Si è detto molto dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, o Giornata internazionale dei diritti delle donne, data in cui ogni anno si ricordano le lotte per i loro diritti, l’emancipazione, le conquiste sociali, economiche, politiche. E più di recente le questioni di uguaglianza di genere, i diritti riproduttivi, le discriminazioni e anche la lotta alle violenze contro le donne.
Io vi racconterò della forza, della tenacia, dell’intraprendenza, della determinazione e del coraggio delle donne, tutte virtù a loro ascrivibili lette nelle carte processuali del secolo scorso, laddove, talvolta, l’azione penale ha avuto luogo grazie a loro. Donne che si battono in difesa delle donne.
Marta Kusch, “La Contessa”, venne uccisa a Pedavena il 5 maggio del 1945 a guerra finita a scopo di rapina, la depredarono di tutto ciò che aveva. Cittadina americana, ma gestiva i lavori per la Todt, dunque collaborava con i tedeschi. Della sua morte non interessava più nessuno nel 1945. Chi avrebbe dovuto difenderla? Il marito no di certo, perché viveva da anni separata da lui che era un cittadino americano tornato negli Stati Uniti e probabilmente non era nemmeno al corrente della sua uccisione. Il compagno con cui aveva vissuto gli ultimi anni nemmeno, perché gliel’avevano ammazzato, essendo stato una camicia nera di Salò. Marta Kusch però aveva un fratello in Germania, Edmund; avrebbe dovuto essere lui a difenderla. E invece fu la cognata, Erminia Reja in Kusch, a sottoscrivere l’esposto alla Questura di Belluno che diede il via al procedimento che portò alla sbarra gli esecutori materiali. Di più. Erminia Reja fece da sola le prime indagini per cercare di accertare i fatti.
Anche nell’omicidio di Linda Cimetta, la titolare del Caffè Vittoria in centro Belluno, uccisa a Venezia il 28 aprile del 1947, pure lei separata di fatto dal marito, sarà l’intraprendenza dalla sua amica Anna Gaiotti, la quale aveva un appuntamento andato deserto con Linda, a indirizzare gli inquirenti sulla pista giusta che portò alla condanna dei colpevoli.
Lo stesso avvenne nello straziante caso della povera Silvia Da Pont, la ragazza 21enne di Cesiomaggiore trovata morta il 28 ottobre del 1951 a Busto Arsizio dove lavorava come domestica. La polizia non indagava perché riteneva che la ragazza se ne fosse andata via volontariamente con un ragazzo, come molte volte succedeva. Anche qui la svolta si deve alla tenacia di una donna, la sorella maggiore Maria, che era certa che Silvia non si fosse dileguata per una storia d’amore, perché aveva un appuntamento con lei, come nel caso della Linda. Maria convinse il capitano dei carabinieri Mongelli che la sorella non se n’era andata e temeva fosse successo qualcosa di grave. L’ufficiale era un autentico detective, che come un mastino mise con le spalle al muro il responsabile dell’omicidio che venne condannato.
Nella morte in circostanze misteriose e senza colpevoli della giovane professoressa Lea Luzzatto, avvenuto in via Feltre a Belluno il 17 dicembre del 1946, cui seguì un processo fortemente condizionato, l’unica testimone a dire mezza parola in più fu una donna, la dirimpettaia Giuseppina Bighetti, che testimoniò d’aver sentito voci concitate e grida quella notte.
E sarà ancora una donna, la vicina di casa dell’omicida, Angelica Dal Mas, se si escludono i familiari, l’unica tra una sessantina di testimoni, a inquadrare la personalità dell’ex fidanzato che uccise la 22enne Emma Canton la notte del 5 febbraio del 1933 a S. Antonio Tortal.
Ed è infine, ancora una donna determinata, Bice Carraro, che a Parma nel 1926 non esitò a scontrarsi con l’inerzia del commissario di polizia e del questore, certa che la donna ritrovata sulla riva destra del Brenta a Pontevigodarzere era la sua amica Gemma Pagani, vittima del bellunese Flaminio Margonari.



