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Un emigrante che fece fortuna. La storia di Dürer nell’ultimo libro di Paolo Doglioni presentato alla Confraternita del Formaggio Piave Dop

Fabio Bona e Paolo Doglioni

Cesiomaggiore, 06.12.2024  “Un viaggio nel tempo per capire la realtà di oggi. E’ quanto propone Paolo Doglioni con suo nuovo libro ‘Albrecht Dürer Un emigrante che fece fortuna’. Mi piace, poi, ricordare che il ricavato della vendita, al pari di quella dei precedenti, sarà interamente devoluto al progetto di welfare della Provincia destinato a sostenere i costi degli asili per le madri lavoratrici a basso reddito”.
Il presidente Fabio Bona ha introdotto con queste parole l’intervento di Paolo Doglioni che, nel corso dell’ultima riunione della Confraternita del Formaggio Piave DOP, ha raccontato la storia di uno dei più importanti artisti del XVI° secolo, considerato il massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale.

Doglioni ha subito indicato le ragioni della scelta. Oltre lo spessore culturale del protagonista, Dürer è preso ad esempio per comprendere l’oggi. “Viviamo una fase di preoccupante denatalità e abbiamo bisogno urgente di nuovi italiani. Dati ISTAT dicono che se nel 1971 ogni giovane sotto i 15 anni aveva un anziano oltre i 65, nel 2023 il rapporto è diventato 1 a 5.4”.
Per raccontare la storia dell’emigrante Dürer – la famiglia era originaria di una cittadina ungherese ai confini con la Romania – Doglioni rimette sulla scena Bernardo Dollone, un suo antenato del 1200 che era già stato la voce narrante di tre precedenti libri.
Nel 1528 Dollone si reca a Norimberga e per tre giorni dialoga con l’artista; lo interroga, osserva il suo stato d’animo, consulta documenti e opere d’arte. In una parola opera vive un’immersione nella storia di quella prima metà del ‘500.
Dürer racconta all’ospite italiano la sua vita, le sue prime opere seguendo l’insegnamento di pittori e incisori sia di Norimberga sia di artisti che aveva incontrato durante i suoi viaggi nelle Fiandre. E come, dalla frequentazione con Willibald Pirckeimen fosse maturata la decisione di partire, poche settimane dopo il matrimonio, alla volta di Venezia per approfondire la conoscenza della pittura italiana e veneta.
Altro di una schiera pressoché infinita, anche Dürer subì il fascino di Ve-nezia; dove conobbe Giovanni Bellini, Andrea Mantegna e molti altri artisti che ne formeranno la struttura pittorica tanto che ritornato l’anno dopo a Norimberga aprì una sua bottega iniziando una produzione di xilografie e incisioni su rame.
“Uomo dai tenti interessi, Dürer volle anche conoscere Luca Pacioli, il frate
domenicano autore del ‘De Divina Proportione’ e inventore della partita doppia. D’altra parte, la frequentazione del mondo finanziario era già iniziata con l’incontro, ad Augusta, di Jacob Fugger, di gran lungo l’uomo più ricco del mondo. Di allora ma, fatte le opportune conversioni, probabilmente di ogni tempo”.

Fugger, tra l’altro, lo sollecitò a dipingere la ‘Festa del Rosario’ per la chiesa di San Bartolomeo. Quando tornerà a Norimberga la sua fama si era già consolidata ma il culmine lo raggiungerà nel 1512 quando incontrò l’imperatore Massimiliano Asburgo che gli chiese di realizzare un’enorme xilografia di circa 3 metri
x 3 metri. L’opera incontrò il favore imperiale visto che a Dürer fu concesso un vitalizio annuo di 100 fiorini.
Dürer, però, confesserà a Bernardo Dollone il suo grande sconforto per la lotta tra il papato e Lutero, in particolare per tutto quello che riguarda la vendita delle indulgenze. Un tema scabroso, questo. “Un frate domenicano Johan Tetzel predicava: come il soldino nella cassa risuona, ecco che un’anima il purgatorio abbandona’”.
Seppure sia iniziata la sua parabola discendente, Dürer avrà ancora l’opportunità di conoscere Erasmo da Rotterdam e Margherita d’Austria zia di Carlo V; una frequentazione utile per cercare di farsi ripristinare il vitalizio di 100 fiorini annui che alla morte di Massimiliano la città di Norimberga aveva sospeso.

Dürer morirà il 6 aprile 1528 per un attacco malarico. Di lui, l’umanista germanico scriverà. “La natura lo ha dotato di un corpo che si distingueva per la sua snellezza e postura e del tutto corrispondente allo spirito nobile in esso. Aveva un viso espressivo, occhi scintillanti, un naso di forma nobile, forma del colla piuttosto lunga, torace molto ampio, ventre retratto, cosce muscolose, gambe forti e snelle, ma diresti che non hai mai visto niente di più grazioso delle sue dita. Il suo discorso era così dolce e spiritoso che nulla ha sconvolto i suoi ascoltatori quanto la sua fine”.

Il viaggio nel tempo di Bernardo Dollone (e del suo alter ego Paolo) è terminato ma restano una considerazione e un auspicio. “Le nostre opere, quando viviamo, ci sembrano importantissime, ma la nebbia del tempo cancella tutto, tranne, purtroppo, il dolore che con le nostre azioni abbiamo provocato. Sicché, citando uno scritto del 1503 del celebre stampatore veneziano, Aldo Manuzio, “Se si maneggiassero più libri che armi, non si vedrebbero tante stragi e tanti misfatti, tante brutture, tanto insipida lussuria”.
Un auspicio, forse uno sogno, certo sempre attuale.

Nella foto, il presidente della Confraternita, Fabio Bona, e, a dx, Paolo Doglioni