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Vent’anni di annunci, vent’anni di attese, vent’anni di fiabe istituzionali * di Enzo De Biasi

Nel 1972 lo Stato trasferì poco ma trasferì davvero; nel 2026 servono vent’anni per trasferire il nulla. Dalla fiaba dei pifferai al modello trilaterale, l’autonomia veneta si riduce a quattro micro‑funzioni senza soldi, senza organici, senza strumenti

I croupier del regionalismo veneto

Chi ha dato le carte, i croupier, sono due personalità pubbliche, selezionate dagli indigeni (il popolo sovrano), uno scampato alle patrie galere (Giancarlo Galan1995‑2010) e l’altro, persona smemorata che ha girovagato in un palazzo nobiliare con affaccio sul Canal Grande (Palazzo Balbi‑Venezia) per quattro lustri (Luca Zaia – 2005‑2025). Ora si trova in una nuova dimora aristocratica fino al 2030, Palazzo Ferro‑Fini ubicato sul Canal Grande

A dir il vero, nel 1995 ci sarebbe stata anche una terza opzione, la migliore per chi scrive: Tina Anselmi, ma i suoi “amici e compagni” non l’hanno ritenuta candidabile. Quando si corre in una competizione, piuttosto che vincere meglio perdere, così poi ci si lamenta per anni.

Il referendum farlocco e le nespole del pifferaio poco magico

Lo spartiacque in questa vicenda è stato un referendum farlocco (2017), che il popolo veneto gioioso e giocoso ha voluto allestire a tutti i costi pagandoselo (14 milioni di euro sul bilancio regionale). Però che soddisfazione “portare a casa” quattro nespole al posto di un bel cesto di ventitré grappoli d’uva prosecco promessi dal pifferaio magico! Meglio, molto meglio la nespola: da consumare fresca o come marmellata nella merendina per bambini e bambine.

Dieci anni prima, nel 2007, era stato chiesto al ricco e potente zio di Milano che a Roma capitanava la Nazionale (il Governo Berlusconi 2008‑2011) di avere 13 belle e succose mele (le 13 materie ex art. 116, comma 3, Costituzione). Ma nonostante nella squadra ci fossero i “Capi Padani della Lombardia – Bossi, Calderoli, Maroni – e quello del Veneto, Luca Zaia, il cesto restò vuoto.

Tutti silenti e ossequienti. Perfino un noto direttore delle emittenti televisive aggregate in un’unica rete e regia contava i giorni trascorsi inutilmente dalla data referendaria del 22 ottobre per ottenere le 23 materie dell’A.D. assicurata, anziché dal 18 dicembre 2007, data della prima richiesta approvata dal Consiglio Regionale. Chissà chi lo sa il perché?

Dal metodo 2018 al modello trilaterale 2026: anatomia di un ribasso istituzionale

In breve, qualche annotazione per il metodo seguito.

Nel 2018, quando il Governo nazionale era guidato dal centro‑sinistra, l’Autonomia Differenziata fu trattata come una questione di Stato, non di coalizione. Il Governo Gentiloni concluse accordi preliminari con tre Regioni di colore politico diverso: Emilia‑Romagna (centro‑sinistra), Lombardia (centro‑destra) e Veneto (centro‑destra). Un equilibrio istituzionale quasi elvetico: si negoziava con tutti, perché l’articolo 116, terzo comma, non è proprietà privata di nessuno.

E qui occorre una precisazione di bon ton istituzionale, utile a chi può smarrirsi nel labirinto delle procedure legislative. L’accordo preliminare del 2018, Bressa–Zaia, trasformato in intesa definitiva, sarebbe approdato al Parlamento solo alla fine, per la sua approvazione con legge statale a maggioranza assoluta, come prescrive la Costituzione.

Il Parlamento, dunque, non interveniva nella fase preliminare, ma solo nella fase solenne, quella che attribuisce davvero l’autonomia. Il negoziato era bilaterale: Governo–Regione. Il Parlamento arrivava dopo, come arbitro istituzionale, non come co‑autore del testo.

E nel frattempo, nel 2018, si costruiva una dote finanziaria vera: compartecipazioni al gettito, fabbisogni standard, superamento della spesa storica, trasferimento contestuale di risorse, personale, beni. Un’autonomia con il portafoglio, non con la paghetta.

Poi arriviamo al 2025–2026, dove il metodo cambia radicalmente. Con il Governo Meloni, l’Autonomia Differenziata diventa un affare di famiglia politica: si negozia solo con Regioni governate dal centro‑destra (Veneto, Lombardia, Liguria, Piemonte). Le altre Regioni? Aspettano fuori dalla porta, come i bambini che guardano gli adulti giocare a carte senza poter partecipare.

E qui la precisazione istituzionale è obbligatoria: il combinato disposto legge 86/2024 – sentenza Corte costituzionale n. 192/2024 introduce un modello trilaterale. Il Parlamento non arriva più “alla fine”, come nel 2018: arriva prima, durante e dopo. Esamina gli schemi preliminari, ascolta audizioni, approva atti di indirizzo, impone condizioni, riscrive pezzi. Il Parlamento “mette il becco” — con piena legittimità formale — già nella fase di costruzione dell’intesa, come ha già fatto con la risoluzione del 22 luglio scorso.

Il negoziato non è più bilaterale: è trilaterale, con il Parlamento che entra ed esce dalla stanza come un suocero curioso. E la dote finanziaria? Sparita. Nessuna compartecipazione, nessun fabbisogno standard, nessun superamento della spesa storica. Solo micro‑funzioni ancillari, senza soldi, senza personale, senza strumenti, senza durata definita. Un’autonomia “per sempre”, sì, ma come le bomboniere: si conservano, non si usano.

Qui qualche spunto di merito

Nel 2018, dopo il referendum farlocco, il Veneto aveva sul tavolo 9 materie negoziate e pattuite con lo Stato: Lavoro, Istruzione, Salute, Ambiente ed Ecosistema, Rapporti internazionali e con l’Unione Europea, Coordinamento della finanza pubblica, Previdenza complementare, Professioni, Giustizia di pace. Un menù ricco, quasi da trattoria stellata.

E prima ancora, nel 2006, quando si mossero i primi passi, le materie richieste erano 7: meno di 9, certo, ma comunque un piatto sostanzioso, non certo quattro nespole.

Poi arriviamo al 2025–2026, dove il Veneto — dopo vent’anni di pifferai, promesse, fiabe, treni persi e referendum pagati di tasca propria — riesce a “portare a casa” solo 4 materie: Protezione civile, Professioni, Previdenza complementare e integrativa, Tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica.

Quattro. Non nove. Non ventitré. Non sette. Quattro!

E soprattutto mancano completamente due materie che nel 2018 erano considerate strategiche e identitarie per l’interesse regionale e della società veneta nel suo insieme:

  • Ambiente ed Ecosistema, con le sue Tabelle A e B, con poteri amministrativi e legislativi veri;
  • Rapporti internazionali e con l’Unione Europea, con l’addendum che dava al Veneto un ruolo europeo, transfrontaliero, macroregionale, consultivo e propositivo.

Spariti. Evaporati. Come neve al sole. Come promesse elettorali dopo il voto. Come il prosecco quando si stappa la bottiglia e resta solo la schiuma.

Quattro funzioni striminzite e senza dote: il capolavoro di Palazzo Ferro‑Fini

E così, mentre nel 2018 il Veneto poteva ambire a governare pezzi interi di politiche pubbliche, nel 2025–2026 si ritrova con quattro micro‑funzioni ancillari, senza soldi, senza personale, senza strumenti, senza durata definita, senza dote finanziaria, senza autonomia legislativa, senza autonomia internazionale, senza nulla.

Nel 1972 lo Stato trasferì alle Regioni ordinarie un pacchetto di materie e sotto‑materie già allora sottodotate di personale, spesa corrente e investimenti: un regionalismo povero, ma almeno esistente. Il capolavoro di Zaia, della Lega e della compagnia di Palazzo Ferro‑Fini è stato quello di riportare il Veneto alla modalità “Regione di serie B”, come nel 1970.

All’epoca Zaia aveva quattro anni; oggi, agosto 2026, il Consiglio Regionale voterà presto quattro nespole – un’autonomia differenziata senza soldi, senza organici, senza strumenti.

Nel 1972 bastarono due anni per costruire poco; nel 2026 sono serviti vent’anni per costruire il vuoto.

26 agosto 2026                                                                                                        Enzo De Biasi