Il leader di Italia Viva pronto a presentare un disegno di legge che vieta il doppio lavoro a chi è deputato o senatore della Repubblica.
Matteo Renzi si è impegnato giovedì 9 gennaio davanti al pubblico televisivo dell’emittente, La 7-Piazza Pulita, di presentare, a breve, un disegno di legge che vieti qualsiasi altra professione, mestiere, esercizio d’impresa, all’onorevole o al senatore in carica. Il concetto è stato poi ripetuto dal parlamentare, nel giorno del compimento del suo cinquantesimo anno a Firenze.
Buona idea senatore! Vediamo di metterla in pratica, redigendo – bda subito – un ddl da inviare per la sottoscrizione a tutti i suoi colleghi di Palazzo Madama.
Un primo suggerimento utile per agevolare il successo dell’iniziativa.
Contestualmente all’avvio della raccolta firme parlamentari, è opportuno che l’iniziativa sia immediatamente pubblicata e divulgata in tutti i social media oggigiorno presenti in rete web, dando la possibilità al cittadino di firmare a norma di legge e, se riterrà, di contribuire con qualche nota e osservazione.
L’obiettivo da raggiungere è quello delle 50 mila firme, quorum richiesto dall’art. 71 della Costituzione utile per una proposta di legge popolare. Tale chance , è classificata dagli esperti della materia: “democrazia di base”. Dal 1948 ogni volta che il “popolo sovrano” si è attivato in tal senso, l’iniziativa legislativa “popolare” è stata snobbata dai rappresentanti “eletti dal popolo”. Forse e chissà se questa volta, con l’aiuto di un politico di spessore mediatico e non solo, il ddl andrà a buon fine. Non resta che partire e aspettare la nuova norma pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
I precedenti, in verità, non depongono a favore di un esito felice. Infatti, le Assemblee Legislative ed i Governi succedutesi dal 1948 in avanti, sono rimasti pressoché indifferenti alle proposte ex-art. 71 Costituzione. Del resto, la classe politica italiana, dopo il 1993, ha dimostrato la stessa impermeabilità. Allora, un referendum abrogativo che ottenne l’adesione di oltre il 76% dei cittadini, cancellò tre ministeri dell’apparato romanocentrico di stampo statalista. Però e subito dopo, due dicasteri risorsero dalle ceneri, Ministero del Turismo e quello dell’Agricoltura, oggi retti “con disciplina ed onore “da due eccellenze del firmamento governativo: Daniela Santanchè e Francesco Lollobrigida. L’unico dicastero definitivamente colpito e affondato fu quello delle Partecipazioni Statali (PP.SS.). Al tempo, le PP.SS. comprendevano le Ferrovie dello Stato, attualmente sotto l’egida politica del Vice-Presidente del Consiglio dei ministri, tale Matteo Salvini, le cui capacità di governance del sistema di trasporto ferroviario affidatogli non meritano alcun commento.
Circa i ministeri azzerati dal “popolo sovrano”, quello del Turismo, come accade in molti Paesi UE, poteva (può) essere incluso nel dicastero della Cultura, il secondo poteva (può) essere accorpato nel Ministero delle Attività Produttive, ora ribattezzato con il nickname (nomignolo) di Ministero delle Imprese e del Made in Italy, mentre il terzo, le PP.SS bene stavano e bene stanno nel Ministero dell’Economia e della Finanza, M.E.F.
Sul rinvio a giudizio di Daniela Santanchè, procederà la magistratura penale, qui richiamiamo preliminari e fondamentali principi di Etica Pubblica che debbono (dovrebbero) guidare e dare sostanza all’agire del politico affidatario di rilevanti potestà pubbliche. Nel merito della permanenza al governo del Ministro del Turismo deciderà il Presidente di Fratelli d’Italia, pro-tempore Capo del Governo. L’attenzione è, quindi, focalizzata su FdI, partito di maggioranza relativa e nel Paese e nell’Esecutivo che, talvolta, si richiama ai valori di lealtà e correttezza istituzionale, rettitudine civile, condotte morali ineccepibili, testimoniati in vita dal giudice Paolo Borsellino, icona della destra e vittima di Cosa Nostra.
Questi due anni ed oltre trascorsi al potere da chi è lì arrivato dopo 75anni di esclusione, hanno segnalato a partire dalla scelta dei componenti la squadra di governo, la predilezione di personaggi di più basso livello rispetto a quelli selezionati nelle tornate antecedenti. Si sa, è una legge di natura, quando in cielo ci sono tante nuvole nere piove a dirotto, evidente ed ovvio.
La stessa scena è andata in onda nel finale della prima fase della Repubblica. Il ceto politico della seconda? Lo standard medio delle persone posizionatesi a capo delle istituzioni e nel parlamento, è risultato molto al di sotto delle attese per una dirigenza all’altezza dei gravi problemi da affrontare e per miglioramento e qualificazione nella gestione della “res publica”.
Forse, gli accadimenti registrati più che una legge di “natura” ci troviamo di fronte ad una legge “sociale”, che caratterizza l’etnia, l’identità italiana. Il riferimento è al “familismo amorale”, diventato ora in versione post-missina, ”amichettismo”. Il familismo amorale si ha quando il leader persegue l’interesse generale della comunità rappresentata, fidandosi unicamente di sé stesso e/o delle sue relazioni parentali e fiduciarie consolidate. L’amichettismo è, invece, Il comportamento di chi, generalmente da una posizione di potere e di prestigio, favorisce i propri fedeli, seguaci, followers. La Repubblica Italiana, le sue istituzioni e le società pubbliche, RAI-TV ad esempio, sono state -da sempre- bottino in disponibilità dei vincitori di turno per “sfamare” le truppe al seguito che hanno contribuito alla vittoria. Pure in quest’occasione chi ha vinto, ha praticato, usi e consuetudini beceri e stabilizzati dai decenni e nei decenni scorsi. Sentire dire “siamo qui per fare la storia”, ma di che tipo e in che direzione ?
La norma anti-Matteo Renzi, quando e perché è sgorgata
Ebbene, il merito è tutto dell’attuale maggioranza che sollecitata dal Presidente del Consiglio dei ministri, ha inserito nella finanziaria vigente un comma specifico che vieta a chi siede in Parlamento di tenere conferenze in un Paese extra-Ue, attività reputata lesiva del bon ton istituzionale. In via incidentale e del tutto casuale, la norma trova applicazione nei confronti di un’unica persona: il senatore Matteo Renzi.
La prima donna di Palazzo Chigi, in questa circostanza, ha ragionato con logica sbilenca e pensiero debole. Il soprano di Palazzo Madama, da par suo, ha già risposto in TV e qui non c’è altro da aggiungere, né serve.
Tuttavia, se si vuole affrontare il tema, la prospettiva è di tutt’altro genere e qualità.
Giova ricordare che il Parlamentare è al “Servizio della Nazione”, egli è un “servitore dello stato” che – in concreto – deve tradurre il mandato ricevuto e la fiducia accordatagli dal popolo sovrano in attività legislativa e controllo dell’operato del Governo attuato con: solerzia, assiduità, dedizione, professionalità ed efficacia. A ben osservare, ogni volta che il parlamentare integra con proprie attività lucrative l’indennità pagatagli dalle tasse versate dai cittadini, sta rubando tempo al suo primario dovere ed obbligo etico-politico, motivo per il quale è stato eletto. Tutti sappiamo che la legge lo consente e proprio qui sta il focus della questione da affrontare. Questa possibilità legalmente concessa al deputato o al senatore, di lavorare a part-time è ancora socialmente tollerabile? Tema spinoso e controverso, uno dei tanti irrisolto da decenni, more solito. Esemplifichiamo.
Consideriamo le dichiarazioni dei redditi IRPEF 2023,consultabili da chiunque, presentate da tre senatori. Giulia Bongiorno, Lega, € 2.748.222,00, Andrea Martella, PD, € 88. 477.00, Matteo Renzi, I.V. 3.217.735.00. Ciò che “porta a casa” il senatore senza extra-gettito è poco meno di 90.000.00 € , mentre gli altri due “portano a casa” con l’extra-officium qualche milione in più. È ragionevole ?
Qui nulla interessa il quantum di denaro percepito, anzi! I due maggiori contribuenti sono dei benefattori fiscali, impinguano le casse dello stato lavorando alacremente per sé stessi e i loro congiunti. La scarsa presenza al proprio posto di lavoro, per esercitare i compiti democraticamente conferiti ed accettati era già stata annotata criticamente nel 2016 da Giorgio Napolitano che strigliò i rappresentanti del popolo con queste parole: «Deputati e senatori dovrebbero lavorare di più, perché le 30/40 ore che ogni settimana dedicano alla vita parlamentare non sono sufficienti a dedicare uno spazio serio e decente al lavoro delle commissioni”. Il forte richiamo a “lavorare di più”, espresso dal Presidente Emerito della Repubblica Italiana era così stato riportato dal Messaggero di quella giornata: “i nostri “onorevoli” lavorano full time 2 giorni e mezzo a settimana, 3 sommando il tragitto casa-lavoro”. Ma allora cosa fanno ? Semplice, quelli che possono si fanno i fatti loro, per la famiglia, per lo studio professionale, per l’ azienda o si procacciano consulenze/intermediazioni di vario stampo e genere, così da incrementare i loro introiti.
“Time is money”, dicono i britannici, ed è una verità verificata dalle dichiarazioni tributarie agli atti.
Nel merito basta intenderci. Se il fattore tempo – elemento limitato per ognuno di noi, risorsa non riproducibile che una volta consumata non torna più- è speso da chi ci rappresenta in Parlamento “per fare altro” rispetto al dovere di legiferare e controllare con competenza e intelligenza qual’ è il prodotto, output, risultato finale? Il panorama desolante, sconcertante e inquietante, è raffigurato dal decadimento istituzionale concausa del complessivo declino del sistema democratico-liberale tout-court.
L’interrogativo successivo che il lettore deve porsi è, il tempo a disposizione di deputati e senatori per cosa deve essere impiegato? Per la collettività, il bene comune , le aspettative dei governati? oppure per il benessere del singolo individuo e sue relazioni/attività ?
Consideriamo l’indennità percepita, per le persone comuni detta anche: stipendio, salario, paga, corrispettivo professionale. Arrotondando a 90.000 € lordi annui quella del senatore ordinario, sono mediamente 7.500.00 € mensili, al netto oltre 5.000.00 € sicuri ogni trenta giorni, in Italia paga da abbienti.
Rileviamo, adesso, quanti sono i contribuenti italiani e come sono divisi nelle diverse classi di reddito. I dati sono quelli del M.E.F. Ebbene, nel 2022 gli italiani/contribuenti che hanno presentato la dichiarazione dei redditi sono stati poco oltre 41 milioni e 600 mila, in sostanza, tanti quanti hanno titolo a recarsi alle urne elettorali.
Stando quindi ai dati fiscali del 2022, anno delle elezioni politiche, il 41 per cento dei contribuenti ha dichiarato un reddito inferiore ai 15 mila euro, circa 16,7 milioni di persone con in media 7 mila euro annui. Seguono poi circa 5.5 milioni di contribuenti tra i 15 e i 20 mila euro, 6.7 milioni tra i 20 e i 26 mila euro, 5.9 milioni tra i 26 e i 35 mila , 4.6 milioni tra i 35 e i 75 mila euro. La somma è pari a 39.4 milioni di contribuenti. Epperò, va precisato che nella fascia più bassa fino a 15 mila euro annui, troviamo circa 10 milioni e 400 milioni italiani con reddito pari 0.00, zero. Si tratta prevalentemente di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle soglie di esenzione, ovvero di coloro la cui imposta lorda si azzera per effetto delle detrazioni riconosciute dal nostro ordinamento.
Ebbene, il totale di questi cittadini/contribuenti/elettori: in miseria, poveracci, poveri dignitosi e appena autosufficienti assomma a 39 milioni e quattrocentomila il 95% (94.7%) del corpo elettorale. Tra i 75 e i 100 mila euro si collocano 542mila cittadini, tra 100 e 200 mila 576mila contribuenti, tra 200-300mila, 67 mila e oltre 300, 48 mila. Tra questi ultimi il reddito medio è di 607 mila euro. La fascia più bassa è il famoso “ceto medio” , dai 100 mila in avanti troviamo i “ricchi”, poi, i “super-ricchi”. Dai casi esaminati, un senatore è benestante, gli altri due fanno parte della categoria “super-ricchi”.
Un sistema democratico, regge, se i cittadini si sentono partecipi di un destino comune e si considerano parte artefice, integrante della stessa “polis”, città, comunità, stato. Di conseguenza, il popolo crede, si fida e affida a coloro che lo rappresenta e lo governa (téchnē, arte, tecnica del governare-amministrare, ma i “politici eletti dal popolo” che lavorano a part-time possono ritenersi tali ? Va da sé che il rapporto fiduciario traballa, il cittadino diserta le urne, a meno che -per irrobustire la democrazia- “il servitore dello Stato e della Nazione” non cambi in radice, accetti un rapporto esclusivo per “adempiere ed onorare fino in fondo, le funzioni pubbliche affidategli ” .
Tale decisione deve essere motivata da idealità, valori, visione della società, la “politica” va esercitata con passione, dedizione e competenza. Essendo un’ opzione libera, autonoma e consapevole, non può diventare occasione per cialtroni, per arricchirsi, per ampliare il proprio giro d’affari aziendale o della professione o del mestiere praticato.
Non troverete mai un medico che vi prescriva di “entrare in politica”, troverete sempre qualcuno che vi dirà “buttati in politica”, così risolvi i tuoi guai con la giustizia, con una magra vita lavorativa o professionale, o perché non sai trovarti un’occupazione.
In quest’ottica va valutata la retribuzione a fronte di un rapporto fiduciario esclusivo e la condizione di incompatibilità assoluta fini qui precisata. Oggi, in Italia, noi abbiamo dieci milioni di cittadini con salari da fame, sotto occupati, inattivi, disoccupati. Tra questi, centinaia di migliaia di laureati preparati e competenti pronti a fare “politica” con passione e dedizione, se sarà offerta e data loro una chance di competere alle elezioni non solo in collegi perdenti.
ISTAT, Banca d’Italia, CNEL, Fondazione Nord- Est attestano che in una stagione di glaciazione demografica, forte calo delle nascite, circa 600 mila persone, in maggior parte giovani che negli ultimi anni, hanno lasciato l’Italia per poi non tornarci. Si chieda il lettore se uno salario d’ingaggio di circa 90.000 € all’anno, potrebbe essere un incentivo ritenuto sufficiente per restare nel Paese dove si è nati.
In conclusione, chissà che il disegno di legge promesso dal senatore Matteo Renzi appaia al più presto, non mancheremo di dettagliare ulteriormente la proposta pubblicata.
19 gennaio 2025
Enzo De Biasi
Fonte :
https://www.senato.it/composizione/senatori/elenco-alfabetico
https://www.camera.it/leg19/28
nella scheda di ciascun senatore e deputato è reperibile anche la dichiarazione dei redditi
