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Fantastoria. Il Veneto che poteva essere ma non si è voluto   * di Marco Zanetti

Se basta un mix giusto di fantasia e conoscenze tecniche e scientifiche per metter giù una storia di fantascienza sarà ben possibile creare una “fantastoria” del “passato possibile”, solo ipotizzando che in un passaggio significativo gli eventi abbiano potuto prendere una piega diversa.

Riavvolgiamo dunque il nastro della storia e vediamo come poteva andare diversamente. Non per ragionare col senno di poi, ma solo per evidenziare quanto giochi nelle umane vicende anche il caso (il fato). Come sarebbe andata ad esempio la seconda guerra mondiale se Italo Balbo avesse avuto il tempo di maturare una sua mezza idea di andare a Palazzo Venezia e far fuori con le sue mani il Duce per salvare l’Italia dal disastro incipiente? Ci sarebbe modo di ipotizzarne delle belle.

Ma applichiamoci ad un’ipotesi minore, di livello locale e riavvolgiamo il nastro solo di poco meno di trent’anni: siamo dunque nella primavera del 1995 e in Veneto ci si appresta alle elezioni regionali di fine aprile. Son tempi di novità politiche e i vecchi schemi non funzionano più come prima: da una parte c’è L’Ulivio e dall’altra Berlusconi. Quest’ultimo tira fuori dal cassetto un suo giovane collaboratore in Publitalia: è un padovano abbastanza poco conosciuto in Veneto, da giovanissimo era nel Partito Liberale, si è laureato in giurisprudenza con una tesi in diritto ecclesiastico ma ha pure fatto un master alla Bocconi in business administration ed era stato tra i primi in Forza Italia ricavandone sull’onda giusta un seggio alla Camera l’anno prima.
Dall’altra parte il campo è variegato: c’è la Liga che ha un peso consistente malgrado anche altre formazioni giochino sull’autonomia, come quella messa in piedi dall’industriale Giorgio Panto. C’è naturalmente anche una tradizionale e conservativa Sinistra e c’è la novità dell’Ulivo lanciato da Prodi a febbraio.
Nel campo largo (come si direbbe oggi) si lavora per scegliere la candidatura alla presidenza della regione: il campo degli elettori sarà pure largo ma quel che resta dei vecchi partiti ancora funziona ed ha buon gioco a trovare la quadra su un bel nome forte, un nome del tutto rassicurante col debito cursus honorum: cattedratico di meccanica razionale, sindaco (democristiano) di Padova, presente in importanti consigli di amministrazione, bancari e non, Ettore Bentsik non è certo il candidato che occhieggia all’ansia (di rinnovamento) del momento; è pure coerente nel non cedere a certe sirenette della sinistra che vorrebbero fare chissà che del Veneto.
Gli ulivisti contano pure sul grigiore del candidato della Lega, Alberto Paolo Lembo, una curiosa figura che passerà di lì a poco ad Alleanza Nazionale e poi alla rinnovatasi Democrazia Cristiana, pur restando vicino ad Alleanza Monarchica. Sarà in seguito anche lodevolissimo donatore al Museo Storico di Rovereto della sua collezione di un migliaio di Kappenabzeichen (distintivi militari) dell’Impero Austro-Ungarico di cui è un riconosciuto esperto.
Tutto sembra dunque filare per il meglio in zona centrosinistra ma alza la mano un oscuro militante di Rovigo e tira fuori che negli Stati Uniti usano scegliere i candidati alla presidenza con un sistema di cosiddette “primarie”. Dopo pochi giorni gli fa eco dalla Marca Gioiosa qualcuno a dire che le buone candidature non mancherebbero, ci sarebbe pure una donna cui l’esperienza non manca, è stata la prima ad essere ministro e ha fatto pure bene il suo lavoro. Forse però a qualcuno non è piaciuta per come ha condotto i lavori della Commissione P2 e il suo partito, la Democrazia Cristiana, nicchia.
Combinazione vuole che quell’anno sia anche il 50° dalla Liberazione, e nel giro delle sezioni ANPI si cominci a tambureggiare che la diciottenne Tina Anselmi era stata la staffetta partigiana Gabriella e che una donna come lei ben poteva guidare il Veneto. Rotti gli argini, succede dunque che la richiesta di “primarie” monti su vivacemente, tanto da costringere i maggiorenti dell’Ulivo ad accettarle e che questo provochi la caduta del muro a sinistra e che Rifondazione comunista sia costretta ad accettare la sfida e sostenere una brava e laica democristiana. Succede poi che nel Veneto, delle città e delle campagne, l’elettorato dal centro alla sinistra sia concorde nel dare maggiore fiducia alla femena di polso piuttosto che all’algido uomo di potere.

Tina Anselmi

Dunque la disfida ai seggi elettorali si restringe a Giancarlo Galan, Alberto Paolo Lembo e Tina Anselmi. Il primo prende il 38,19%, il secondo il 17,52 e quasi tutto il resto se lo prende la Tina Anselmi che avendo superato il 40% dei voti con la sua coalizione si vede assegnato dalla legge elettorale il 57,5% dei seggi.
Si avvia dunque il primo quinquennio di governo del centrosinistra che sarà confermato nelle elezioni successive e succede che i Veneti si intestino oltre alle storiche doti di allevatori di cavalli (i paleoveneti) e di abitanti di capannoni (i veneti industriosi del secondo ‘900) anche quella di praticanti di primarie. I leghisti si consolano governando per reiterati mandati la provincia di Treviso grazie ad un loro bravo cavaliere locale che tra nuove rotonde stradali e sagre vecchie e nuove riesce anche a sostenere la veneta equitazione, e in particolare inventa una simpatica competizione annuale tra razze equine: la Piave e la Maremmana.

Marco Zanetti

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