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Una storia controcorrente di 100 anni fa. Esasperata, uccide il marito fedifrago, violento e violentatore

Albergo Polo Nord di Alleghe (cartolina dell’epoca)

Il 22 marzo 1924 la Corte d’Assise di Belluno si occupa dell’omicidio di Dino De Nicolao, ucciso con alcuni colpi di rivoltella dalla moglie Elisa Gabrielli, 41enne originaria di Rocca Pietore. Il fatto di sangue accade il 7 novembre del 1922 nell’Albergo Polo Nord di Alleghe, ed è l’epilogo di una serie di episodi di gelosia della Gabrielli, per i continui tradimenti del marito.

La coppia è domiciliata a Padova, dove Dino De Nicolao è proprietario di una lussuosa pasticceria. L’ultima sfuriata di gelosia della Gabrielli è del 31 ottobre del 1922 quando accusa il marito di tradirla con le domestiche. Dino De Nicolao, infatti, aveva fama di Don Giovanni. Già nel 1914, infatti, quando la moglie era in villeggiatura, Dino intratteneva relazioni con altre donne: “numerosissime furono le seduzioni e le tentate seduzioni a Padova, Modena, Venezia e altrove” riporta un articolo dell’epoca de La Stampa. De Nicolao decide di andarsene finché non si calmano le acque e raggiunge una cognata, proprietaria dell’Albergo Polo Nord di Alleghe, che diventerà il luogo del delitto. La moglie Elisa Gabrielli non ne può più della condotta del marito ed è determinata e questa volta è decisa a non fargliela passare liscia.

Così, il 7 novembre 1922, a una settimana dalla lite, raggiunge il marito ad Alleghe e, appena lo incontra, senza dire una parola, estrae la rivoltella pronta ad aprire il fuoco. De Nicolao con prontezza riesce a disarmarla, ma la donna estrae una seconda pistola e spara una serie di colpi uccidendolo. Viene immediatamente arrestata. La donna dichiara subito di aver compiuto il gesto per gelosia, spinta dall’infedeltà del marito. All’udienza preliminare Elisa Gabrielli racconta la sua storia.

Dichiara di aver sposato Dino De Nicolao per amore. Alla morte del padre, Dino lascia la conduzione della pasticceria di Padova alla moglie per andare in Germania a studiare ingegneria mineraria e laurearsi. Ma riceve una lettera anonima che l’avverte, che se avesse continuato a lasciare sola la moglie al lavoro, ella si sarebbe ammalata. Allora decide di tornare a Padova per riprendere in mano la gestione della pasticceria. Elisa, inoltre, prende a servizio una donna. Nel 1911 è Dino ad essere geloso dei pasticceri e chiude il forno. “Per distrarmi – dichiara Elisa ai magistrati – andai in villeggiatura a Feltre, dove Dino venne a trovarmi una sola volta, pur avendomi promesso che l’avrebbe fatto tutte le domeniche. Una volta – prosegue Elisa – mi accorsi che mio marito passava per la camera della domestica mentre questa si stava vestendo. Gli dissi che pensavo male di lui. La mattina, di sorpresa, affrontai la cameriera, la quale mi disse che il padrone era stato il primo ad abusare di lei. Dissi a mio marito che aveva commesso una cosa mostruosa, che mi aveva stroncato la vita a trent’anni, oltre a rovinare una ragazza di quindici. Sei mesi dopo facemmo pace, per intromissione dei parenti. Nel 1914 andammo in villeggiatura a Rocca Pietore. E anche qui mio marito, anziché mantenere la promessa che mi aveva fatto, iniziò a insidiare le piccole nipoti. Me lo disse una di esse di nome Flora, che ricevette 300 lire per il suo silenzio. E altre 10mila lire ai genitori perché non parlassero. Rimproverai mio marito il quale mi picchiò. Poi venne la guerra. Dino aveva il grado di tenente, di stanza a Venezia e veniva spesso a trovarmi. Seppi che una mia cugina, Carmela, sposa novella fu pure tentata da lui. Dopo l’invasione mio marito venne trasferito a Modena. Poiché era geloso, mi chiamò vicino a lui e prese un alloggio a Casinalbo vicino a Sassuolo, dove io stavo con i miei piccoli. Siccome andava spesso a Modena, un giorno gli dissi: vai dalla tua donna? E lui mi diede uno schiaffo”. I sospetti di Elisa, tuttavia, si rivelarono fondati. Glielo confermò una cameriera. E infatti quando i coniugi rientrarono a Padova, Dino si fece seguire dall’amante. Tra i due iniziarono anche le discussioni per motivi d’interesse: Elisa accusava Dino di sperperare i soldi con le donne. “Egli divenne iroso e cattivo – testimonia Elisa al processo – finché nel 1921 venne da me piangendo una mia servetta diciassettenne, tale Marianna Soppelsa, per avvertirmi che mio marito l’accarezzava con cattive intenzioni. E dopo un mese volle partire perché aveva paura di lui. Ero esasperata. Un giorno mi sparai un colpo di rivoltella e il proiettile mi sfiorò la guancia. Mio marito, commosso, mi promise nuovamente che avrebbe cambiato vita. Ebbi poi un’altra ragazza a servizio, Giovanna, e mi accorsi che mio marito accarezzava spesso e volentieri anche lei. Avvennero altre scenate. Avevo intenzione di ucciderlo e di uccidermi. Egli andò ad Alleghe. Io gli corsi dietro”. Elisa confessa infine il suo delitto piangendo.

L’avvocato Bianco, difensore dell’imputata, sostiene la totale infermità mentale della sua assistita. Il procuratore generale sostiene la seminfermità e la preterintenzionalità. I giurati negano l’irresponsabilità totale della donna, ma ammettono il vizio parziale di mente, l’impeto d’ira, la grave provocazione e concedono le attenuanti. Dopo quattro giorni di dibattimento, il presidente della Corte d’Assise di Belluno pronuncia la sentenza di condanna a carico di Elisa Gabrielli infliggendo la pena di 4 anni, diminuita di due anni due mesi e giorni venti di detenzione a seguito delle attenuanti e del condono di 9 mesi per indulto. Viene inoltre “computato il sofferto”, ossia diminuita la pena del periodo già scontato di carcerazione preventiva.

Roberto De Nart

Qui alcuni casi di omicidio e femminicidio del secolo scorso legati alla provincia di Belluno.

La signora con due pistole: Alleghe 1922, omicidio all’Albergo Polo Nord

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