HomeArte, Cultura, Spettacoli, Scienza19 luglio 1943, il progetto dell'attentato a Hitler e Mussolini e il...

19 luglio 1943, il progetto dell’attentato a Hitler e Mussolini e il contrordine

Ottant’anni fa, la trappola che doveva eliminare Hitler e Mussolini era pronta. La guerra sarebbe finita due anni prima, i campi di sterminio liberati, distruzioni e milioni di vittime risparmiate. Ma qualcuno non volle, per paura dello spettro comunista

Il progetto dell’attentato e il contrordine
Nel luglio del ’43 tutto era pronto per eliminare Hitler e Mussolini. Il blitz avrebbe dovuto scattare nel corso del cosiddetto “Incontro di Feltre” del 19 luglio 1943. Un centinaio di Alpini, reduci di Russia erano pronti all’azione. La trappola sarebbe scattata al momento della presentazione delle armi, che erano rigorosamente scariche. Gli Alpini del picchetto d’onore avrebbero lanciato le bombe a mano contro i due dittatori, cercando poi di sfuggire alla reazione delle SS. Di motivi per farlo, quei soldati ne avevano da vendere, come spiegò Nino Piazza, sergente degli Alpini (atti del “Convegno Alpenvorland 1943-45” – Belluno Palazzo Crepadona 21-23 aprile 1983). “Eravamo partiti in 1800 per la Russia e tornammo in 117 ai quali si devono aggiungere un centinaio di feriti rimpatriati prima della ritirata”. Lo dichiarò Piazza (deceduto nel 1978), confermando che a fermare il blitz fu un “ordine arrivato dall’alto. Perché noi eravamo pronti”, come oggi ricorda il figlio Gianpiero. “Eravamo alloggiati in una caserma di Feltre – precisò Nino Piazza – dove l’insofferenza per la disciplina era totale. Si sentiva continuamente gridare Viva Lenin, viva Stalin, morte al Duce. Ma non ci potevano fare niente, perché noi eravamo quelli che la retorica ufficiale definiva gli Eroi della Russia”. Un ambiente dov’era facile, insomma, trovare uomini disposti a tutto pur di eliminare chi li aveva mandati al macello nelle distese russe a 40 gradi sotto zero. Dalla fine del 1942, inoltre, esistevano a Belluno due organizzazioni antifasciste. Il Comitato d’azione antifascista che faceva capo al Partito d’Azione PdA. E la rete del Partito Comunista PCI.

Armando Bettiol

La testimonianza del compianto Armando Bettiol
“Qualche settimana prima dell’Incontro di Villa Gaggia – ricorda il dottor Armando Bettiol (deceduto nel 2011) all’epoca membro del PdA – fummo contattati dal maggiore Del Vecchio, comandante degli Alpini reduci di Russia temporaneamente dislocati a Longarone, che ci affidò il compito di introdurre una cassa di bombe all’interno della villa”. Gli ordigni per l’attentato erano pronti. C’era una cassa di bombe a mano nascosta in casa di Armando Bettiol, pronta ad essere trasportata all’interno della recinzione di Villa Gaggia. “La questione fu portata al Comitato regionale veneto del PdA a Padova – prosegue Bettiol – presenti Meneghetti del Partito Socialista, Concetto Marchesi del Partito Comunista, Norberto Bobbio PdA e il conte Papafava, del Partito Liberale. Il Comitato c’incaricò di informare Ugo La Malfa, esponente del PdA con il quale ci fu poi un incontro a Milano e successivamente un altro contatto ad Asti, nella villa del maresciallo Badoglio, con una persona da questi delegata. Per verificare l’attendibilità del maggiore Del Vecchio, partecipammo anche ad un incontro in casa dell’onorevole Macrelli a Pesaro, città di provenienza di Del Vecchio”. Poiché i contatti con l’antifascismo bellunese avvennero tramite il comandante Del Vecchio, è logico supporre che dietro vi sia la mano dello Stato maggiore dell’Esercito. E infatti, come ha testimoniato Bettiol, una delle riunioni organizzative si tenne proprio nella villa di Badoglio. “Era impensabile del resto – prosegue Bettiol, all’epoca studente universitario 19enne alla Facoltà di Giurisprudenza di Padova insieme a Ernesto Tattoni anch’egli giovane membro del PdA – che un gruppo di giovani potessero progettare da soli l’attentato ai due dittatori”. All’ultimo momento però c’è un cambio di programma. Il picchetto d’onore degli Alpini viene cancellato. E dunque, il blitz sarebbe stato più difficile e dall’esito incerto, perché gli Alpini avrebbero dovuto penetrare dal bosco superandola barriera di fuoco delle mitragliatrici delle SS piazzate nei fossati intorno alla villa. Per questa ragione, ma non solo, l’attentato viene sospeso probabilmente per ordine delle direzioni nazionali del PCI e del PdA, rappresentate regionalmente da Concetto Marchesi e da Ugo La Malfa. A questo punto possiamo fare due ipotesi. Mancavano pochi giorni alla destituzione di Mussolini, evidentemente qualcosa c’era già nell’aria ed i tedeschi non si fidavano più di nessuno. Hitler decide di attorniarsi solo delle fedelissime SS e dispone che sia soppresso il picchetto d’onore italiano. Del resto, anche i mobili della sala nella quale si svolse la riunione vennero sostituiti con altri controllati dai tedeschi.

Eugen Dollmann

La sindrome della congiura secondo il colonnello Dollmann
Eugene Dollmann, colonnello delle SS ed interprete dei principali colloqui di Hitler dal ’33 al ’45, nel suo libro “Roma nazista” avvalora la sindrome della congiura. Sensazione che oramai si era impadronita dei soldati tedeschi: “Raggiunta la villa – scrive Dollmann, che però non era presente all’incontro di Villa Gaggia – il comando della piccola scorta al Führer, non ebbe più alcun dubbio: si trattava di un’imboscata. Tolsero la sicura dalle pistole, armarono i mitra e si disposero intorno alla villa, pronti a difendere la pelle. Ebbene – commenta ancora Dollmann – la scelta di quella località da parte del cerimoniale di Palazzo Chigi, potrebbe essere perdonata qualora risultasse da documenti segreti che intorno a quella remota residenza estiva, nei monti, nelle foreste, lungo i fiumi ed i ruscelli, un audace cervello avesse nascosto truppe fidate, pronte a catturare entrambi i dittatori, facendo così cessare di colpo la guerra su tutti i fronti. Diversamente – prosegue Dollmann – non avrebbero avuto giustificazione tutti gli strapazzi patiti, dal volo fino a Treviso, poi il lungo viaggio in ferrovia, con molto fumo fino a Feltre e le successive ore di auto. Quanto non si sarebbe risparmiato all’Europa ed al mondo, se re Vittorio Emanuele, Acquarone (il duca Pietro Acquarone, ministro della Real Casa nda), e gli attori secondari, da Ambrosio all’ultimo tenente dei carabinieri, avessero anticipato di qualche giorno l’andata in scena del loro Sogno di una notte d’estate” – osserva Dollmann – ipotizzando il blitz.

Il contrordine e il quadro generale della situazione
C’è una seconda ipotesi. L’improvviso cambio di programma non è dovuto alla diffidenza di Berlino, che cancella il picchetto armato, ma piuttosto a motivi di opportunità politica maturati a Roma. Il Vaticano aveva buoni motivi per fermare il blitz, perché temeva l’avanzata del Comunismo. E preferisce attendere l’intervento degli anglo-americani, piuttosto che correre il rischio di consegnare il Paese nelle mani dell’antifascismo rosso, che con l’eliminazione dei due dittatori avrebbe rivendicato l’assoluta paternità dell’azione. ”A farcelo notare fu Ugo La Malfa – precisa Armando Bettiol – ipotizzando che il Vaticano avesse dato l’indicazione di attendere l’intervento degli Alleati, anziché azzardare un sovvertimento interno che conteneva allora troppe incognite. Un contrordine proveniente dal Vaticano e concordato con le forze moderate antifasciste fermò il piano, per lasciare il compito di liberare l’Italia agli Alleati”. Gli anglo-americani, infatti, erano già sbarcati in Sicilia il 10 luglio (Operazione Husky). A Roma, – sempre secondo il nostro testimone – si temeva che l’eliminazione dei due dittatori da componenti comuniste della Resistenza, avrebbe favorito Mosca nella determinazione delle future sfere d’influenza geopolitiche. Del resto, anche gli Alleati avrebbero avuto tutto da perdere se i partigiani “a trazione comunista” avessero realizzato il blitz accreditandosene il successo. Nell’estate del ’43 il successo militare della Wehrmacht ottenuto nei primi anni di guerra era oramai solo un ricordo, mentre incombeva l’avanzata dell’Armata rossa che a Stalingrado tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943, annientò la 6ª Armata tedesca e le altre forze dell’Asse (Italia, Romania, Ungheria). La vittoria sul campo dei russi, in quella che è ritenuta la battaglia più importante per le sorti della 2^ Guerra mondiale, dunque, non poteva che alimentare la “sindrome comunista” degli americani. Anche la campagna del Nordafrica non stava andando bene per le forze dell’Asse. I britannici del generale Bernard Montgomery vincevano la seconda battaglia di El Alamein, i soldati italo-tedeschi guidati dal generale Rommel erano costretti a ritirarsi dalla Libia e Tripoli cadeva il 23 gennaio 1943. Il corpo di spedizione anglo-americano del generale Dwight Eisenhower era già sbarcato in Marocco e Algeria dall’8 novembre del 1942 con l’operazione Torch. La situazione generale, insomma, sotto il profilo strategico-militare, visto in prospettiva futura nell’ottica degli Stati Uniti, che oramai avevano già negoziato con l’Italia il dopo Mussolini, non consentiva certamente l’avvallo di un blitz condotto dai partigiani comunisti a Villa Gaggia. L’eliminazione di Hitler e Mussoli, infatti, sarebbe andata a saldarsi con l’avanzata dell’Armata rossa spostando a occidente il confine degli stati socialisti che nel 1955 confluirà nel Patto di Varsavia. Nella corsa all’ultimo miglio, dovevano essere gli Alleati a tenere salda la posizione dell’Italia a quello che sarà poi l’alleanza del Patto Atlantico del 1949 e della Nato. Pochi mesi dopo, infatti, sarà la conferenza di Teheran (28 novembre – 1º dicembre 1943) tra i vincitori della 2^ Guerra mondiale, Iosif Stalin, per l’Unione Sovietica, Franklin Delano Roosevelt, per gli Stati Uniti d’America, e Winston Churchill per il Regno Unito a gettare le basi per i nuovi confini Est-Ovest, poi stabiliti alla successiva conferenza di Jalta dal 4 all’11 febbraio del 1945.

Adolf Hitler e Benito Mussolini (Foto: Bayerische-Staatsbibliothek-Heinrich-Hoffmann)

Lo storico incontro di Feltre
Hitler e Mussolini, nei dieci anni che vanno dal 14 giugno del ’34 al 19 luglio del ’44 si incontrarono diciassette volte. Quello del 19 luglio del 1943 passerà alla storia come “L’incontro di Feltre”, benché Villa Socchieva (dal latino “sub clivo” dalla sua posizione sotto il colle) o Pagani-Gaggia, dimora estiva del senatore del regno Achille Gaggia (che con Volpi e Cini sarà interprete del decollo industriale nel dopoguerra della Sade, poi divenuta Enel), si trovi in realtà a San Fermo una località isolata fuori Belluno ad una ventina di chilometri da Feltre. L’errore, poi omologato dalla storiografia ufficiale, è dovuto probabilmente ad un banale refuso dello stesso Mussolini, che nelle sue memorie lo ricorda appunto come “Incontro di Feltre”. Il convegno inizia alle ore 11. Hitler prende la parola nel salone principale della villa, dinanzi ad un Mussolini apatico, presenti il sottosegretario Bastianini, gli ambasciatori Von Mackenzen e Alfieri, il capo di stato maggiore generale Ambrosio, il feldmaresciallo Keitel, il generale Rintelen, il generale Warlimont, il colonnello Montezemolo, Schmidt ed altri del seguito. Un freddo monologo, con un lungo inventario di cose che l’Italia non aveva fatto, o aveva fatto male. Dopo mezz’ora il Duce interviene per tradurre in tedesco il messaggio del bombardamento su Roma. L’ “Operazione Crosspoint” o “Notte di San Lorenzo”, quando 362 bombardieri pesanti B17 e B24 e 300 bombardieri medi (146 B26 e 154 B25), scortati da 268 caccia Lighting colpiscono la capitale alle 11 del mattino ed in sei ondate successive provocano 3mila vittime. Alle 3 del pomeriggio, si concludono con un nulla di fatto i “Colloqui di Feltre”. E la colonna d’auto riparte con un Mussolini insoddisfatto, nascosto dietro gli occhiali scuri sulla Mercedes scoperta, alla sinistra di Hitler. La mattina seguente, il 20 luglio, Mussolini dalla capitale comunica al generale Ambrosio la sua intenzione di scrivere a Hitler che l’Italia non era più nelle condizioni di proseguire la guerra. Ma era troppo tardi. Il generale gli fa notare che tale decisione andava presa a Villa Gaggia. Dopo qualche giorno, il 25 luglio del ‘43, il Gran Consiglio farà cadere Mussolini. Seguiranno i 90 giorni di Badoglio, l’armistizio dell’8 settembre. E la sconcertante fuga di Re Vittorio Emanuele III sul molo di Ortona a mare (Pescara) dove si accalcarono 250 alti ufficiali pronti a svignarsela.

Villa Gaggia

L’incontro era noto già dal mese di giugno
La conferma della scelta di Villa Gaggia, quale sede prestabilita dell’incontro, viene dal rinvenimento dell’Ordinanza di servizio della Questura di Belluno datata 24 giugno 1943. Il documento, indirizzato al prefetto, ai funzionari di polizia, ai comandi delle stazioni dei carabinieri e alla milizia volontaria, contiene le direttive per i servizi di sicurezza da porre in atto in previsione dell’incontro tra i due dittatori. Già dai primi di giugno ’43 del resto, era stato rafforzato l’organico della Questura, con l’autorizzazione al prelievo straordinario di olio e benzina. Inoltre erano stati effettuati dei lavori lungo il percorso interessato e nella villa era stato installato l’impianto telefonico. Una serie di preparativi e misure di sicurezza che facevano inequivocabilmente pensare a Villa Gaggia come sede imminente di qualche evento. Tant’è che il maggiore Del Vecchio, comandante degli Alpini, evidentemente venuto a conoscenza della circostanza, contatta Tattoni e Bettiol alcune settimane prima del 19 luglio del ‘43. Il luogo dell’incontro, dunque, era oramai deciso. Rimaneva tutt’al più la data da fissare, come sostiene Fredrick Deakin, nella sua “Storia della Repubblica di Salò”, dove dice che la data fu decisa solo il giorno prima, all’improvviso, da Hitler. Rimane solo il dubbio se il piano dell’attentato fosse nato originariamente solo per eliminare Mussolini e poi, in un secondo tempo, indirizzato a entrambi i dittatori. Villa Gaggia, del resto, era un “obiettivo strategico” ben noto per le sue frequentazioni eccellenti. Già il 13 agosto del ‘27, infatti, la villa ospita re Fuad d’Egitto, in visita alla centrale idroelettrica, accompagnato dal ministro delle Finanze Giuseppe Volpi di Misurata (fondatore della Sade nel 1905). Il 28 ottobre del ‘34 è la volta del ministro dell’Educazione nazionale Francesco Ercole, recatosi nella vicina frazione di San Fermo (Belluno) per l’inaugurazione della Casa dell’Opera Nazionale del Dopolavoro. E l’anno dopo, l’11 agosto del ’35 tocca a Starace, Segretario generale del Partito fascista, in visita ufficiale a Belluno. Episodio che occupa una pagina e mezza di cronaca dell’epoca, senza però fare alcun cenno al passaggio per Villa Gaggia. Esisteva, inoltre, un progetto poi abbandonato, di trasformare Villa Gaggia in residenza del Duce, in alternativa a Salò. La circostanza, sarebbe avvalorata da alcuni interventi, che l’impresa Monti di Auronzo di Cadore (Belluno) fu chiamata a realizzare in previsione della costruzione di un rifugio antiaereo. Non c’è dubbio che se Hitler e Mussolini fossero stati spazzati via in un sol colpo, la guerra sarebbe cessata. Ma, evidentemente, più delle difficoltà strettamente operative, cui abbiamo accennato e che comunque appaiono secondarie per un manipolo d’uomini fortemente motivati e pronti al sacrificio, a pesare furono le valutazioni politiche di chi nel ’43 lavorava già per il dopo Fascismo e non voleva correre rischi.

Villa Gaggia

Perché la scelta di Villa Gaggia per l’attentato
«Quando il Duce afferma nella sua “Storia di un anno”, e precisamente al punto dove dice che per ragioni di protocollo inspiegabili era stata scelta proprio la villa Gaggia e che ci si doveva colà recare, sempre per il protocollo che così aveva stabilito, troverebbe piena conferma nelle notizie fornite, assunte direttamente dal De Pisis e anche da un suo amico, certo Pollastrelli». Il rapporto, datato 3 agosto 1944, fu segnalato a Mussolini soltanto il 26 dello stesso mese. Il Duce fece subito portare il fascicolo» riguardante l’ingegner Gaggia, ma non vi trovò nulla di sensazionale. Ogni figura in vista, infatti, aveva una propria pratica al ministero dell’Interno repubblichino, ed anche prima. Il fascicolo catalogato al numero 48 non conteneva che tre foglietti di carta velina con le copie del rapporto del 6 novembre del 1943 di un informatore, relativo a una segnalazione di Barracu al capo della polizia Tamburini, redatta in base al rapporto fiduciario datata 16 novembre. E della risposta del Tamburini dopo l’esito delle indagini. Tali indagini devono essere state laboriose perché il capo della polizia aspettò sette mesi a rispondere, ossia fino al 17 giugno 1944. Il rapporto dell’informatore diceva: «Gaggia: si identifica nell’ex senatore Achille Gaggia fu Bartolomeo e fu Paoletti Maria, nato a Feltre il I° marzo 1875, ingegnere, impresario, industriale, milionario con domicilio a Roma al Largo Tartini 4 in una palazzina di sua proprietà, e con residenza a Venezia, Calle del Traghetto S. Moisè 2107. E’ un individuo di scaltrezza massima; ha collaborato con Cini per la zona industriale di Roma e per la preparazione dell’esposizione universale. Interessato nelle imprese che il Volpi ha a Mestre, nella Società Adriatica di Navigazione ed Adriatica di Sicurtà, nonché in tutte le altre imprese del binomio Volpi Cini. Dato che il Gaggia poca attività ha svolto a Roma, dove agivano gli agenti di Volpi. Non si sono potuti raccogliere altri elementi». L’esito delle indagini fatte svolgere dal capo della polizia per ordine di Barracu fu una delusione per il sottosegretario alla Presidenza e quindi per Mussolini stesso, il quale evidentemente doveva sospettare del Gaggia già prima della rivelazione del complotto ordito dal Bottai in occasione del convegno di Feltre. «L’ex, senatore Achille Gaggia – diceva Tamburini nella sua risposta – era uno dei principali azionisti delle Società appartenenti al gruppo Volpi-Cini. In Venezia è ritenuto individuo molto facoltoso, di carattere caritatevole e generoso. Difatti risulta abbia dato ingenti somme per gli ospedali di Feltre e Belluno e per vari istituti di beneficenza. Non sono risultati, né a Roma né a Venezia, elementi atti a confermare gli addebiti segnalati».

Izvestija, quotidiano nazionale dell’Unione Sovietica

La dichiarazione di Kolosov
C’è poi la testimonianza del giornalista sovietico Kolosov nel 1943 era corrispondente da Roma dell’Izvestija, secondo giornale dopo la Pravda. Da non confondere con il suo omonimo Leonid Kolosov (nato nel 1926), agente sovietico, colonnello vicecapo del KGB a Roma, anche quest’ultimo con l’incarico di corrispondente della Izvestija dal 1952 al 1972 divenuto celebre per il caso Mitrokhin. Ebbene, in una dichiarazione da Mosca del 13 novembre del 1967 riportata il giorno dopo dal Corriere della Sera, Kolosov (il primo corrispondente) conferma che al maggiore degli alpini Cesare Del Vecchio, che faceva parte del movimento clandestino antifascista di Belluno insieme al comunista professor Concetto Marchesi, venne affidato l’incarico di formare la scorta. Già dal giugno del ’43, infatti, – riferisce sempre Kolosov – circolava la voce dell’incontro a Villa Gaggia. Circostanza quest’ultima confermata dall’ordine di servizio della Questura di Belluno datato 24 giugno ’43, conservato all’Archivio di Stato di Belluno, dove in previsione dell’incontro, si dispongono le misure di sicurezza. Nel documento, sono precisati gli obiettivi strategici da sorvegliare, la dislocazione di poliziotti, carabinieri, camicie nere, militi della strada ed anche delle due squadre speciali di Hitler e Mussolini di 200 uomini ciascuna. Secondo Kolosov, il piano prevedeva che le prime file di 40 uomini schierati del Battaglione Val Cismon avrebbero dovuto sparare su Hitler e Mussolini mentre le seconde file avrebbero lanciato le bombe sui due dittatori. Anche il giornalista sovietico riferisce di un cambio di programma. La scorta – così la chiama Kolosov, ma è più verosimile a questo punto ritenere che si trattasse di un picchetto d’onore – doveva essere disarmata. Una precauzione che la dice lunga sulla fiducia che Berlino oramai aveva nell’alleato italiano. Inoltre, al maggiore Del Vecchio viene dato l’ordine di effettuare un’esercitazione, un campo estivo, con il suo battaglione, e in questo modo viene allontanato dal luogo dell’incontro di Hitler e Mussolini. La scorta – riferisce Kolosov – di conseguenza, viene affidata ai reparti delle SS. Tutti provvedimenti cautelativi che evidentemente pretesero i tedeschi per questioni di sicurezza. L’imprevisto dell’allontanamento del maggiore Del Vecchio, costringe ad una modifica del piano. Secondo Kolosov “i cospiratori a quel punto decidono di tentare il tutto per tutto”. Quindici alpini comandati dal sergente Nino Piazza, avrebbero dovuto raggiungere in bicicletta Villa Gaggia, e poi a piedi percorrere circa un chilometro tra i prati e i boschi per cogliere alle spalle il corteo di auto e colpire con il lancio delle bombe a mano. Ma il piano va in fumo, perché i soldati del sergente Piazza, quando vengono avvisati che Hitler e Mussolini sono arrivati da 3 ore a Villa Gaggia, è già troppo tardi. Infatti quando arrivano in prossimità della villa in bicicletta è già tutto finito e tutti se ne sono andati. Kolosov racconta anche alcuni particolari dell’incontro, che evidentemente gli furono riferiti. Da un “ristorante alla moda” di Milano (così lo definisce il corrispondente dell’Izvestija), arriva il cuoco personale di Mussolini con 8 camerieri. Hitler e Mussolini si incontrano nella sala da biliardo della Villa. Il Duce rimane silenzioso nonostante le pressioni del capo di stato maggiore Ambrosio che vorrebbe da Mussolini che dichiarasse all’alleato che l’Italia non è più nelle condizioni di proseguire la guerra. Mussolini non tocca cibo, ma prende solo un caffè, mentre Hitler si complimenta con il cuoco.

Giuseppe Bottai

Il dopo Mussolini doveva essere Bottai. L’altro piano segreto per spazzare via Hitler e Mussolini
Doveva essere Giuseppe Bottai il nuovo leader che in un sol colpo abbatte nazismo e fascismo. Lo rivela un documento segreto del 1944 del sottosegretario alla presidenza Francesco Maria Barracu. Il 19 luglio del 1943, sei giorni prima della notte del Gran Consiglio (la riunione inizia alle 17:15 del 24 luglio 1943 e termina alle 2:30 del 25 luglio) con l’ordine del giorno di sfiducia presentato dal gerarca Dino Grandi, Mussolini doveva morire insieme a Hitler in quello che è passato alla storia come il convegno di Feltre, tenutosi a Villa Gaggia, in località Socchieva, frazione San Fermo (Belluno). Questa terza ipotesi secondo la quale Bottai avrebbe dovuto succedere a Mussolini, è contenuta in un articolo pubblicato dal Corriere d’Informazione del 1946. Giuseppe Bottai è considerata la mente migliore del fascismo. Intellettuale, poeta, giornalista, reduce, ex ardito, legionario, gerarca fascista eletto deputato nel 1924, due volte ministro (1929-32 e 1936-43) e professore di diritto corporativo nelle Università di Pisa e Roma, oltre che massone della Serenissima Gran Loggia di Rito scozzese. Interventista nella I^ Guerra mondiale, Bottai è contrario invece all’intervento nella Seconda guerra mondiale. Fu tra i sostenitori dell’Ordine del giorno Grandi, che sfiduciò Mussolini la “Notte del Gran Consiglio”. Bottai, dunque, vuole chiudere con il Fascismo e liberarsi di Mussolini. Affrontarlo a viso aperto, evidentemente, sarebbe stato troppo rischioso, quindi preferisce elaborare un piano concordato con altri gerarchi. Anche perché, in caso di fallimento, le indagini del Regime si sarebbero indirizzate verso l’antifascismo, le formazioni partigiane e gli agenti segreti anglo-americani. A rivelare questa ipotesi del complotto è un documento segreto contenuto nel dossier del sottosegretario alla presidenza Francesco Maria Barracu, insignito di Medaglia d’oro al valore. Barracu, dopo l’8 settembre del ’43 rimane fedele a Mussolini aderendo alla Repubblica Sociale Italiana. Sarà fucilato a Dongo il 28 aprile del ’45 e poi esposto a Piazzale Loreto con Mussolini e gli altri gerarchi Nicola Bombacci, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno. Nel rapporto che Barracu trasmette al Duce nell’agosto del 1944 contenuto nel dossier a suo nome, si legge: «Tutti conoscevano che Bottai non era uomo di fiducia del governo fascista, e tanto meno che era fedele a Mussolini, come voleva dimostrare in ogni cerimonia e occasione. Il fratello di un amico di Bottai – amico acquisito nel campo artistico e difeso dallo stesso gerarca a spada tratta dinanzi a tutti – certo avvocato Piero Tibertelli de Pisis, proprietario di numerose ville a Ferrara, Piacenza e in altre località, sia al mattino del 27 luglio 1943 che fino a qualche settimana fa, continuava a dire che coloro che prepararono il colpo il 25 luglio, hanno mancato in pieno al loro fine, giacché il loro scopo era la soppressione di Hitler e Mussolini al momento del loro incontro a Villa Gaggia di Feltre. Secondo l’avvocato De Pisis, ed anche in base a qualche altra notizia raccolta a Belluno, era stato distaccato un battaglione degli alpini, alla qual cosa avrebbe partecipato in primo piano Bottai, che il giorno dell’incontro doveva tentare il colpo grosso, e cioè sopprimere i due capi della Germania e dell’Italia. Il giorno prima dell’Incontro, però, il battaglione di alpini venne trasferito altrove, perché si pensava che l’incontro non dovesse più avvenire a Villa Gaggia, ma in un’altra località. Si è anche appreso, ma da altra fonte poco fidata, che il proprietario della villa, l’ingegner Gaggia, intimissimo amico del conte Volpi, avrebbe partecipato in pieno al tentativo di uccisione dei due condottieri; e che l’offerta di mettere a disposizione la villa era stata fatta con tale recondito scopo». Renzo De Felice, considerato uno dei massimi storici del fascismo, smentisce a modo suo, lasciando aperta l’ipotesi di Barracu. “Mussolini dopo il 1936 sta sempre peggio – dichiara De Felice in una intervista al Corriere della Sera del 21/05/1978 – . Bottai non è uno dei gerarchi che si candidano a duce. Ma che sia uno di quelli che ci pensano e che proprio non candidandosi e facendo una certa politica pensa di poter diventare il secondo duce, io ci metto la mano sul fuoco”.

Roberto De Nart

- Advertisement - Roberto Denart
- Visite -

Pausa caffè

Sport & tempo libero

Giro d’Italia 2026, Feltre protagonista davanti a milioni di spettatori

Grande successo per la tappa Feltre–Alleghe: promozione del territorio, in vetrina internazionale Feltre, 30 maggio 2026 - Quella del 29 maggio è stata, senza dubbio,...