HomeCronaca/Politica25 Aprile: il valore della memoria e della libertà

25 Aprile: il valore della memoria e della libertà

Ogni 25 aprile, l’Italia si ferma. La Festa della Liberazione non celebra solo la fine dell’occupazione nazifascista e la rinascita della democrazia, ma onora soprattutto il sacrificio di migliaia di uomini e donne che, con coraggio e dignità, scelsero di opporsi alla barbarie, pagando spesso con la vita il prezzo della libertà.

Secondo le stime dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, oltre 45.000 partigiani morirono nella lotta contro il nazifascismo. A questi si aggiungono più di 10.000 civili, vittime di rappresaglie, deportazioni, eccidi. Giovani studenti, operai, contadini, militari sbandati che dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di arrendersi all’invasore tedesco: questi furono i volti e i cuori della Resistenza.

Non possiamo e non dobbiamo dimenticare gli orrori che segnarono quegli anni. Le stragi di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine: episodi che hanno scolpito nella pietra la crudeltà della guerra e il prezzo della disumanità. Il sangue versato su questa terra non è solo un ricordo, è un monito.

E se da un punto di vista strettamente militare la Resistenza in Italia poco poté fare contro la Wehrmacht, a differenza di quanto successe in Jugoslavia, che da sola cacciò l’invasore, va detto che sotto il profilo politico della nascente Repubblica Italiana il contributo della Resistenza fu determinante. Il sacrificio dei partigiani, infatti, valse all’Italia la qualifica di Nazione co-belligerante al trattato di Parigi del 10 febbraio del 1947 fra l’Italia e le potenze alleate, grazie all’intervento di Alcide De Gasperi.

In questo quadro generale si inserisce anche la tragica vicenda dei 600.000 militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi (IMI – Internati Militari Italiani), colpevoli di non aver giurato fedeltà alla Repubblica Sociale Italiana. Considerati traditori, non già prigionieri di guerra, furono lasciati morire di stenti e privazioni, vittime dimenticate troppo a lungo dalla storia ufficiale. Hitler non voleva concedere loro lo status di prigionieri di guerra, perché tecnicamente, fino al 13 ottobre 1943, data della dichiarazione di guerra notificata da Badoglio alla Germania, noi eravamo ancora alleati a Hitler.

Ma soprattutto non possiamo dimenticare chi militarmente liberò l’Italia. Dal luglio del 1943 all’aprile del ‘45 gli alleati ebbero circa 350.000 “casualties” morti accertati, scomparsi o feriti (i tedeschi ne ebbero circa 430.000).

Concludo con le parole del parlamentare antifascista Vittorio Foa (Torino, 18 settembre 1910 – Formia, 20 ottobre 2008) che disse al suo collega parlamentare fascista Giorgio Pisanò: “Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore”.

Roberto De Nart

 

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