
Buongiorno a tutti voi, carissimi sopravvissuti, superstiti e familiari, autorità civili, militari e religiose. Saluto il vescovo don Renato, il signor Prefetto, il Questore, i colleghi Sindaci, il Commissario di governo Saldini, il presidente Bond, rappresentanti della Regione Veneto, amici di sempre legati alle nostre comunità. A tutti voi giunga il saluto mio personale e dei miei colleghi di Erto e Casso, Vajont e Ponte nelle Alpi e delle comunità che rappresentiamo. Comunità unite dal dolore, ma anche dalla solidarietà.
Quest’anno è il mio 17° intervento alle commemorazioni del Vajont. Mi perdonerete, ma vorrei iniziare con un racconto mitologico. Euridice era una bellissima ragazza. Era nel fiore degli anni e passeggiava spensierata nel prato, quando un serpente la morse alla caviglia e la fece morire. Il suo sposo, Orfeo, era un poeta eccezionale. Talmente bravo da muovere perfino gli alberi e le rocce, con la potenza dei suoi versi. Era disperato alla notizia della morte della sua amata. Annichilito dal dolore. Non si perse d’animo e grazie alla sua poesia riuscì a convincere il dio degli inferi che gli concesse di andare a riprendersi Euridice. Doveva solo scendere nell’aldilà, trovarla tra le tante anime dei defunti e riportarla a casa. Ad una condizione, una sola: nel tragitto di ritorno dagli inferi, dalla morte alla vita, non doveva voltarsi indietro a guardare la sua sposa. È il celebre mito di Orfeo ed Euridice. E tutti sappiamo com’è andato a finire. Orfeo si volta, troppo preso dalla curiosità di vedere se l’ombra che lo segue è davvero quella di Euridice. E così facendo, perde tutto: vede sfuggire per sempre la sua amata, relegata negli inferi. Morta. Per sempre.
Anche Longarone, insieme alle sue frazioni, ad Erto, Casso, era morta quel 9 ottobre 1963. Distrutta da un’onda fredda di acqua e fango che ha provocato 1.910 vittime. Spazzata via dalla faccia della terra nel giro di pochi minuti. Relegata negli inferi. Ma oggi è di nuovo qui. Il paese è stato ricostruito e la comunità è tornata a vivere. Per la determinazione dei superstiti e dei sopravvissuti, che non volevano andarsene ed erano decisi a ricostruire qui la loro vita. E anche grazie alla solidarietà, alla tenacia, alla forza di tanti soccorritori e tante e soccorritrici. Grazie alla forza della solidarietà che ha risollevato dal fango chi aveva perso tutto. Grazie a persone che si sono fatte in quattro per portare sollievo prima e rinascita poi. Grazie a nuovi Orfeo che non si sono mai voltati indietro, non si sono lasciati distrarre da ciò che avevano intorno in quei giorni terribili, ma hanno guardato dritto verso l’obiettivo e – un passetto alla volta – hanno riportato Longarone fuori dagli inferi.
Noi oggi siamo qui a dire loro un grande, un grandissimo grazie. E ad onorare la memoria delle vittime, nella certezza che nel ricordo noi in qualche modo li teniamo in vita, siamo con loro e loro con noi.
È questo lo spirito e il valore della memoria. Uno spirito che ho vissuto pochi mesi fa, quando ho partecipato, come ogni 19 luglio, al 40° anniversario della tragedia della val di Stava, che ha unito le nostre comunità, entrambe colpite dal dolore, entrambe rese forti dalla solidarietà, entrambe diventate simbolo di fatti che non possono e non devono succedere mai più. Mi risuonano ancora le parole del presidente Sergio Mattarella. “Oggi siamo qui per rinnovare la memoria delle vittime e per riflettere insieme sul necessario impegno perché a prevalere siano sempre le ragioni della vita su quelle dello sfruttamento, sovente portato alle più estreme conseguenze. Fare memoria non vuole dire soltanto ricordare insieme ciò che mai potrà essere dimenticato. La memoria interpella le nostre coscienze e le sollecita a nuove responsabilità”.
Un monito forte, che risuona nelle nostre coscienze e che dobbiamo trasmettere ai nostri giovani. Il corso che abbiamo organizzato quest’anno come Fondazione Vajont ha permesso di formare tante persone, per lo più giovani, che hanno voluto con rispetto avvicinarsi alla nostra storia per poterla raccontare a tutti coloro che visiteranno i luoghi della tragedia. Una sorta di passaggio di consegne condiviso con chi, ancora in vita, questa storia l’ha vissuta e l’ha trasferita loro. E proprio sulla Fondazione è arrivata la bella notizia che la Regione Friuli Venezia Giulia ha manifestato l’interesse ad entrare a far parte della compagine sociale. L’apertura alla Regione FVG consentirà nuove e interessanti iniziative che potranno portare a sinergie in ambito nazionale e anche internazionale. Gli obiettivi statutari saranno, così, pregnati da forti e nobili ideali sostenuti da principi etici ineludibili. L’allargamento della compagine sociale comporterà un valore aggiunto a ciò che eravamo, assumendo un ruolo di sensibilizzazione ancora più forte.
Quel segnale che arriva forte oggi anche dal Parlamento Europeo, grazie al messaggio inviato dalla presidente Roberta Metsola che ascolteremo dopo il mio intervento nell’esprimere vicinanza e solidarietà nel 62° anniversario della tragedia. Vuol dire che il Vajont ha ancora qualcosa da dire, da raccontare, da trasmettere. E che le istituzioni europee vogliono tenere accesa la fiammella della memoria, annullando le distanze nel tempo e nello spazio rispetto a quanto accaduto.
Lo testimoniano anche le tante persone che hanno nel cuore la nostra comunità. Persone provenienti anche da luoghi distanti. Ieri sera infatti abbiamo rinsaldato il filo che unisce Longarone e Castellavazzo a tante località sparse in Italia e nel mondo, frutto di patti di amicizia e gemellaggi, molti dei quali nati e cresciuti proprio nel segno della memoria. Un legame forte, di amicizia, con la A maiuscola, in grado di superare la cartina geografica e le distanze fisiche. Se oggi la memoria del Vajont non è solo ricordo di una tragedia, ma anche riconoscenza della solidarietà, del coraggio dei soccorritori, del carico di affetto arrivato sui longaronesi, è anche merito di questi legami forti costruiti e irrobustiti nel tempo, diventati parte viva della nostra comunità. E oggi siamo qui a celebrare la memoria di un disastro, ma anche l’amicizia tra località e popoli come valore assoluto, facce della stessa medaglia, di un prima e di un dopo, proprio di una distruzione e di una rinascita. In un’epoca in cui risuonano tristemente forti i richiami di guerra e distruzione, in un tempo in cui i conflitti armati bussano anche alle porte dell’Occidente, memoria e amicizia, solidarietà e rinascita sono anche questo. E allora vogliamo che da Longarone parta oggi un messaggio di condanna di ciò che sta accadendo, ma, al tempo stesso, di pace e di speranza verso il mondo intero. Diventiamo tutti come Orfeo. Non voltiamoci: ma guardiamo avanti. E soprattutto usiamo parole forti in grado di muovere le rocce. Parole di pace e di memoria, in grado di smuovere le coscienze.


