Belluno, 05/09/2026 – Vent’anni di promesse roboanti, di comizi infuocati, di slogan urlati a gran voce e di campagne elettorali costruite sul mito del «tutto e subito». Alla fine, la montagna della propaganda autonomista veneta ha partorito non dico un topolino, ma direttamente una scatola vuota. Quella approvata questo 3 settembre 2026 dal Consiglio Regionale del Veneto (tramite il PDA n. 14) non è l’Autonomia con la “A” maiuscola per cui il popolo veneto è stato chiamato a plebiscito alle urne, ma la plastica confessione di un fallimento politico storico. Un bidone vuoto, infiocchettato per mascherare il nulla cosmico dopo decenni di attese.
I fatti parlano chiaro, piaccia o meno agli strateghi di palazzo a Venezia. Dal sogno massimalista di fagocitare tutte e 23 le materie e trattenere i nove decimi del gettito fiscale erariale, ci si è ridotti a racimolare quattro briciole in croce: tre relegate nell’Allegato A (Protezione Civile, Professioni, Previdenza Complementare) e una nell’Allegato B (Tutela della salute, limitata al coordinamento della finanza pubblica). Il resto è fuffa burocratica.
E no, non si può nemmeno accampare la scusa del complotto romano dell’ultimo minuto. Questa parabola discendente è il frutto amaro di un’inconcludenza politica tutta interna alla classe dirigente regionale, guidata per lustri da Luca Zaia e dalla Lega. Sono gli stessi attori che oggi esultano per l’accordo preliminare cucito da Calderoli, dimenticandosi comodamente di quando, già nel 2008-2011 (durante il governo Berlusconi quater), sedevano al governo e bocciarono la prima organica richiesta di 13 materie del Veneto. O di quando, con il Conte I e l’avvocato vicentino Erika Stefani a dettare la linea al Ministero per gli Affari Regionali, l’autonomia si arenò miseramente nelle sabbie mobili della propaganda. Per non parlare del clamoroso autogol del 2018: quando sul tavolo c’era l’Accordo Bressa-Zaia — che agganciava le risorse ai fabbisogni standard e prevedeva reali compartecipazioni tributarie —, si preferì voltargli le spalle per inseguire la chimera ideologica del “prendiamo tutto subito”, bruciando una finestra temporale irripetibile.
Oggi la realtà, messa nero su bianco nel testo votato in aula, si scontra con il muro invalicabile della Legge Calderoli e della sferzata della Corte Costituzionale (sentenza 192/2024), che ha giustamente stoppato le pretese di trasferire interi blocchi di potere calpestando l’uguaglianza dei diritti dei cittadini. Il risultato? Un capolavoro a “saldo zero”. Lo Stato non cederà un solo euro in più alle casse regionali: arriveranno unicamente le risorse della spesa storica. Zero autonomia fiscale, zero trattenute di extra-gettito IRPEF o IVA.
Prendiamo le tanto strombazzate “Professioni”: la Regione non ha messo le mani sugli ordini (medici, ingegneri, avvocati restano saldamente in capo allo Stato), potendosi limitare a marginali registri volontari per le professioni non regolamentate, comunque imbrigliata dai paletti europei e dagli standard UNI. La Protezione Civile? Il cuore dei poteri d’ordinanza e delle grandi emergenze resta a Roma, mentre Venezia farà la conta dei volontari con i cordoni della borsa stretti a vista e controllati da cronoprogrammi ministeriali. La Previdenza Complementare? Poco più di un convegno itinerante sul risparmio, senza la minima facoltà di toccare i contratti nazionali.
Questo provvedimento dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che lo Stato non ha alcuna intenzione reale di cedere autonomia finanziaria e leve strategiche alle Regioni del Nord che le invocano. La verità è che ci troviamo di fronte a un falso storico e politico: un decentramento di micro-funzioni amministrative spacciato per rivoluzione federalista.
Dopo trent’anni di proclami, chi vive in Veneto — e in particolare nelle terre alte e montane, dove i servizi essenziali come la sanità e i trasporti continuano a subire tagli e arretramenti — ha il diritto di sentirsi preso in giro. Questa autonomia differenziata non è altro che il monumento alla fine di un’illusione. Una scatola vuota che certifica l’impotenza di chi ha governato promettendo il paradiso e lasciando in eredità il nulla.
Roberto De Nart



