
Cesiomaggiore, 4 ottobre 2024 – Oggi rappresentano, purtroppo, una costante nelle cronache di radio, televisioni, carta stampata e rete. Sono le notizie che danno conto degli omicidi perpetrati a danno delle donne, cosiddetti femminicidi.
Ma, duole dirlo, non si tratta di una assoluta novità. E anche la gente di una terra periferica, come il Bellunese, ha dovuto registrare questo tipo di delitti.
Questo è stato il tema culturale dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave Dop. L’ospite della serata, il giornalista bellunese Roberto De Nart che sul tema ha pubblicato diversi libri, tutti basati sullo scrupoloso esame degli atti processuali. Nella serata di martedì scorso ha proposto due casi, quello di Emma Canton e quello di Silvia Da Pont.
Emma Canton, era una bella ragazza di Confos, all’epoca dei fatti Comune di Trichiana, che venne attirata in una trappola mortale e uccisa brutalmente nella notte tra sabato 4 e domenica 5 febbraio del 1933 a Sant’Antonio Tortal dal suo ex fidanzato Abele De Barba. Un omicidio orrendo, per le modalità adottate dall’assassino, reso ancor più odioso perché Emma era incinta di due mesi a seguito della relazione poi interrotta con lo stesso De Barba.
Ma c’è di più. Come rivelano gli atti processuali, anche da morta, la giovane sarà lasciata sola dalla comunità in cui vive. Della sessantina di testimoni chiamati in aula dalla pubblica accusa, se si escludono i parenti più vicini, solo la vicina di casa definisce l’imputato ‘un giovane falso, e nell’intimità un violento’. Per gli altri, e pare di sentire l’eco delle odierne interviste. ‘Mai un dubbio, Abele De Barba è un bravo giovane laborioso’. Non sarà questo il giudizio del Tribunale. Otto mesi dopo l’omicidio, infatti, la Corte d’Assise di Belluno lo condannerà all’ergastolo, pena inasprita da un anno di isolamento, per aver ucciso Emma Canton per motivi abbietti e con premeditazione.
La seconda vicenda, quella di Silvia Da Pont, è più recente; risale, infatti, al 1951. Originaria di Cesiomaggiore, Silvia aveva lavorato a Biella prima di trovare un lavoro stabile a Busto Arsizio come cameriera presso la famiglia Nimmo. Un rapporto di reciproco rispetto al punto che quando il capofamiglia, dipendente di una compagnia aerea, viene promosso nella sede di Roma, la moglie chiede alla giovane cameriera di seguirli nella capitale.
Una prospettiva che la bellunese accoglie con entusiasmo. Prima di partire per Roma, tuttavia, pensa di trascorrere un paio di settimane a Cesiomaggiore. Per questo esce per incontrare la sorella, occupata in Svizzera, con la quale aveva appuntamento alla stazione ferroviaria di Milano, per fare il viaggio insieme e riunirsi alla famiglia.
Ma Silvia sparisce, di lei non si hanno più notizie. I Nimmo, preoccupati, sporgono denuncia e anche i genitori della ragazza confermano che la figlia non è mai arrivata a Cesiomaggiore.
Inquesto caso, a differenza dell’omicidio Canton, l’avvio dell’inchiesta è lento, farraginoso, senza slanci. La prima ipotesi, quasi immancabile allora come oggi, è che Silvia possa essere fuggita con un uomo. Ma il fatto che abbia lasciato i suoi abiti e i suoi risparmi a casa, fanno cadere ben presto la tesi della fuga volontaria, ciò nonostante il caso sembra destinato ad essere dimenticato.
La svolta avviene quando i Nimmo tornano a Busto Arsizio per completare il trasloco. I bambini scendono in cantina e chiedono con insistenza ai genitori di poter portare nella nuova casa anche l’albero di Natale. Ed è proprio sotto l’albero che i Nimmo scoprono i resti di Silvia. Il cadavere è cereo, ed è ridotto a pelle e ossa, mentre Silvia era una ragazza alta e robusta.
L’autopsia rivela che la giovane cesiolina è morta d’inedia. Adesso, ad occuparsi del caso è il capitano dei carabinieri Angelo Mongelli, che imprime una svolta decisiva alle indagini. In un appartamento della villetta abitata anche il proprietario, Carlo Candiani, un distinto settantenne, con due nipotini, che aveva lavorato nel settore tessile.
Candiani è un appassionato di farmacologia e trascorre molto tempo a preparare decotti e pozioni. Durante la perquisizione, gli investigatori notano una cassa impolverata. Alla fine di serrati interrogatori, Candiani confessa. Racconta di aver incontrato la giovane cameriera mentre saliva le scale, e di averla soccorsa dopo che si era sentita male. Pur avendo provato a rianimarla, la ragazza era deceduta e quindi l’avrebbe portata in cantina nella cassa, con l’aiuto di un amico.
Una versione che non regge. Nuovamente interrogato, questa volta Candiani ammette. Invaghitosi di Silvia, si tormentava al pensiero di non vederla più. Le aveva somministrato un mix di vino e narcotico per circa 18 giorni tenendola in stato di tor-pore. Dopo morta, l’aveva portata in cantina, riposta nella cassa.
Il processo inizia nell’aprile del 1953. Candiani ritratta, affermando che le confessioni gli sono state estorte dai carabinieri. Nonostante i tentativi dei suoi legali di dipingere la vittima come una giovane donna dai facili costumi, Candiani viene condannato a 25 anni di reclusione.
I legali ricorrono in appello e il capo d’imputazione è derubricato da omicidio volontario a preterintenzionale e la condanna è ridotta a 14 anni. Del caso non si parla più fino all’8 agosto del 1957, quando Carlo Candiani muore per un collasso cardiaco nel carcere San Francesco di Parma, dove stava scontando la sua pena.
Due fatti, due sentenze diverse. Vero che, nel frattempo, sono cambiate le leggi ma non muta il disvalore che pretende di relegare la donna, oggetto di possesso del maschio.



