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Referendum Giustizia: promesse mancate, costi aumentati, poltrone triplicate e la giustizia che non c’è

Quando la geopolitica presenta il conto: le ricadute in Italia

In questi frangenti stiamo patendo le ricadute della guerra scatenata in Medio Oriente da USA e Israele. Il danno immediato è sotto gli occhi di tutti: benzina a +13 cent al litro, gasolio a +32, poco conta un sollievo di venti giorni e poi? La fisica insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: vale in natura e vale nelle relazioni umane e internazionali. La contromossa iraniana all’aggressione del tycoon e del premier israeliano era dunque facilmente prevedibile. Chi controlla lo Stretto di Hormuz risponde colpendo dove è più efficace, gli Stati vicini all’Iran. La sottovalutazione di questa dinamica da parte di Mr. Maga e Bibi Netanyahu ha amplificato una crisi che inevitabilmente ricade sui prezzi dell’energia. In questo quadro, la posizione italiana del “né concordo né condanno” a dodici data dall’inzio del conflitto bellico, appare poco convincente e plausibile agli occhi di cittadini e imprese chiamati a pagarne il conto nella loro esistenza quotidiana.

Al G7 di pochi giorni fa, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Canada e la stessa Unione Europea hanno finalmente battuto un colpo, opponendosi alla linea unilaterale di DT sull’escalation mediorientale e mostrando di aver compreso che i loro interessi nazionali divergono da quelli della Casa Bianca. Un cambio di passo che potrebbe trovare nella Spagna il primo naturale aderente qualora si formasse una “coalizione di volontari” sul modello di Schengen, dell’euro o delle iniziative comuni durante la pandemia, Covid 2019.

In questo contesto, anche Giorgia Meloni – in trasferta – ha dovuto prendere atto di ciò che pochi giorni prima negava: l’Italia non può essere sempre reggicoda di Washington, e le simpatie politiche verso il presidente americano vengono dopo (molto dopo) un’efficace  tutela dell’interesse nazionale. Potrebbe essere questa un’opportunità  affinché il gruppo dei cinque, e da subito tutte le Nazioni UE che ci stanno,  negozino con l’ Iran il libero transito per lo Stretto di Hormuz delle petrol-gas-metano-niere  verso le rispettive destinazioni. Se gli Ayatollah chiedono di essere pagati in moneta diversa dal dollaro, dove sta il problema? Il blocco navale è -in primis- contro chi ha scatenato la guerra: Usa e Israele non per principio contro tutti. È tempo ed ora che l’Europa acquisisca soggettività “politica”, si sottragga all’arroganza americana e compri ciò che serve agli europei e all’economia laddove beni e servizi, a parità di resa, costano  meno. Insomma, operi – pur conservando e preservando  il proprio patrimonio di ideali e valori occidentali- nel mercato libero e mondializzato da anni. In questa direzione,  Cina ed India hanno già trattando cogliendo i primi risultati positivi. Perché noi no?  O gli italiani devono pagar “dazio” due volte ? .

La prima sul fronte energetico, costretti a pagare il gas statunitense a prezzi quintuplicati o a bussare a Mosca con il cappello in mano dopo aver sostenuto Zelensky e speso miliardi in euro. La seconda, causata da una leader di rito trumpista accompagnata da una  maggioranza di Destra volta a disarticolare e squilibrare i tre i poteri costituzionali: esecutivo, legislativo e giudiziario, calpestando autonomia e indipendenza del secondo e del terzo a favore di chi comanda  a Palazzo Chigi.

In una relazione “speciale” tipo quella attestata da Giorgia Meloni verso Donald Trump, prima o poi il concedente si fa vivo con il beneficiato senza alcun sconto. Esemplificando: l’introduzione di dazi, l’aumento dei costi energetici e probabilmente l’utilizzo delle basi americane in Italia secondo le regole siglate nel 1954. Allora, il Presidente USA si chiamava Eisenhower, repubblicano, personalità pubblica lungimirante e saggia. Nella situazione attuale intervenendo nei media italiani ha definito DT inesperto di economia. Tuttavia, il vassallaggio meloniano è anche l’effetto della rilevante irrilevanza del Bel Paese nello scenario internazionale, una marginalità che pesa proprio quando le grandi crisi globali si ripercuotono sull’economia reale. Un tempo eravamo i vagoni di testa per l’integrazione europea, ora siamo al traino stiamo viaggiando in coda al treno.

Il PcM e il suo vice, Matteo Salvini, oltre che vantarsi dell’amicizia con Mr. Maga, frequentano la compagnia di giro in cui eccelle Orbán, Primo Ministro dell’Ungheria, Paese in cui il cittadino sottoposto a indagine viene portato in tribunale con catene ai polsi e alle caviglie; una pratica più volte denunciata da Amnesty International e dall’OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

Allo stesso modo DT, fa salire in aereo i migranti centroamericani da deportare nei loro Paesi d’origine: Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, secondo i protocolli del Department of Homeland Security. Per questa ragione e per le guerre pacificate, Russa/Ucraina  tra le altre, Donald Trump possiede le qualità morali,  culturali e politiche pubblicamente apprezzate da Giorgia Meloni che lo ha proposto per il  “Nobel della Pace”, da ultimo il 23 gennaio scorso.

Di recente, gli amici intimi si sono contati per dare un “aiutino” a Orbán, impegnato nella riconquista della premiership. Strumento utilizzato, è stato un video uno spottone di propaganda dove compaiono più di una dozzina dirigenti politici facenti parte della destra internazionale, dieci di questi sono europei: Meloni e Salvini per l’Italia, Le Pen e Bardella per la Francia, Weidel per la Germania, Kickl per l’Austria, Abascal per la Spagna, Wilders per i Paesi Bassi, Babiš per la Repubblica Ceca, Morawiecki per la Polonia, Janša per la Slovenia.

È la mappa politica dei movimenti sovranisti e populisti del vecchio continente.
Corre l’obbligo di citare -per completezza- due esponenti di spicco mondiale: Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele, e Javier Milei, Presidente dell’Argentina.

Tutti costoro gravitano volentieri attorno al Presidente‑imperiale residente a Mar‑a‑Lago, condividendone la visione geopolitica fondata sulla regola del più forte, sull’avversione al principio di pari dignità tra etnie, religioni e persone, e sulla convinzione che i diritti civili e le libertà individuali e collettive vadano compressi. È la montante ed influente Destra Internazionale, di qua  e di là dell’Atlantico bellezza !.

Sia i leader sia le forze politiche da loro capitanate, nei rispettivi scenari nazionali, si qualificano per un esercizio del potere che parte dal Chief Commander made in USA e si muove al di là dei checks and balances, mal sopportando il ruolo dei “terzi soggetti”, in primis la magistratura, che ha l’obbligo di vigilare, controllare, prevenire e sanzionare fatti, atti e comportamenti ultra legem. La Destra è sempre alla ricerca del rapporto diretto Capo‑Popolo: chi è eletto dal “popolo sovrano” non deve avere limiti nel suo facere, nel suo agire per il “bene” e il “giusto” che Lui o Lei interpreta.

Echi di questa concezione li ritroviamo nelle affermazioni della Governante di Palazzo Chigi: «i giudici ci impediscono di governare» (8 marzo scorso); oppure, il 29 ottobre 2025, dopo il no della Corte dei conti sul Ponte sullo Stretto: «Dai giudici intollerabile invadenza e capziosità, non ci fermeranno». In entrambe le situazioni il postulato sotteso è chiaro: la magistratura non può frapporsi come ostacolo all’azione dell’esecutivo uscito dalle urne del 2022.

Se poi scendiamo di livello per cogliere la finalità vera della riforma della giustizia, troviamo Giusy Bartolozzi, già deputata e oggi capo di gabinetto del Ministro Nordio, che il 15 marzo ha invitato a «votare SÌ per togliere di mezzo la magistratura», definendola «un plotone d’esecuzione». Il 14 marzo, a Terni, il senatore di FdI Franco Zaffini ha rincarato: «Finire davanti alla magistratura è come un cancro, peggio di un plotone d’esecuzione». E il 16 marzo, in Basilicata, il deputato di FdI Aldo Mattia ha esortato i suoi: «Per il SÌ usate anche il solito sistema clientelare».

È l’arrogante e protervo esercizio di funzioni pubbliche piegate alla fazione, alla fedeltà personale, alla gamba tesa per la “zarina”, in un contesto dove il rispetto per lo Stato, per il diritto dei cittadini a essere informati e non manipolati, e per la libertà del voto evapora in una cultura politica che scambia il consenso con favori, promesse e restituzioni.

Dal “plotone d’esecuzione” al “sistema clientelare”: parole e pratiche che raccontano la vera posta in gioco del referendum sulla giustizia. 

La c.d. riforma della giustizia, incidente soprattutto sulla posizione e sulla funzione della magistratura penale – in particolare dei Pubblici Ministeri – è stata approvata a maggioranza semplice perché così ha fermamente voluto il Governo Meloni. Di fatto, il testo cucinato e sfornato dal Presidente del Consiglio e dai due staffieri‑vicepremier è stato poi ingoiato e digerito dal Parlamento nelle quattro canoniche letture prescritte dalla Costituzione finora vigente.

Qualcuno, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che pure avrebbe voluto votare a favore, si è astenuto (come Azione) obiettando che «la montagna ha prodotto un topolino». Tradotto dal politichese: non è stato permesso di cambiare nemmeno una virgola. Tutte le opposizioni – dal PD al M5S, da AVS a +Europa, fino alle componenti del Gruppo Misto – hanno votato contro la riforma, denunciando la politicizzazione del CSM, il rischio di subordinare i PM all’esecutivo, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare percepita come strumento di pressione sui magistrati e l’assenza di qualsiasi intervento sul funzionamento reale della giustizia, quello che amministra i diritti dei cittadini e la certezza del diritto alle imprese. Mai era accaduta una cosa simile !.

Promesse mancate, costi aumentati, poltrone triplicate e la giustizia che non c’è

Le regole del gioco debbono vedere al tavolo della discussione tutti i player – tutte le forze politiche rappresentate alle Camere – se si vuole che quanto deciso resti in piedi oggi, domani e dopodomani. I principi del 1948 durano da ottant’anni.

Così avvenne anche con la Bicamerale D’Alema (1997‑1998): lì la separazione delle carriere era inserita in un progetto costituzionale complessivo, equilibrato e condiviso, non in uno spezzatino punitivo costruito a colpi di maggioranza. A farla fallire fu Silvio Berlusconi, che ritirò il suo appoggio quando capì che quella riforma non gli avrebbe garantito alcuna immunità nei procedimenti penali in corso. Oggi proprio quel fallimento viene evocato per far credere che la “separazione” sia nata a sinistra, quando in realtà nasceva dentro un contesto istituzionale che l’attuale maggioranza ha scelto di ignorare.

Il mancato dibattito e la non accettazione di emendamenti significativi espressi al di fuori del perimetro governativo hanno impedito di raggiungere i due terzi dei voti necessari per evitare il referendum confermativo. Rassicurata da sondaggi che davano il SÌ avanti di oltre venti punti, la compagine governativa si è assunta la responsabilità di chiedere la conferma popolare, certa di aver già vinto in partenza. A fine 2025, dal triangolo di vertice venne detto che «il Governo non sarebbe entrato in partita»: è accaduto l’esatto contrario. Inoltre, se un confronto costruttivo avesse portato al quorum dei due terzi, i circa 90 milioni di euro necessari per la consultazione di domenica avrebbero potuto essere risparmiati – magari per prolungare di qualche giorno lo sconto sulla benzina.

Ancora. Alle elezioni del 2022 i non votanti sono stati oltre 18 milioni di aventi diritto, un numero superiore a ciascuna delle due coalizioni in competizione. E l’insieme delle opposizioni ha raccolto circa un milione e mezzo di voti in più della coalizione oggi al governo, trainata da un partito – Fratelli d’Italia – scelto da un italiano su sei (15,9% degli aventi titolo) e che, nel complesso, ha portato la coalizione al 43,8%, ben al di sotto della metà del corpo elettorale.

La scelta del Governo di ignorare sia gli oltre 18 milioni di non votanti sia l’intero arco delle opposizioni rivela un’indifferenza strutturale verso quella parte del Paese che non si riconosce nella maggioranza. È una dinamica che si somma alla costante flessione della partecipazione popolare e che finisce per rafforzare l’idea che basti il consenso di una minoranza relativa per legittimare scelte che ridisegnano gli equilibri costituzionali, alimentando la figura dell’Uomo o della Donna della Provvidenza chiamato a “decidere per tutti.

La riforma triplica i costi del CSM da uno che costa oggi 47 milioni ad oltre 140, moltiplica le poltrone e introduce un sorteggio che non spezza le correnti ma le rende opache. Le scuole di pensiero giuridico non scompaiono per estrazioni come al lotto: si ricompongono dopo, come dimostra la storia stessa della magistratura italiana. Borsellino e Falcone appartenevano a correnti diverse: nessuno ha mai pensato che questo li rendesse meno indipendenti.

La riforma non si limita a separare giudici e PM: intreccia la giurisdizione penale con un nuovo potere disciplinare che può incidere sulla libertà di iniziativa del Pubblico Ministero. Il confine tra reato e illecito disciplinare diventa labile, e un PM che indaga il potere rischia di essere vulnerabile non per ciò che fa, ma per come qualcuno decide di interpretare ciò che fa. Non è la terzietà del giudice a essere rafforzata: è la dipendenza del PM dal potere politico a essere accresciuta.

Nell’intervento a gamba tesa e diretta di Giorgia Meloni tramite una video clip diffuso  a pochi giorni dal voto su tutti le tv e i social media, la Presidente del Consiglio presenta la riforma come un’“occasione storica per rendere più efficiente la giustizia”.

È una formulazione che contrasta in radice con quanto dichiarato in precedenza dal Ministro della Giustizia e dalla Senatrice ed avvocato Giulia Buongiorno in aula parlamentare. Entrambi affermano che la riforma non interviene né sui tempi dei processi né sull’efficienza del sistema, ma esclusivamente sull’assetto ordinamentale della magistratura. E’ grave che nella comunicazione ufficiale di Palazzo Chigi non si  ricordi  che il quesito referendario modifica ben sette articoli della Costituzione inseriti d’ufficio solo dopo la presentazione di centinaia di migliaia di firme accolte dalla Cassazione. Si tratta di omissioni pesanti che incidono sulla completezza, realtà  e veridicità dell’informazione offerta ai cittadini in una consultazione chiamata ad incidere profondamente sull’autonomia ed indipendenza dell’ordinamento giudiziario.

Mentre ci chiedono di votare ‘Sì’ per una riforma che triplica le poltrone della giustizia, ricordiamoci dei nostri portafogli. Il 22 marzo 2022, Draghi metteva un miliardo al mese per tagliare le accise di 32 centesimi. La prima mossa di Giorgia Meloni? Cancellare quello sconto a gennaio 2023, rimangiandosi anni di promesse urlate dai benzinai. Poi, la beffa: mini-sconti da 25 centesimi con la data di scadenza, come lo yogurt, validi solo il tempo di un post sui social. Spendono i soldi degli italiani in CPR fantasma in Albania e in tribunali politici (l’Alta Corte), mentre il debito corre verso i 3.000 miliardi e la benzina torna a correre verso i due euro.”

La priorità di Giorgia Meloni non è stata la crescita o il taglio delle tasse promesso, ma una riforma costituzionale che servirà solo a garantire l’impunità della politica. Spendono i vostri soldi per creare tribunali che giudichino i giudici “scomodi”’, mentre i processi per i cittadini restano fermi per mancanza di personale.”

Infine, caro elettore, cara elettrice, se in questo fine settimana andrai a votare, ricordati che lo sconto alla pompa dura venti giorni e, infine ,  che la promessa di una “riduzione progressiva delle accise” non è stata mantenuta . In un momento in cui i cittadini attendono servizi più efficienti, processi più rapidi e un fisco meno oppressivo, è legittimo chiedersi se questa sia davvero la direzione che rafforza la giustizia, la trasparenza e la fiducia nelle istituzioni. La risposta non può che essere un chiaro e  consapevole NO da apporre sulla scheda elettorale.

19  marzo    2026                                                                                                                Enzo De Biasi

Fonti:

C Nordio chi controlla la magistratura ?  ; Zagrebelsky commenta l’intervento di C. Nordio

Sole 24 ore Video Clip 19 03 del PcM ; G, Bortoluzzi Capo Gabinetto Ministero Grazia e Giustizia ; FdI A Mattia “solito sistema clientelare”; FdI Franco Zeffini “ Magistratura come un cancro”

Per sorridere ( o per capirne di più) :

M Crozza spiega la riforma della giustizia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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