Giusy, lei appartiene a una generazione che ha vissuto la musica in modo viscerale. Che rapporto ha oggi con questo mondo e come lo vive attraverso lo sguardo dei suoi figli?
“Appartengo sicuramente a un’altra generazione, e forse è proprio per questo che guardo alla musica di oggi con occhi diversi. Ma la musica, per me, non è mai stata qualcosa del passato, fa parte di me. La canto, la scrivo e continuo ad ascoltarla. E, soprattutto, vivo quotidianamente a contatto con una generazione più giovane, perché in casa ho dei figli che ascoltano musica, la scoprono e la fanno entrare nella loro vita”.
Ascoltando le produzioni contemporanee, cosa la colpisce di più, in positivo e in negativo?
“Devo dire che spesso faccio fatica a riconoscermi nei testi di molte canzoni contemporanee. Non parlo di tutti, naturalmente. Ci sono ancora autori e artisti capaci di raccontare sentimenti veri, di parlare attraverso un brano e di arrivare a chi ascolta. Sono pochi, ma ci sono. Oggi, invece, mi capita spesso di ascoltare frasi apparentemente romantiche, profonde o sensibili, ma inserite in un contesto che non riesce a emozionarmi. A volte ho la sensazione che alcune parole vengano semplicemente “buttate lì”, perché suonano bene, perché possono diventare una frase da ricordare o da condividere, ma senza una vera necessità di raccontare qualcosa”.
Per lei che scrive e canta, qual è la vera essenza di una canzone?
“Io credo che scrivere una canzone sia un po’ come scrivere una lettera. È dare voce alla parte più delicata di noi, quella che magari facciamo fatica a mostrare nella vita di tutti i giorni. È prendere qualcosa che abbiamo dentro e consegnarlo a qualcuno, o forse anche a qualcosa, attraverso la musica. Per questo penso che una canzone debba avere qualcosa da comunicare”.
Pensa che il modo in cui i giovani comunicano oggi influisca anche sulla scrittura dei brani?
“Forse è cambiato anche il nostro modo di comunicare. I ragazzi oggi chattano, si guardano attraverso uno schermo, attraverso video e social. Hanno strumenti di comunicazione che noi non avevamo. Ma forse, proprio per questo, hanno perso un po’ il contatto con la pelle, con lo sguardo reale, con la presenza dell’altro. E credo che tutto questo, inevitabilmente, finisca anche nella musica che scrivono e ascoltano”.
Un altro tema forte che spesso fa discutere è il confine tra trasgressione e volgarità sul palco. Qual è la sua opinione?
“C’è un altro aspetto che faccio davvero fatica ad accettare: quando la provocazione diventa volgarità e arriva a mortificare la dignità della persona. A volte ascolto o vedo certe cose e mi viene spontaneo chiedermi: ma sei davvero questo? È davvero questo ciò che vuoi raccontare di te?. Non penso che la sensualità debba essere negata, né che un artista debba necessariamente essere composto o tradizionale. Ma quando il corpo e la provocazione diventano l’unico strumento per attirare l’attenzione, mi chiedo dove sia finita la necessità di comunicare attraverso la musica. Se penso anche ai miei tempi, Madonna, David Bowie e altri si presentavano stravaganti, ma sembrava facesse parte proprio di loro. E comunque, tolta quella stravaganza, potevano permettersi di continuare a cantare”.
Anche il sistema della televisione e dei grandi eventi è profondamente cambiato. Ad esempio, lei ha una posizione molto netta su Sanremo…
“Io sono forse una delle poche persone che canta e che, allo stesso tempo, si rifiuta di guardare Sanremo. Non perché non ami la musica italiana, anzi. È proprio perché la amo profondamente che faccio fatica a viverlo come lo vivevo un tempo. Ricordo Sanremo come un punto di arrivo. Ci si arrivava dopo aver studiato, dopo la gavetta, dopo aver cantato e suonato tanto, dopo essersi costruiti lentamente un percorso. Oggi, a volte, ho la sensazione che si possa partire direttamente da lì. E penso che la gavetta abbia un valore enorme: ti insegna a stare davanti alle persone, a reggere un palco, a conoscere i tuoi limiti, a sbagliare”.
Un’altra grande differenza rispetto al passato riguarda la tecnica e l’uso della tecnologia…
“Gli strumenti tecnologici hanno cambiato moltissimo il modo di cantare. A volte mi domando cosa rimarrebbe di alcune interpretazioni se venissero tolti tutti quegli strumenti senza i quali sembrano non riuscire più a cantare davvero. La tecnologia può essere una grande alleata, ma non dovrebbe mai sostituire la voce, la tecnica, lo studio e soprattutto l’emozione. E poi c’è l’immagine. Non mi piace vedere il palco trasformato in una vetrina in cui centimetri di pelle sembrano diventare più importanti di quello che l’artista ha da dire. Vorrei che fosse ancora la musica ad attirare lo spettatore”.
Anche suonare e cantare dal vivo, nei locali o alle feste, è diventato più difficile. Come vive questa dimensione oggi?
“Oggi alle feste e nei locali è sempre più difficile trovare spazio per chi vuole semplicemente suonare e cantare. Ci sono i Dj, che hanno naturalmente il loro pubblico e la loro funzione, ma per chi fa musica dal vivo spesso bisogna cercare locali particolari, quasi come se non bastasse più voler fare una serata per il piacere di condividere musica con le persone. Io canto con passione, anche se non sono una professionista, e forse proprio per questo mi accorgo di quanto sia difficile trovare un pubblico che abbia il gusto musicale che conosco e che porto dentro fin da quando ero piccola”.
Nonostante tutte queste difficoltà, lei guarda al futuro della musica con fiducia?
“Nonostante tutto, non penso che la buona musica sia destinata a scomparire. Questo mi fa pensare che forse c’è ancora speranza. Forse la buona musica non è scomparsa, forse semplicemente oggi deve farsi strada in mezzo a molto più rumore. E se anche saranno in pochi a scegliere ancora una canzone perché dentro quelle parole riconoscono un sentimento, una storia, una parte di sé, io credo che quei pochi continueranno a portarla avanti. Perché la musica vera, quella che nasce da qualcosa che abbiamo dentro e che abbiamo bisogno di consegnare agli altri, non appartiene a una generazione. Appartiene a chi ha ancora qualcosa da dire”.

Giusy Triferò: una vita in musica, tra passione, palchi e grandi incontri
Il legame tra Giusy Trifero’ e la musica ha radici profonde, che risalgono a quando, poco più che bambina, trasformava il terrazzo di casa in un palcoscenico naturale. Per i vicini di casa, era già allora “la cantante”, un presagio di quella che sarebbe diventata una vocazione di vita. Cresciuta ascoltando i grandi classici della musica italiana e internazionale — da Vianello e Morandi fino all’energia travolgente di Tina Turner, di cui imparò l’intero repertorio a soli otto anni — Giusy ha costruito il suo percorso artistico su un costante desiderio di esplorazione e condivisione.
Il vero punto di svolta del suo cammino umano e artistico è l’incontro con Bruno Ballon, figura chiave che ha segnato le tappe fondamentali della sua carriera. Dalle prime esibizioni improvvisate, chitarra in sella a una moto e voce al vento, fino alle notti infinite al “Bar Lanterna” passate a far musica ben oltre l’orario di chiusura, il sodalizio con Ballon si è rivelato un pilastro inossidabile.
La gavetta è stata ricca di esperienze formative: dal coro parrocchiale di Sargnano al progetto “Valentina canta Battisti”, che l’ha portata su palchi importanti, come quello dell’Arena di Lignano Sabbiadoro. Fu proprio lì, giovanissima, che ricevette uno dei complimenti più significativi della sua carriera: al termine di un’esibizione solista, fu paragonata a Mina, un’emozione che ancora oggi Giusy ricorda con le gambe che tremano per l’intensità del momento.
La sua carriera è un intreccio di curiosità e sperimentazione. Nel 2000 si è avvicinata alla lirica, non per cambiare rotta, ma per esplorare “forma e colore” della voce, arricchendo il suo bagaglio tecnico. È poi con la fondazione del gruppo “Ensemble” nel 2002 che ha iniziato a far emergere anche la sua vena autorale, portando sul palco brani originali scritti e musicati nel tempo, conservati con cura in un quaderno che custodisce la sua anima di cantautrice.
Negli anni, Giusy ha saputo rigenerarsi attraverso vari progetti, cercando sempre quella “gioia di cantare” che è il vero motore della sua arte. Dal gruppo “Giusy & i suoi corvi”, dedicato al sound degli anni ’60, ’70 e ’80, fino alla realtà dei “Fuori Croma”, la cantante ha saputo circondarsi di talenti consolidati e affetti profondi, come l’amica di sempre Mara, presenza costante nelle sue avventure musicali.
Oggi, Giusy Triferò continua a essere un punto di riferimento versatile, capace di passare dalle sonorità pop alla sfida complessa di un tributo a Mina — un progetto corale che vede la partecipazione di numerosi musicisti di valore. La sua è una storia di fedeltà alla musica, di incontri che diventano famiglia e di una voce che, dal piccolo terrazzo di un tempo, non ha mai smesso di cercare nuovi orizzonti.
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