Una donna alla Presidenza del Veneto, Laura Puppato, politica , sindaca e persona preparata e competente .
Quorum non raggiunto per nessuno dei cinque referendum, ma la netta sconfitta subita può essere perfino utile e salutare
Anche se non ha partecipato al voto la metà più uno dell’elettorato la scossa si è sentita! E può perfino succedere che chi rappresenta in Parlamento i votanti si dia una mossa per migliorare la normativa purtroppo vigente. Non dobbiamo perdere la speranza che musica e suonatori possono cambiare nel 2027. Vale quindi la pena approfondire gli elementi di contesto, che hanno maggiormente contribuito all’aspro frutto finale.
In Italia la componente liberal-progressista non ha mai avuto consensi di massa, anzi! I motivi sono molteplici e affondano nelle radici profonde della storia patria, nella stagione repubblicana e in quella precedente monarchica e fascista. Tuttavia, il bottino dei referendari è stato di ben 14.400.564 persone che, a dispetto dei governanti, sono andate a ritirare le schede e di queste ben 13.031.443 hanno segnato un bel SÌ per reintegrare i lavoratori licenziati. Un buon successo!
Nel complesso il tasso d’affluenza degli aventi titolo è stato ben vicino al 30% (29.8%). Se la grande maggioranza dei cittadini è rimasta a casa, è pure il caso di rammentare che alle elezioni europee dell’anno scorso il 50,3 % non ha votato e che alle nazionali nel 2022 il 37.2%, 17 milioni di italiani non si sono espressi. La percentuale dei “non voto” è poi ben di più del 15,9% raccolto dal primo partito, Fratelli d’Italia, che complessivamente ha ottenuto 7,3 milioni preferenze.
L’Istituto Cattaneo, esaminando gli “astensionisti cronici” segnala che “«larga parte dell’elettorato di centrodestra tranne qualche rivolo erratico di scarso rilievo, non ha partecipato al voto». L’Istituto ha pure attestato che «il tasso di astensione risulta prossimo o pari a zero tra gli elettori che alle europee del 2024 avevano votato per Pd, Avs e M5s». Si tratta di un rilievo interessante che merita una breve riflessione: il campo alternativo si compone di una parte definibile “campo stretto” formata dai citati partiti che potrebbe però, ampliarsi a “campo largo” includendo le formazioni politiche che si sono riconosciute nella fondatezza dei quesiti pur dando prevalentemente indicazione di votare NO. Tra queste anche i Noi moderati che dovranno decidere se restare in una coalizione egemonizzata da queste destre…
In questo quadro sono fuori luogo gli urrà di Giorgia Meloni e dei suoi partner ancillari inneggianti al fallimento sul quorum, con l’acredine usuale. Altrettanto stonate certe dichiarazioni di chi riteneva di poter dare una spallata al governo. Le Destre oggi al comando, si affrontano, si contrastano, e si possono battere nella Piazza Grande delle politiche del 2027, non certo in un Vicolo dei Miracoli. Se un primo segnale a Palazzo Chigi è arrivato, la strada da percorrere è ancora tanta, con ardue salite e discese a scavezzacollo, mancando ad oggi programma, leader e regole di comportamento dei soci.
L’insofferenza delle Destre verso il confronto
In quasi tre anni alla guida del governo, Giorgia Meloni ha palesato in diverse circostanze scarsa attitudine, se non insofferenza, nel presentarsi di fronte all’opposizione e al Paese, con sollecitudine, per rispondere di scelte governative importanti: come nel caso Almasri, il colonello libico stupratore rimpatriato con volo di Stato, oppure per il “residence” dedicato ai migranti in Albania per il quale sono state spese diverse centinaia di milioni di euro. In una repubblica parlamentare riferire con tempestività del proprio operato è un obbligo di primaria importanza per gli eletti dal popolo. La sua opzione preferita è invece quella di spedire videomessaggi autoprodotti o rilasciare interviste a giornalisti devoti. Ma i cittadini non sono followers, seguaci !
Nel caso del voto referendario, il presidente del Senato (la seconda carica dello Stato!), il presidente del Consiglio e i due vicepresidenti hanno promosso l’astensione dal voto sminuendo, cioè, l’istituto di democrazia diretta per eccellenza, il referendum. Difatti, solo in questa circostanza, seppure con effetti limitati di carattere abrogativo, il cittadino diventa legislatore alla pari di un deputato o di un senatore. Giorgia Meloni ha buttato la palla in tribuna: «vado al seggio, ma non ritiro le schede», Ignazio La Russa è stato più sincero: «referendum? Io continuo a dire che “ci penso” ma farò propaganda perché la gente se ne stia a casa», sullo stesso piano ma più ammiccante Matteo Salvini: «non andrò a votare al referendum, resterò a casa con i miei figli» mentre Antonio Tajani ha detto la stessa cosa ma in modo garbato: «non andare a votare è una scelta politica, non è una scelta di disinteresse nei confronti degli argomenti». Chi più in alto sta, dovrebbe farsi servitore dello Stato, della comunità rappresentata, certo non servirsi della posizione occupata per influenzare milioni di elettori spingendoli a trasgredire l’obbligo morale statuito dall’art. 54 della Costituzione, sulla quale ha giurato.
L’azione di chi è titolato di funzione pubbliche, specie se rilevanti, deve essere inoltre in aderente ai principi di etica costituzionale che vanno praticati con atteggiamenti e comportamenti corretti e responsabili nell’esercizio dei propri poteri. Ma quanto del precetto di servire con “disciplina ed onore” è riconoscibile nelle condotte quotidiane della compagine governativa e delle alte cariche istituzionali? Un cittadino in buona fede, magari contento di aver scelto nel 2022 un partito differente dai soliti noti, come ad esempio Fratelli d’Italia, potrebbe oggi chiedersi dove stia quella “diversità”.
La legge è uguale per tutti, come sta ben scritto nelle aule dei tribunali, ma non sempre risulta così. Un sottosegretario di stato, Andrea Dalmastro è condannato a otto mesi e a un anno di interdizione dai pubblici uffici, e un ministro, Daniela Santanchè, è rinviato a giudizio per truffa aggravata all’INPS. Costoro tuttora godono delle guarentigie ordinamentali ben fissi nella posizione loro attribuita dalla presidente del consiglio. Ma con questi modelli, per quale ragione un cittadino comune dovrebbe essere leale con il fisco e pagare tasse e tributi?
Il peso del mancato quesito abrogativo della legge sull’autonomia differenziata
I quesiti sul lavoro promossi dalla CGIL sono stati sottoscritti da oltre quattro milioni di aventi titolo. Quello sulla cittadinanza, promosso da +Europa, Possibile, Partito Socialista Italiano, Radicali Italiani, Rifondazione Comunista e numerose associazioni della società civile, ha raccolto più di 637.000 adesioni.
Lo scorso gennaio, queste cinque richieste erano un tutt’uno con una sesta che puntava a interpellare il popolo sovrano se abrogare o conservare la norma riguardante l’”autonomia differenziata”. Questo quesito venne però dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale, il giudice delle leggi, sottraendolo al giudizio dei cittadini. Un verdetto che si può perfino ritenere salomonico e condivisibile: ha evitato una spaccatura nel Paese, tra Nord e Sud, guelfi contro ghibellini, e però una volta lette le motivazioni del rigetto, todos caballeros, ovvero politici e giuristi, nazionali e regionali, si sono resi conto che la Legge Calderoli è quasi tutta da riscrivere. I lavori di ristrutturazione della 86/2024 sono in corso d’opera e chissà quando la nuova norma vedrà la luce in Gazzetta Ufficiale. Chi allora non si riterrà pago delle modifiche apportate – in ipotesi le regioni del Mezzogiorno – potrà far ricorso e la giostra politica-giuridica-mediatica riprenderà a girare, a vuoto. Intanto 24 (ventiquattro) anni sono trascorsi dall’entrata in Costituzione dell’”autonomia differenziata”.
Era il 2001 e noi restiamo della tesi che è l’intero impianto costituzionale del regionalismo, ordinario e speciale, che va “abrogato” e sostituito da un nuovo assetto confederale. Non è un’idea nostra, né originale, è un benchmarking tratto da Carlo Cattaneo (1801-1869) primo federalista italiano ed europeo. Ma i secoli passano e certi problemi restano e nessuno li risolve: l’Italia ha avuto diversi regimi, quello monarchico-liberale, quello fascista e da ultimo questa era repubblicana ma la questione del rapporto centro-periferia è rimasta irrisolta!
L’ultimo padrino dell’autonomia differenziata è l’attuale ministro Roberto Calderoli, di salda fede leghista, membro del Governo Berlusconi quater (2008-2011), il quale quando la Regione del Veneto chiese l’autonomia differenziata per 13 materie già allora fattibile, semplicemente la negò assieme ai colleghi di partito, Bossi, Maroni e Zaia, forse avevano altro da fare, tant’è che quel Governo fu mandato a casa dall’Europa matrigna che “insediò” a Palazzo Chigi l’economista Mario Monti per evitare il fallimento dello stato italiano. In quella compagnia di buontemponi, uno scranno ministeriale era occupato da una giovane Giorgia Meloni, ministro per l’appunto della gioventù.
L’ elettore veneto che a novembre (forse) andrà a votare per il rinnovo del Consiglio Regionale e del “governatore regionale”, se sentirà ancora parlare di autonomia differenziata da parte di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia dovrebbe sorridere e non votare nessuno dei tre, ma altri. Quelli non sono attendibili, non sono affidabili, i fatti e i tanti anni persi attestano le promesse non mantenute.
Va da sé che, se la settimana scorsa fosse stata presente anche una scheda referendaria per abrogare o meno l’autonomia differenziata, la terna di governo non avrebbe potuto invitare a cuor leggero i cittadini a disertare i seggi.
I giudici hanno fatto il loro mestiere, tuttavia, fatta fuori la motrice di testa sono rimasti sul binario solo i cinque vagoncini spinti da CGIL e +Europa, senza il traino autorevole e robusto del referendum costituzionale. Ad ogni modo, chapeau ad entrambi i promotori che, seppure in misura diversa, hanno mobilitato 14 milioni di cittadini. Un apprezzamento particolare anche a Mattero Renzi e Mara Carfagna sostenitori dei NO ed a Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico che ha schierato il partito per cinque bei SÌ.
Non condividiamo invece l’affermazione del pur navigato Dario Franceschini «Schlein? Coerente sul referendum. Il flop? Fa capo a Landini». Non funziona proprio così, diciamo al pluridecorato senatore, persona di pensiero sottile. Bloccata dall’arbitro, la Consulta, la locomotiva del referendum costituzionale sull’autonomia, la Premier con i suoi vice ha vinto con facilità, destrezza e furbizia, more solito. Per non lasciare scampo all’avversario, ha pure fissato la data della consultazione nel secondo turno delle amministrative così da ridurre l’affluenza, ma aumentare le spese. Riportiamo al riguardo l’ultimo dato della Banca d’Italia: il debito pubblico a marzo è di 3.033 miliardi di euro, è cresciuto di 67 rispetto a dicembre 2024. Tuttavia, questo a Giorgia Meloni poco interessa, la sua narrazione, veicolata via social, tv e video, rifilata all’audience [al popolo] è tutt’altra…

Una donna presidente del Veneto: Laura Puppato
Il dato referendario che abbiamo qui riassunto può/dovrebbe essere utile per prepararsi al meglio alle elezioni regionali d’autunno o della prossima primavera che siano, chance che avevamo qui prevista ad aprile 2024.
Il tasso d’affluenza alle urne nel Veneto è stato del 26.21%, 4 punti percentuali in meno del dato nazionale. Qui incidentalmente segnaliamo che il Viminale nel dato complessivo a livello regionale e in quello nazionale non attesta ancora il numero totale dei votanti, mancando allo scrutinio 32 seggi del Venezuela e dell’Olanda: vicenda biasimevole e forse da approfondire.
Riperdendo l’analisi precedente sul voto referendario, possiamo dire che il “campo stretto” raccoglie ottocentomila suffragi e allargato al “campo largo”, NO inclusi, è poco meno di un milione di votanti. Applicando questo ragionamento alle prossime regionali fondato sul raccolto dei partiti nel 2020, limitandosi al “campo stretto” (vecchio Csx più 5 Stelle) il dato quota 392.735 votanti, che diventano 475.386 con i suffragi delle liste del 2020 che , per una ragione o per l’altra, hanno corso in solitaria, benché riferibili all’area riformista.
La differenza tra i 983.152 votanti del 2025 (pari al 26.21% su 3.750.825 ) e i 475.386 suffragi del 2020 (pari al 18.8% su 2.522.920) pone molteplici interrogativi che qui non affrontiamo, epperò il tema c’ è e va affrontato dai dirigenti politici. Il lettore ben capirà che oltre la condivisione di un programma tra tutte le componenti aggregabili, va proposta agli elettori e alle elettrici una candidatura qualificata per la Presidenza del Veneto, all’altezza della sfida, capace di intercettare “elettorati” più in là di ciò che già c’è.
Dunque il risultato referendario in Veneto non è poi male, anzi potrebbe pure essere promettente a qualche condizione però: che si metta su un programma che parli davvero alla gente e che si spieghi per bene cosa è mancato nei 3 (tre) mandati di Luca Zaia e che guai sono stati combinati e che si trovi una candidatura non solo per partecipare ma per puntare davvero a vincere e che le regole d’ingaggio prevedano che chi correrà per la presidenza se non vincesse dovrà comunque garantire di guidare la minoranza per tutto il mandato (così come troppe volte non è stato per il passato) facendo crescere dunque un’alternativa per la seguente occasione.
Quanto all’oggi, constatiamo che per individuare una candidatura da qualche mese il non strutturato campo largo si muova sostanzialmente per timidi tentativi, anche scomodando personaggi certamente di prestigio che poi devono declinare l’offerta sostenendo di non essere esattamente tagliati per una nuova esperienza del genere. Si dovrebbe piuttosto provare a tracciare una sorta di identikit della candidatura da trovare, ad esempio: meglio una personalità di assoluto rilievo in una qualche materia (sia la ricerca scientifica o sia la regia cinematografica) oppure una esperienza più attinente (sia nell’amministrazione pubblica sia nelle rappresentanze elettive).
E che sia ininfluente oppure interessante per un candidato che possa vantare una certa attitudine al dialogo e al confronto? Interessa poi una affidabilità alle logiche del suo partito e delle sue correnti oppure che abbia dimostrato in qualche occasione coraggio e indipendenza. Interessa che sia un neofita di quel che compete ad una regione oppure che qualche materia almeno l’abbia ben praticata?
Interessa un campione solitario o sarebbe preferibile un buon giocatore che sappia far crescere una squadra? Ed è opportuno o meno chiedere ad un candidato che su alcune questioni cruciali di oggi abbia concretamente lavorato, questioni ambientali o sociali che siano? Infine, fatte anche pari tutte le qualità di due ipotetiche alternative, sarebbe meglio un uomo o, ‘sta volta, una donna? Pensando che le sciagure politiche del Veneto siano cominciate qualche anno fa quando non si è voluto candidare una certa Tina Anselmi, noi pensiamo che sarebbe davvero il momento buono per proporre finalmente una donna alla presidenza della nostra regione. Poi ammettiamo anche che, a mano a mano che cercavamo di delineare l’identikit della candidatura, ci siamo accorti che la nostra preferenza era sempre per la seconda alternativa. Infine, ammettiamo che un nome possibile ci è passato per la mente, ma chissà quanti altri, altrettanto buoni nomi, si possono fare!
Certo confidiamo nel buon senso di chi dirige i partiti, spetta certamente a loro considerare tutti gli aspetti e … scegliere, ma i tanti mesi trascorsi senza costrutto un po’ ci preoccupano…
Sembrerebbe che la scelta sia difficile, ci fanno intendere, cioè, che ci sono più alternative, ma allora perché non porle all’esame di primarie tra i cittadini che poi dovranno votare – e questa operazione farebbe conoscere e consolidare la candidatura – forse perché si è ormai consumato il tempo disponibile? o forse perché non si vuole lasciare il potere di scelta agli elettori? Mah! Noi – dicevamo – un nome, comunque, sia ce l’avremmo: trattasi di Puppato Laura, di Montebelluna.
20 giugno 2025
Enzo De Biasi
Marco Zanetti
Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Laura_Puppato chi è Laura Puppato
https://www.cattaneo.org/referendum-2025-partecipazione-e-voto/ report Referendum 2025
https://www.bellunopress.it/2024/04/01/comune-di-venezia-e-regione-del-veneto-al-voto-nel-2025-probabilmente-a-primavera-2026-di-enzo-de-biasi/ ….voto nel 2025 0 nel 2026 ?,del 01 aprile 2024. Nelle fonti il risultato elettorale della Regione Veneto tornata 2020
https://www.corriere.it/politica/25_maggio_14/referendum-da-craxi-a-renzi-fino-a-berlusconi-l-antica-tentazione-dell-invito-al-mare-67790f4d-69b6-4cc1-9af8-855447329xlk.shtml referendum ? “andate al mare”
https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20250608/referendum/votanti/incomplesso/02 mancano 32 seggi esteri da Venezuela e Olanda causa “il combinato disposto…”, biasimevole.
https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20250608/referendum/scrutini/italia/05 referendum, risultati in Veneto per singolo quesito


