non smentisce la tesi accusatoria del PM, atteso che lo stesso organo dell’accusa si è pronunciato in tal senso.
Ma soprattutto non possiamo credere che chi fa il nostro stesso mestiere non sappia (ma forse dovremmo dire “non voglia riconoscere”) che il terreno sul quale la colleganza tra chi accusa e chi difende causa spesso conseguenze ancor più gravi non è quello del processo, ove si condanna o si assolve, ma quello delle indagini preliminari, dove il PM chiede al GIP di mettere le persone in custodia cautelare, o di sequestrare le loro aziende, o ancora di mettere nei loro telefoni dispositivi che ne spiano comunicazioni e vita personale.

Sorprende poi che, dopo aver aperto la loro lettera manifestando l’intenzione di mettere a disposizione di chi deve votare la propria competenza, si affermi che ll’indipendenza e l’autonomia della magistratura uscirebbero indebolite dalla vittoria del sí, senza tuttavia menzionare ed analizzare le norme che produrrebbero tale risultato, operazione del resto piuttosto complicata visto che l’art. 105 della costituzione continuerebbe ad affermare tali principi con le stesse parole di oggi, anzi aggiungendo espressamente che essj riguardano anche i pubblici ministeri, cosa che oggi non è detta in quell’articolo.
Grave, oltre che del tutto privo di fondamento, è quindi dare ad intendere che, con la vittoria del sí, rischierebbero di non poter essere celebrati processi come quello del Vajont.

Si afferma poi che il PM, con la riforma, “gestendosi in autonomia le proprie carriere” (ma non si era appena detto che l’autonomia dei magistrati sarebbe minata dalla riforma?!?!), diverrebbe un inquisitore “a discapito dei diritti di difesa dei cittadini”.
Ma da cosa nascerebbe questo rischio non è dato sapere.
Il pm continuerebbe a dover cercare le prove della verità a 360 gradi come il codice di procedura penale gli impone.
Egli potrà essere valutato non sul numero assoluto di condanne che otterrà (non si vede da quale norma possa essere ricavata tale aberrazione), ma potrà eventualmente rilevare, ai fini della valutazione del suo operato, la percentuale di assoluzioni emesse nei procedimenti che ha portato a giudizio.
E questo garantirà una sua maggiore serietà ed un suo maggiore impegno nel richiedere il processo solo quando abbia raccolto elementi veramente idonei a sostenere l’accusa.

Vediamo poi con piacere che la piaga delle correnti che affligge la magistratura è riconosciuta anche dai 31 avvocati che sostengono il no.
Essi affermano tuttavia che non verrebbe sconfitta con il sistema del sorteggio dei componenti del csm.
Riteniamo che sia invece incontestabile che chi debba ringraziare per la propria elezione una corrente abbia molta più possibilità di seguirne fedelmente le indicazioni rispetto a chi invece non debba ringraziare alcuno se non la sorte.
Pensare che anche il sorteggiato sí presti ad accordi e spartizioni se contattato dopo aver conseguito il suo posto dimostra una considerazione della categoria della magistratura che contraddice l’affermazione, che pure troviamo nella lettera pro no, secondo la quale la professionalità ed il senso critico dei magistrati renderebbero superflua la separazione delle carriere.

Ci spiace infine rilevare che quando i colleghi affermano che le decisioni dell’Alta Corte Disciplinare istituita con la riforma non potrebbero approdare avanti alla Corte di Cassazione sono smentiti niente meno che dal dr. Gherardo Colombo che, in un’intervista rilasciata a Travaglio con il dichiarato scopo di fare propaganda per il no, ha dovuto ammettere a malincuore che le sentenze di seconda istanza del nuovo organo sarebbero impugnabili avanti alla Corte di Cassazione per violazione di legge, perché lo impone il settimo comma dell’art. 111 della Costituzione.
Ma i 31 avvocati per il no, che intervengono per consentire un voto consapevole, questa tesi, che non si vede come possa essere contraddetta, neppure la menzionano.

Diciamo quindi ai nostri colleghi che, dopo aver letto il loro scritto con mente aperta, la nostra decisione di votare sí non solo non si è incrinata, ma, se possibile, si è ulteriormente rafforzata.

Siamo altresì convinti che come noi voterà sí anche chi spenderà un po’ del suo tempo per leggere la vostra lettera e la nostra risposta senza farsi condizionare da antipatie per questa o quella forza politica, ricordando che la separazione delle carriere è stata nei programmi anche di forze di sinistra e che la riforma oggi è sostenuta da autorevolissimi esponenti della sinistra stessa.

Il Direttivo della Camera Penale Bellunese “Odorico Larese” Avv.ti Moretti, Cason, Montino, Nicolai, Collostide