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Regione Veneto: alla Lega i vertici di giunta e consiglio regionale * di Enzo De Biasi

Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto

La Lega ha perso voti, consiglieri, e non c’è più a Belluno

Il Csx aumenta, ma vale meno della metà del Centro Destra

Il tonfo  di Salvini in voti, consiglieri e il naufragio dell’Autonomia Differenziata Incompiuta dal 2007

La competizione premia Fratelli d’Italia che raddoppia in voti e ha nove Consiglieri, diventando il Centro di Gravità permanente in Regione del Veneto

Con l’insediamento al Balbi del Presidente  e della Giunta guidata da Alberto Stefani e di Luca Zaia eletto Presidente del Consiglio da parte di 34 consiglieri del Cdx, 17 astenuti di cui 15 del Csx e 2 dell’estrema destra, si può dire conclusa la fase di rinnovo degli organi di governo del Veneto.

La XII legislatura è partita, ma “dove arriverà, …questo non si sa gorgheggiava   Sergio Endrigo  cantando “L’Arca di Noè “,  Sanremo 1970. Nello stesso anno, le regioni, quelle ordinarie, di serie B come il Veneto (quelle di serie A come il Trentino-Alto Adige a Statuto Speciale, da decenni stavano solcando i mari italiani) iniziarono la loro lenta, faticosa e intermittente navigazione nelle acque torbide e burrascose della politica romana. L’obiettivo era sempre il medesimo: tentare di ottenere un po’ di autonomia e soldi in più.  Il gioco è stato simile al risiko, avendo quale  controparte per un verso i partiti nazionali riferimento obbligato della dirigenza locale e per l’altro è stata una lotta permanente con antagonista l’ inossidabile burocrazia centralista.

Trascorso oltre mezzo secolo, the game is not over, la partita è ancora in corso, aperta,  anzi apertissima, quasi persa !. Per chi scrive il regionalismo italiano,  quello di miglior fattura e quello di seconda scelta, è da archiviare in blocco puntando decisamente verso un’Italia Confederale in un‘ Europa Federale e un Presidente UE e Italiano eletti direttamente dal popolo sovrano, continentale nel primo caso e nazionale nel secondo.

Tutto iniziò con la riforma dell’ordinamento regionale ordinario, varata con quasi vent’anni di ritardo sulla tempistica costituzionale che fissava l’avvio della revisione statalista al 1951 . Gli atti parlamentari danno riscontro del voto contrario del Movimento Sociale Italiano, in sigla MSI, la cui icona è “la fiamma tricolore” alla base del simbolo di Fratelli d’Italia il cui Presidente è Giorgia Meloni attuale Presidente del Consiglio dei ministri. Il M.S.I. fu fondato nel 1946 da Giorgio Almirante, ardente fascista della Repubblica di Salò e da Pino Romualdi gerarca sopravvissuto al crollo del regime avvenuto il 25 luglio 1943.

Nel 2024 la festa di Atreyu organizzata dal partito meloniano,  si tenne tra l’8 e il 15 dicembre al Circo Massimo in Roma con la scritta “Stiamo tornando“, un modo per richiamare  le proprie radici culturali. Cento anni prima nel 1924,  veniva assassinato il parlamentare socialista Giacomo  Matteotti. Del delitto si assunse la piena responsabilità politica Benito Mussolini, con conseguente e definitiva svolta autoritaria del regime fascista.

I sistemi democratici, non quelli a partito unico e soppressione delle libertà civili, consentono la presenza e  dei post-fascisti per registro anagrafico che degli antifascisti attivi per una società  in cui nessuno possa essere discriminato per il colore della pelle, la fede religiosa,  le opinioni espresse, il mestiere che fa.

L’esito del voto di novembre è noto, qui una disamina per capire com’è cambiato il vento. Partiamo dal calo dell’affluenza  del 2025 rispetto al 2020. Oltre  551mila persone non hanno votato,  il 55.4% degli aventi titolo  è rimasto a casa. La minor partecipazione in Veneto è stata più marcata della flessione accertata in  Campania e in Puglia, le altre due regioni al voto.

La situazione ripete, quella delle elezioni nazionali del 2022 in cui si sono avuti oltre 17 milioni di italiani che non si sono espressi, più della somma dei voti raccolti dalle formazioni partitiche in gara. Nel suo ultimo discorso il Presidente della Repubblica parlando di fronte alle massime autorità istituzionali, civili e militari ha ammonito: “La democrazia degli astenuti, è una democrazia fragile”, Sergio Mattarella sabato 20 dicembre.

L’ordinamento vigente non fissa un quorum minimo per eleggere consiglieri regionali e Presidenti. Eppure, due settimane fa, su un totale di 12,8 milioni di elettori di queste tre regioni, si sono recati alle urne meno di 5,6 milioni di persone. 7,2 milioni di cittadini hanno mancato all’appello, più della metà del corpo elettorale.

La tenuta di una democrazia dipende dalla reale capacità dei governanti di farsi specchio dei governati. Più questo legame si sfilaccia, più il sistema vacilla. Oggi le democrazie non cadono sotto i colpi di rivoluzioni  violente, ma si spengono per asfissia. Su questo fronte, il crollo verticale della fiducia nei confronti della classe politica impone una riforma radicale dei meccanismi di rappresentanza della volontà popolare.

Risulta ormai intollerabile la disparità tra i criteri di validità del voto. Per deputati, senatori, Presidenti di regione, Sindaci, consiglieri regionali e comunali, non esiste soglia minima: chiunque vinca, governa, anche se ha votato solo o meno di un quarto degli aventi titolo. Al contrario, per il referendum abrogativo -l’unico strumento di controllo diretto nelle mani del cittadino- la legge esige il 50% + 1 dei suffragi. Questa asimmetria democratica svilisce la partecipazione e trasforma chi sta a casa nel vero arbitro della politica, dando all’astensionismo un potere di veto che la democrazia elettorale non conosce, ma patisce.

I rapporti Censis 2024 e 2025 lanciano un monito raggelante: un terzo degli italiani non disdegnerebbe un leader solo “al comando”. Intanto i sostenitori dei modelli autocratici – da Putin a Orban, da Erdogan a Trump- procedono spediti e motivati picconando dall’interno le regole di convivenza civile. La vera sfida, dunque, resta in capo a chi crede ancora nel primato della legge e nel delicato equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ovvero, a chi crede in uno stato  laico, democratico e non approva un percorso orientato verso la democratura. Neologismo che indica un regime che mantiene le apparenze esteriori di una democrazia, ma che nei fatti agisce come un regime autoritario.

Tornando al tema. Se oltre la metà dell’elettorato veneto ha scelto di disertare i seggi, è pur vero che i 2/3 dell’elettorato votante ha premiato il Centro Destra. Il voto novembrino rappresenta la liquidazione ufficiale di due miti: l’enorme credito riposto in Luca Zaia e il ventennio di egemonia leghista in regione. Per nascondere questa emorragia di gradimento, i leader nazionali hanno tentato di dirottare l’attenzione dei cittadini con mosse diversive e spettacolarizzazioni mediatiche (dalla ‘Casa nel Bosco’ ai cori da stadio). Tali tentativi hanno avuto l’unica funzione di mistificare la crisi, non potendo in alcun modo frenare l’onda dell’astensionismo.

Prima del week end elettorale, Matteo Salvini percependo lo sconquasso imminente nella roccaforte e non avendo argomenti solidi da contrapporre, ha scelto di cavalcare una delicata e triste vicenda familiare abruzzese: il caso della “Casa nel Bosco” a Palmoli. La storia, che ha visto un’intera famiglia anglo-australiana finire in ospedale per un’intossicazione da funghi velenosi, si è trasformata in un caso giudiziario quando le autorità hanno riscontrato condizioni abitative degradate e la mancata scolarizzazione dei figli. Il provvedimento del Tribunale dei Minorenni dell’Aquila, che disponeva l’allontanamento cautelare dei bambini, è diventato in piena fase pre-elettorale una vera ‘bomba mediatica. Una vicenda strumentalizzata non solo dal Vicepremier leghista, ma anche dalla Presidente Meloni e dal Ministro Nordio, che ha prontamente inviato ispezioni negli uffici giudiziari per verificare la regolarità di atti e la correttezza dei comportamenti da parte dei giudici.

Questa mossa diversiva, mirata a colpire la pancia del Paese a ridosso delle cruciali elezioni regionali e del voto di 13 milioni di cittadini, non è stata l’unica. In Campania, il duo Meloni-Tajani si è esibito in un discutibile siparietto in Piazza della Libertà a Salerno, tra salti e cori al ritmo di “chi non salta comunista è” a 36 anni del  crollo del muro di Berlino e tutto questo a sostegno di Edmondo Cirielli. Lo spettacolo, tuttavia, non ha dato i frutti sperati. Il tentativo plateale di trasferire il consenso nazionale sul piano regionale è fallito. Il candidato di Fratelli d’Italia si è fermato al 35,72%, confermando che il registro comico-teatrale del team governativo non è bastato a evitare una sconfitta bruciante.

Il crack della Lega in voti, consiglieri e senza rappresentanti in  Provincia di Belluno  

Il Vice-Premier leghista nel commentare la vittoria di Alberto Stefani davanti ad una selva di microfoni e televisioni ha ribadito “Lega primo partito regionale con il 36.3% e Cdx vincente con il 64.5%” dati veri ma parziali, in realtà una vittoria di Pirro se vista in prospettiva. Subito dopo queste affermazioni, ha immediatamente deviato l’attenzione sul caso dei “bambini rapiti dai giudici”. La Lega “fusasi” in un’unica lista ha assorbito l’area zaiana,  raccogliendo  607.228 suffragi  e perdendone ben 656.691 rispetto a ciò che le due liste separate avevano riscosso nel 2020.

Per la legislatura 2025/2030, seggono a Palazzo Ferro Fini 19 leghisti, prima erano 32. Nel 2020, Luca Zaia con la sua lista ottenne 916.087 suffragi, a cui si aggiungevano 301.555 voti di surplus personale slegati dalle forze d’appoggio del Cdx. Davvero, un enorme “capitale civico” che cinque anni fa premiò il “brand Zaia”. La norma elettorale ripartisce i posti dei consiglieri regionali in proporzione alla somma dei voti delle liste aggregate in una coalizione. Tuttavia, le preferenze personali del Governatore evidenziano un fenomeno politico che eccede e va oltre il semplice meccanismo del voto disgiunto. Oltre trecentomila veneti si riconobbero nel personaggio, nell’uomo, al di là della sua lista, identificandosi in un “modello Zaia”  percepito  come distante dalla linea politica della Lega nazionale.

La Corte d’Appello di Venezia il 6 dicembre ha certificato la contrazione del “brand Zaia”.  Benché  schierato come capolista in tutti i collegi per la lista “Lega per A. Stefani Presidente”, egli ha raccolto appena 195.246 preferenze, contribuendo all’elezione di consiglieri in sei collegi su sette. Il vero corto circuito è avvenuto in Provincia di Belluno, sede delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Qui l’apporto del Presidente uscente è risultato ininfluente. A Cortina d’Ampezzo e nella Conca Ampezzana, il tonfo leghista è clamoroso. Dopo dieci anni, il territorio volta le spalle al Carroccio eleggendo un consigliere del Partito Democratico mancante da una decade e il secondo spettante a Belluno va a Fratelli d’Italia.

I residenti hanno chiaramente rigettato le pesanti trasformazioni del territorio imposte dall’evento olimpico. La percezione diffusa è che la manifestazione internazionale serva da  pretesto per erigere cattedrali nel deserto e stravolgere la viabilità con interventi fuori scala. IL timore propagatosi  tra la popolazione locale è quello di un’ipoteca futura sulle valli profondamente alterate da opere realizzate con poco rispetto per la fragilità degli ecosistemi alpini e per l’integrità dei paesaggi dolomitici, caricate a debito sulle spalle delle prossime generazioni  e con grosse problematiche  per la loro gestione.

Se l’operazione di Matteo Salvini ha evitato il naufragio definitivo della Lega in Veneto, l’effetto collaterale è stato fatale. L’enorme “capitale civico” ereditato da Zaia è andato disperso. Quel patrimonio politico è stato aspirato, prosciugato ed essiccato, come una risorgiva che, dopo decenni di abbondanza, ha smesso improvvisamente di sgorgare. Negare l’evidenza dei fatti per alimentare narrazioni tendenziose è una strategia di breve termine. In questa “specialità” eccellono i vertici del Governo -Salvini, Meloni e Tajani che sembrano aver scambiato le priorità nazionali con le necessità della propria propaganda, agendo come attivisti in campagna elettorale permanente piuttosto che come statisti al servizio del Paese.

Il grido del silenzio, quel mezzo milione di veneti in “sciopero bianco”. La  cronaca di un fallimento mascherato da vittoria, il tema è l’Autonomia Incompiuta.

L’analisi dell’Istituto Cattaneo ci insegna che l’astensionismo non è un blocco monolitico: esiste una quota fisiologica, cronica, stabilizzata da anni (20-30%), ma esiste anche un enorme sottoinsieme di elettori che non vota per delusione  o protesta verso i partiti scelti in passato. In Veneto, questo “non-voto” è  una protesta silente contro un modello di gestione regionale logorato: dalla Pedemontana alle lunghe liste d’attesa in sanità, fino ai recrimini verso le urgenze sollevate da città e paesi, ma non corrisposte. A queste criticità si somma il grande equivoco dell’Autonomia Differenziata (A.D.), bandiera della Lega e ragion d’essere della sua stessa discesa in campo fin dal secolo scorso.

In una recente intervista, Luca Zaia ha parlato di un’ “Autonomia Incompiuta”. Il quesito vero è: Chi ha impedito il compimento dell’A.D. ? e perché l’obiettivo è stato mancato? La risposta non sta nei complotti o nelle trame ordite da “poteri occulti” e nemmeno nel destino cinico e baro. La ragione del fallimento sta nei comportamenti e negli atti di chi ha detenuto le leve del potere  negli ultimi trent’anni in Veneto. A “non aver portato a casa niente” è stato Luca Zaia, insieme alla Lega, a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale (oggi Fratelli d’Italia).

La cronaca dei fatti accaduti è impietosa. Nel 2007, un giovane Luca Zaia, allora Vice di Giancarlo Galan Presidente della Giunta Regionale, presentò in  Consiglio Regionale una  prima richiesta di materie in applicazione della riforma del titolo V della Costituzione approvata nel 2001. All’unanimità,  nel dicembre stesso anno la domanda fu approvata allo scopo di avere 13 materie sulle 23 concedibili dalla legge.

Nel 2008, il fascicolo arriva sul tavolo del Governo Berlusconi durato dal 2008 al 2011. Quell’esecutivo vantava ben quattro ministri leghisti: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli e lo stesso Zaia. Nonostante la presenza dell’intera leadership leghista, l’istanza del Veneto fu lasciata “riposare in pace” nei cassetti romani. Fu il primo, incomprensibile e indifendibile insabbiamento attuato dal Centro-Destra governante contemporaneamente e a Roma e a Venezia. A diciotto anni data, questa è una verità storica inconfutabile, trasformando la “madre di tutte le battaglie” in una  monotona réclame, in uno spot bolso da usarsi ed abusarsi in ogni campagna elettorale successiva.  In questi vent’anni la Lega e Luca Zaia, non hanno sentito il dovere etico, prima che politico, di spiegare ai Veneti le ragioni di questa iniziale clamorosa bocciatura !.

Il Secondo e Terzo Stop: la Cronaca di un Naufragio

Il percorso dell’Autonomia ha subito un secondo, durissimo arresto nel 2015. In quell’anno, la Corte costituzionale rispedì al mittente cinque dei sei quesiti referendari proposti dal Consiglio Regionale. Fu un “NO” senza appello del Giudice delle Leggi, che spense le ambizioni di un Veneto sovrano, indipendente o a statuto speciale, capace di trattenere l’80% delle tasse raccolte in loco.

Il terzo rifiuto, forse il più amaro perché figlio dell’ultima illusione dovuta al referendum “farlocco ed irrilevante ” del  22 10.2017, fu ad opera del Governo 5 Stelle e Lega  2018-2019 che sabotò ed insabbiò  la pre-intesa firmata dal Presidente del Veneto  il 28 febbraio 2018 a Palazzo Chigi.

Il Governo Gentiloni (Partito Democratico-Csx) poco prima di spirare per lasciare il posto alla compagine Giallo-Verde, propose e il Governatore sottoscrisse con entusiasmo, la precitata  pre-intesa. Una “data storica” disse entusiasta Luca Zaia e ne aveva ben donde.  Qualche anticipazione: a) veniva superato il criterio della  “spesa storica”, b) era dettagliato il percorso obbligato da seguire nella trattativa con lo Stato e c) si conferivano le prime cinque materie una volta raggiunta l’intesa definitiva. Il provvedimento a firma autografa dei due contraenti, G. Claudio Bressa-Sottosegretario di Stato e Luca Zaia– Regione del Veneto, rappresentava -a tutti gli effetti-  il primo atto concreto verso l’Autonomia inseguita fin dal 2007, fattibile dal 2001 ma “tenuta nel cassetto” durante il Berlusconi quater. Innegabilmente un  passo in avanti epocale e irreversibile per un Veneto del terzo millenium più forte in tutte le sue interessenze: culturali, sociali, economiche ed infrastrutturali materiali ed immateriali. Invece, tutto rimase lettera morta, quell’accordo di 21 pagine  rimase un treno senza binari.

Il centro-sinistra fu sempre collaborativo sia nella votazione consiliare del 2007 che dieci anni dopo durante il “sondaggio formalizzato”, così venne denominato il referendum nella sentenza della Consulta del 2015. Questo tracollo ha padri precisi: Zaia e il suo movimento. Ma è anche la sconfitta di un popolo che ha smesso di valutare i fatti, lasciandosi cullare da una propaganda che prometteva mari e monti mentre la realtà restava al palo. La distanza tra il ”Sacro Graal” dell’autonomia e il nulla cosmico di oggi è il segno di un tradimento politico senza precedenti.

L’unica scusante per il “popolo sovrano” è il silenzio assordante dei mass-media durato un decennio. Tra il rifiuto del Berlusconi-quater e il referendum del 2017, i quotidiani indigeni e le emittenti locali hanno steso un velo pietoso sul “respingimento” dell’autonomia voluto proprio dal trio Berlusconi-Bossi-Fini. Un’emittente regionale ebbe un’intuizione geniale: un countdown serale per marcare l’‘Autonomia non pervenuta”. Ebbene, da quel 22 ottobre 2017, restando in attesa di servizi, opere e dei mitici miliardi di residuo fiscale, sono trascorsi più di 8 anni. Ma per chi abita in Veneto, il calcolo è ancora più impietoso: dalla prima richiesta di 13 materie del 18 dicembre 2007, il calendario segna oltre 18 anni di attesa.

Ohibò, come passa il tempo! Eppure, nessuno è sceso in piazza. Segno che l’Autonomia, più che un impegno da assolvere è stata una brillante operazione di marketing per catturare followers. Un’illusione collettiva venduta a un pubblico che ha preferito il sogno alla realtà.

Seppure in brevità, vale la pena di tratteggiare  quel preliminare di fine febbraio 2018 che, se riletta oggi, rende ancora più penoso il confronto con lo stallo attuale. L’accordo Bressa-Zaia si concentrava su “5 materie prioritarie” e aveva una struttura molto più “snella” e meno teorica della Legge Calderoli.

A differenza del “minestrone delle 23 materie sventolato dai padani, l’accordo del 2018 puntava alla sostanza su: 1. “Politiche del Lavoro”  Autonomia nella gestione dei centri per l’impiego e della formazione. 2. “Istruzione” Organizzazione scolastica regionale, programmazione dell’offerta formativa e gestione del personale (senza toccare il trattamento economico statale, per evitare veti). 3 “Sanità” Più autonomia nella governance sanitaria e, soprattutto, nella gestione delle specializzazioni mediche e del personale. 4. “Tutela dell’Ambiente e dell’Ecosistema:” Gestione del ciclo dei rifiuti e delle bonifiche. 5. “Rapporti Internazionali e con l’UE:” Capacità di agire direttamente in sede europea per i fondi e lo sviluppo regionale.

Inoltre , in quel patto ci sono tre punti chiave  che dimostrano, per tabulas,  il “passo indietro” fatto con la Legge 86/2024. L’impianto consisteva di : A) Risorse, articoli 4 e 5 . Quell’intesa prevedeva che le risorse fossero determinate sulla base della “spesa storica” sostenuta dallo Stato nella regione. Era un punto di partenza immediato: i soldi seguivano le funzioni. Oggi, la Legge Calderoli subordina tutto ai LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) per le materie più importanti 14 su 23 che richiedono miliardi di € che non ci sono anche a causa dell’enorme debito pubblico: 3.131,7 miliardi ad ottobre 2025 B) La Durata. Quanto negoziato allora aveva una validità di “10 anni”, con verifiche periodiche. Era un modello “sperimentale” ma solido e di immediata applicazione. C) La Governance. Era prevista una commissione paritetica Stato-Regione per risolvere le controversie, evitando di finire ogni due mesi davanti alla Corte costituzionale.

Il patto negoziato tra Bressa-Zaia era un accordo snello, basato su un rapporto diretto Stato-Regione. Prevedeva il trasferimento di materie non frammentate, apriva la strada a un’autonomia basata sulla spesa storica “in attesa dei LEP” e soprattutto  poteva già essere stata attuata più di sette anni fa. La legge 86/2024,  post-sentenza 192/2024- è diventata un “grattacielo legislativo e burocratico“, dichiarato pericolante dalla Consulta. Il risultato? Oggi il Veneto ha “meno certezze” di quante ne avesse il 28 febbraio 2018, qui le ragioni.

Dalle Materie alle Funzioni. Nel 2018 si devolvevano  “materie complete”: sanità, istruzione, ambiente eccetera. Oggi, saranno devolute solo “singole funzioni” in relazione alle specificità regionali.  Infatti, le 23 materie risultano scomposte per un totale complessivo di 500 funzioni. L’intera categoria, è ulteriormente disaggregata  in 320 funzioni riguardanti 9 settori d’attività non soggetti ai LEP, cioè senza prestazioni standard a carico della regione richiedente. Il neo-Presidente A. Stefani negozierà, presumibilmente, le materie No-Lep le briciole, le micro-attività, quelle senza soldi né personale. Esemplificando nel caso delle “Professioni” ne sarà concessa una-1 sulle 55 fattibili, ovvero quella delle “professioni non regolamentate”, oppure  nel caso della “Previdenza” la  probabile riguarderà quella “per i dipendenti pubblici” , una-1  su 18 e via seguitando. È paradossale che questa modalità operativa (assenza di standard e risorse) fosse in auge negli anni Settanta del secolo scorso, quando furono istituite le Regioni. Nel 2025, dopo decenni di promesse mancate, il Veneto si ritrova di fatto al punto di partenza.

Nella Commissione “Cassese” che ha assistito il Ministro Calderoli, ben cinque giuristi: Franco Bassanini, Ex Ministro della Funzione Pubblica, Giuliano Amato: Presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex Presidente del Consiglio, Franco Gallo: Presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex Ministro delle Finanze, Alessandro Pajno: Presidente emerito del Consiglio di Stato, Paola Severino, Ex Ministro della Giustizia e successivamente anche  Ignazio Visco, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, abbandonarono i lavori dell’organismo tecnico di cui erano componenti. Una delle ragioni sostanziali, era la non condivisione della distinzione arbitraria tra materie LEP e No-LEP.  Questi esperti di diritto e di economia,  sostenevano che quasi tutte le materie incidevano sui diritti delle persone e che quindi dividerle in “serie A” e “serie B” fosse un artificio pericoloso.

In altre parole, le prestazioni dovevano essere garantite in modo omogeneo a livello nazionale per l’intero pacchetto delle 23 materie richiedibili e concedibili alle Regioni. Argomentazioni che poi sono state riprese dalla sentenza costituzionale che ha “rivisitato” la norma di matrice leghista votata a stretta maggioranza e a colpi di fiducia dal Parlamento.

Infatti, la riscrittura della “Calderoli ” dovrà toccare temi rilevanti, quali: l’identificazione tecnico-giuridica di ciascuna delle 500 funzioni, il divieto di chiedere l’approvazione “in blocco” dell’intesa raggiunta tra Governo e Regione. Se un bel giorno, la legge uscirà in Gazzetta Ufficiale con il “vestito nuovo” può sempre capitare che una regione, in ipotesi una del Sud, possa impugnarla avanti la Corte costituzionale.

Non casualmente l’articolo , all’inizio, cita l’Arca di Noè ” partirà la barca partirà… dove arriverà questo non si sa !” “Houston abbiamo un problema”, fu la frase pronunciata dall’astronauta Jack Swigert il 14 aprile 1970, durante la missione Apollo 13.  Proprio come l’Apollo 13, l’Autonomia di Zaia e soci  era partita con “effetti speciali” e grandi aspettative, ma l’impatto con il “Muro dei LEP” e la Sentenza della Consulta ha causato l’esplosione dei serbatoi politici della Lega. Ora la missione chiamata A.D. è in avaria, quasi impossibile.

È il paradosso di un’era politica: nel 2018, con un governo di centrosinistra (Gentiloni-PD) il Veneto aveva in mano un’intesa concreta e attuabile. Sette anni dopo, con un governo “amico”  e una legge bandiera firmata Lega, ci ritroviamo con un pugno di mosche, una legge resettata dalla Consulta e un iter burocratico che assomiglia a una corsa a ostacoli senza fine e con un risultato incerto nel se, nel quando e nel come. La lega si è incartata da sola.

Il 18 novembre 2025 è andato in scena l’ultimo spot di “pubblicità regresso” made in Zaia. Il Ministro Calderoli e il Presidente uscente  hanno firmato una pre-intesa  su quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza integrativa, sanità. Stupiscono un po’ le sue dichiarazioni davvero discordanti con la cronaca degli ultimi vent’anni.  Zaia asserisce di aver trovato “il nulla” al suo arrivo “15 anni fa” dimenticando che quel “nulla” lo aveva lasciato proprio lui, traslocando dal Ministero dell’Agricoltura alla Presidenza della Regione senza aver mai scosso la polvere da quei dossier titolato “Veneto”  che domandava  13 materie da lui curato quand’era Vicepresidente nel 2007.

Siamo passati dal ruggito del “Vogliamo i nostri schei” al sussurro del “Speriamo che ci arrivi in regalo nel prossimi cinque anni qualche micragnosa, misera, ancillare e residuale attività’, ribattezzata per gli acculturati col nome di “funzione”. Luca Zaia è oggi un Re nudo che sventola una cartelletta contenente solo la polvere di 18 anni di rinvii. Siamo di fronte a un’involuzione politica che meriterebbe un caso di studio sulla sindrome di Stoccolma di un intero elettorato. Il Veneto non è più il “gigante economico ma nano politico”’ descritto con lungimiranza da Walter Vanni (PCI-PD)— figura di competenza cristallina che segnò la politica regionale degli anni ’90 — oggi è tristemente una regione nana e smarrita.

Il nuovo equilibrio, Fratelli d’Italia centro di gravità permanente nel quinquennio 2025-2030

L’analisi fin qui condotta fa emergere un Veneto che non ha “cambiato campo”, ma ha profondamente cambiato pesi e contrappesi interni, trasformando una regione-monolite in una regione a guida collegiale. L’astensionismo verificato va inteso come uno “sciopero bianco” . I 551.000 cittadini (circa) che non sono andati al voto rispetto al 2020 rappresentano per la  gran parte un’area di centrodestra che è entrata in una fase di “quarantena politica“.

Due annotazioni sul Centro-Sinistra allargato .

Per il Centro sinistra allargato i numeri in Veneto mettono in evidenza che questa aggregazione vive in una bolla di cristallo. Mentre il castello di Zaia si sgretola sotto i colpi della Consulta e delle promesse mancate, l’opposizione (le liste aderenti) resta ferma ai 470.000 del 2020 e del novembre scorso. È una stabilità che somiglia alla paralisi: incapace di intercettare il “popolo deluso” che ha preferito l’astensione al cambiamento. Se il CSX non ritrova la spinta civica , rischia di restare l’eterno secondo in una regione che sta cambiando pelle, ma che non trova ancora un nuovo sarto. Insomma , una sinistra che guarda il Re nudo, ma non ha ancora i vestiti pronti per sostituirlo.

I numeri del referendum sul Jobs Act in Veneto sono una sentenza: 800mila veneti hanno votato SÌ per difendere i diritti del lavoro. Eppure, pochi mesi dopo, le liste del Centro-Sinistra-Campo Largo, ne hanno raccolti poco più della metà (470mila). Dove sono finiti gli altri 330mila? Questi voti non sono passati alla Lega, né a Italia Viva. Sono semplicemente scappati dal vuoto. La verità è che in Veneto non basta più un esperimento civico pur nobile alla Manildo, che ha svolto al meglio il suo lavoro nelle condizioni date. Per vincere, oggi serve il coraggio di una proposta che torni a parlare a chi vive di un misero stipendio, di pensioni al limite o di partite IVA strozzate.

Mentre Zaia vendeva il marketing dell’Autonomia, il CSX ha rinunciato a brandire la realtà della giustizia sociale, restando inchiodato a quel 29%: una percentuale  che ci riporta un po’ in quota, ma ci lascia ancora lontanissimi dal 33% del 1995. In quell’anno, la nomenklatura della sinistra DC e quella del riformismo post-comunista, invece di candidare una leader di statura nazionale come Tina Anselmi, preferirono — ‘a loro insaputa (?) — consegnare il Veneto al centrodestra per il trentennio successivo. È “ il Veneto che si poteva, ma che non si è voluto”, per citare l’efficace analisi di Marco Zanetti.

Oggi il tempo delle scuse è finito. Se la politica non torna ad attuare il dettato costituzionale dell’Articolo 36, garantendo a ciascuno un salario giusto, equo e dignitoso, non riusciremo mai a riportare alle urne chi oggi si sente escluso dal banchetto democratico. Perché per gli ultimi della scala sociale, se la politica non cambia la vita, che vinca l’uno o l’altro poco conta. Senza questo scatto, il Veneto resterà una regione “’nana e smarrita”, prigioniera di un’autonomia che non c’è e di una giustizia sociale che non arriva.

 

La Vittoria di Pirro della Lega e il nuovo baricentro in Veneto è  Fratelli d’Italia

A uno sguardo superficiale, la Lega sembra aver tenuto il punto, ma la realtà dei numeri e dei poteri racconta un’altra storia: quella di una clamorosa vittoria di Pirro. Salvini e Zaia festeggiano una bandiera che non sventola più su un territorio conquistato, ma su un fortino assediato. Zaia ha consumato il suo enorme capitale politico in un decennio di promesse autonomiste rimaste al palo. Oggi il nuovo “Doge” Alberto Stefani, si ritrova senza la maggioranza assoluta in Consiglio Regionale e sarà costretto a negoziare ogni singolo passo con un alleato che non ha più intenzione di fare da spettatore.

Il vero centro di gravità permanente della politica veneta si è spostato. FdI non è più il “fratello minore”, ma il perno di una morsa a tenaglia. In Regione ha potere di veto su ogni delibera; a Roma, il Dipartimento per gli Affari Regionali è incardinato a Palazzo Chigi. È lì, sotto l’occhio vigile di Giorgia Meloni, che si decide il destino dell’Autonomia, non più negli uffici di Calderoli. La Lega ha perso l’egemonia decisionale. L’Autonomia Differenziata, tanto sbandierata, è oggi schiacciata tra il realismo di Palazzo Chigi e i conti pubblici nazionali. Il potere di veto di FdI trasforma ogni passo verso l’autonomia in una concessione che Roma farà solo alle proprie condizioni, svuotando di fatto le richieste  leghiste.

In questo scenario, la Lega si tiene la Presidenza ma perde lo scettro. Il Veneto non è più il “laboratorio leghista”, ma una provincia dell’impero meloniano, dove il potere reale risponde a Roma prima che a Venezia. Per la Lega è l’inizio di un lungo crepuscolo, mascherato da un’ultima, faticosa vittoria elettorale.»

Mentre il fumo dei festeggiamenti si dirada, appare chiaro che il baricentro si è spostato. Il “Re nudo” Zaia siede ancora sul tronetto di Palazzo Ferro-Fini, ma le chiavi del regno sono già  a Roma. Il Veneto, che sognava di farsi Stato, si ritrova a essere il terreno di gioco di una nuova supremazia nazionale. Una lezione spiacevole per chi ha creduto che essere un buon public relations man, uomo delle pubbliche relazioni,  potesse sostituire la politica, e che una firma su un foglio vergata il 18 novembre scorso  con l’immarcescibile Calderoli potesse bastare a cambiare la storia.

24 dicembre 2025

Enzo De Biasi

Fonti :https://www.repubblica.it/politica/2024/10/11/news/atreju_kermesse_fratelli_italia_circo_massimo_dicembre-423550002/  “ Stiamo Tornando” slogan FdI 2024

https://www.bellunopress.it/2024/03/26/fantastoria-il-veneto-che-poteva-essere-ma-non-si-e-voluto-di-marco-zanetti/  1995 …..il Veneto che non si è voluto

https://www.governo.it/it/i-governi-dal-1943-ad-oggi/xvi-legislatura-dal-29-aprile-2008-al-23-dicembre-2012/governo-berlusconi  Berlusconi quater 2008 2011

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/11/18/calderoli-firma-le-pre-intese-sullautonomia-con-zaia-e-fontana_738cd0a4-18d1-4ea0-8cc2-e4be8ed86ec9.html Pre-intesa Calderoli -Zaia del 18 novembre 2025

https://elezionistorico.interno.gov.it/index.php?tpel=F&dtel=08/06/2025&tpa=I&tpe=R&lev0=0&levsut0=0&levsut1=1&es0=S&es1=S&ms=S&ne1=5&lev1=5

 

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