Belluno, 12/03/2026 – È stato un urlo quello di ieri sera di Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa investigativa, dal palco del Teatro Comunale di Belluno. Un monito lanciato a squarciagola per tutti quelli pronti a sentire; e anche per quelli meno pronti.
Un viaggio crudo, fatto di parole dirette e incisive, che non lascia spazio al romanticismo, ma che al contrario fa di tutto per portare alla luce la disillusione che coesiste all’interno delle relazioni distruttive.
“Quanti di voi sono innamorati?
Ve lo chiedo perchè uscendo stasera da qui, sarete un po’ diversi, un po’ disincantati.
Quello che faremo stasera è un’autopsia alla relazione. E quello che ci sarà da capire non è tanto il perchè un amore può essere morto, quanto il perchè abbiamo iniziato ad amare da morire”.
Inizia così Roberta Bruzzone il suo spettacolo dal titolo “Amami da morire – Anatomia di una relazione tossica” incentrato sulla manipolazione emotiva: tema presente da secoli all’interno delle relazioni umane e di cui finalmente negli ultimi anni si è iniziato a parlare diffusamente.
Un viaggio all’insegna della consapevolezza, all’interno della “truffa più antica del mondo”.
Una truffa che non ruba denaro, ma fiducia in se stessi e lucidità, e che gradualmente porta la persona a non essere più in grado di prendere decisioni fino ad arrivare a dubitare di se stessa.
Si rivolge alle donne presenti in sala ma, precisa, le dinamiche analizzate sono le medesime sia che il soggetto manipolatore sia uomo o donna.
La manipolazione è un processo che ha delle fasi che è bene saper riconoscere perchè la consapevolezza è l’unica vera arma per difendersi.
L’inizio di una storia con un manipolatore è una fase di illusoria perfezione, in cui questo soggetto si mostra solitamente alla vittima al meglio di sè, la riempie di attenzioni, la fa sentire unica; è tutto ciò rappresenta il meccanismo d’aggancio. È il cosiddetto ‘Love bombing’ : una iperstimolazione gratificante, fatta di messaggi amorosi continui, gesti d’affetto, regali, dichiarazioni, complimenti ecc.
Tutto avviene in pochissimo tempo e la vittima ha la percezione di non essersi mai sentita meglio in vita sua.
Questo è l’inizio della dipendenza, con cui il manipolatore si renderà indispensabile alla sua vittima, raccogliendo nel mentre informazioni sulle sue vulnerabilità. La realtà, infatti, è che la prima fase è una meravigliosa illusione, una recita, nella quale l’unico obiettivo del manipolatore è agganciare la vittima per poi finalmente gettare la maschera e sfruttare il partner a suo piacimento.
In questa fase, che dura circa 6 mesi, a livello neurobiologico avviene l’attivazione del sistema dopaminergico, su cui si basa tutto il concetto di dipendenza (non solo amorosa, ma anche da cibo, sostanze, gioco..). Tutto ciò che determina piacere rilascia dopamina nel cervello.
Per questo la cessazione del legame, che è ciò che determinava il picco di dopamina, in una relazione tossica è vissuto dalla vittima con un’angoscia devastante, perchè di fatto è una vera e propria astinenza.
Nell’innamoramento sano subentrano gli stessi tipi di attivazione ma non con quel senso di accelerazione che presentano le relazioni con i manipolatori. La velocità con cui tutto avviene dovrebbe essere il primo campanello d’allarme.
Nella seconda fase, il manipolatore alterna ricompense affettive a frustrazioni in modo imprevedibile e intermittente. Questo crea un cortocircuito nella vittima, che inizia a stare male e che allo stesso tempo si lega ancor di più al manipolatore, nella speranza di ricevere qualche gratificazione in più come all’inizio.
Subentrano anche il ricatto, le punizioni, il silenzio attraverso cui la vittima è spinta a fare qualsiasi cosa pur di ristabilire il legame col manipolatore.
Nella terza fase, il manipolatore è un giudice che fa sentire in colpa la vittima per qualsiasi cosa; così facendo la distrugge sempre di più, fino a portarla alla quarta fase, nella quale dubita della propria percezione della realtà, la sua mente vacilla, non si fida dei suoi ricordi ed è totalmente in balìa del manipolatore.
Anche se è profondamente umiliante la vittima delega ogni decisione al manipolatore e non è più in grado di chiedere aiuto. In questa fase è molto difficile portare la persona che subisce al di fuori della relazione tossica.
L’ultima fase è denominata dello scarto, una fase terribilmente dolorosa nella quale la vittima, devastata e umiliata allo stremo, viene buttata senza alcun tipo di remora.
Ma attenzione, perchè questi soggetti hanno solitamente la tendenza a tornare, sempre. E non perchè sono pentiti, non perchè vogliono riprendere la relazione, ma bensì solo per testare se possono avere ancora potere sulla loro vittima. Ossia se lei è ancora agganciata.
La relazione tossica con un manipolatore è quindi uno specchio dal meraviglioso riflesso illusorio che, quando si rompe (e si rompe sempre), mostra dall’altra parte realmente ciò chè è accaduto: una persona consumata giorno dopo giorno e privata di se stessa, che talvolta neppure riesce a uscirne viva.
L’unico modo per salvarsi quando ci si trova intrappolati in questo tipo di relazione è attraversare la fase di astinenza, cessando ogni contatto con il manipolatore, e chiedendo sostegno a persone fidate.
“Vi ho portati in questo viaggio – conclude Roberta Bruzzone – non solo per fornire informazioni tecniche e consigli pratici, ma soprattutto per portare dei messaggi importanti: l’amore non basta, non cura le malattie psichiatriche. L’amore non ha bisogno di schiave”.
Applausi a profusione dal pubblico, e anche qualche lacrima. Forse, l’inizio per qualcuna/o di una nuova vita.
Valentina De Nart
