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Autonomia: vent’anni tra pifferai, belle addormentate e treni persi * di Enzo De Biasi

Dalla Catalogna mancata al referendum farlocco: anatomia di un ventennio

Viviamo in un’epoca in cui la realtà non è ciò che è: non ciò che si vede, si tocca, si sente o si legge stampato sulla Gazzetta Ufficiale (G.U.) o sul Bollettino Ufficiale Regionale (B.U.R.), ma è “altro”. La realtà “vera” tende ad essere quella fabbricata da chi ha il potere di costruirla a proprio uso e consumo e/o per il partito (la coalizione) che rappresenta.

Da una parte c’è chi, trovandosi in posizioni di comando — i politici di professione, ad esempio — punta a mistificare e distorcere i fatti di cui è o è stato protagonista, così da trarne vantaggio al momento del voto sfruttando la credulità popolare. Dall’altra ci sono i social media e i molteplici mezzi di comunicazione di massa che, una volta che la realtà è stata adulterata da chi ne ha facoltà, si prestano a veicolarla, propagarla, diffonderla senza troppi controlli e riscontri sulla veridicità delle informazioni ricevute. Di conseguenza, nell’agorà, nel dibattito pubblico distinguere ciò che è vero, falso o parzialmente corretto è diventato un esercizio arduo, riservato — oramai — a gruppi ristretti. Per gran parte della popolazione, ciò che trasmette il “convento mediatico” diventa faro di luce, realtà e verità.

Oltre ai politici, sempre più attori che recitano la “loro parte” in diretta o in differita, un ruolo incisivo lo hanno gli “operatori della comunicazione e dell’informazione”, i più noti sono i giornalisti. Costoro, sovente, anziché tenere distinti e distanti i fatti dalle opinioni personali — sottraendosi alla “moral suasion” dei loro direttori — mescolano gli uni con le altre, non agevolano la formazione di un’opinione pubblica informata ma non omologata al mainstream, alla tendenza dominante del momento. Di conseguenza, l’informazione autentica, non manipolata, non adulterata — alimento essenziale per il cittadino, come l’acqua per la persona — è una merce sempre più rara.  Non casualmente, nel report pubblicato nel 2025 sullo stato dei diritti, l’Italia per le libertà di “espressione, dissenso e pensiero” è scivolata di altre tre posizioni rispetto al 2024 ed è ora al 49° posto: “il risultato più grave in Europa Occidentale”, qui1

Questi ed altri pensieri venivano in mente mentre leggevo le dichiarazioni rese il 22 luglio scorso dall’ex Presidente del Veneto ed ora Presidente del Consiglio Regionale: Luca Zaia.

Il punto centrale delle sue esternazioni è il seguente: “Questa giornata è il frutto di un cammino lungo, complesso e spesso accidentato… Tutto è cominciato con la legge regionale del giugno 2014…”, concludendo con: “Fu un autentico plebiscito democratico… non un dettaglio della storia.”

L’assenza totale dei passi iniziali della Regione del Veneto per l’Autonomia Differenziata, risalenti a vent’anni fa, è davvero macroscopica. In effetti, in questa occasione e senza apparente motivo, c’è un abissale “vuoto di cose accadute, di realtà”.

Luca Zaia, da trent’anni votato da milioni di veneti, è stato insediato in importanti “posti di potere”. Negli ultimi vent’anni, nella città di Venezia, ha operato dapprima al terzo piano e poi, con un grado più elevato, al piano nobile di Palazzo Balbi, residenza storica con affaccio sul Canal Grande, sede ufficiale dei governanti l’ente Regione. Omettendo i primi step dell’iter intrapreso per l’Autonomia Differenziata, egli risulta persino irriverente verso precise volontà politiche (al di là degli esiti poi ottenuti) fatte proprie dagli organi decisionali di cui è stato componente, financo parte attiva e propositiva, in perfetta sintonia con la sequenza degli atti adottati e pubblicati nel BUR d’annata.

Per chiarire: le 7 materie dell’Autonomia Differenziata deliberate dalla Giunta Galan ter nel 2006 (ottobre), poi aumentate a 13 dal Consiglio regionale nel 2007 (dicembre), sono state decisioni possibili grazie alla legge costituzionale n. 3 del 2001 (ottobre). È banale ricordarlo, ma data la smemoratezza imperante, tutti questi documenti si trovano negli archivi digitali e cartacei della Regione del Veneto. Alla stessa stregua è facilmente rinvenibile che il Governo Berlusconi quater (2008–2011) — in cui Luca Zaia era ministro — non ha dato al Veneto le 13 materie richieste ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione, qui2 .

È davvero successo, anche se i media non ne hanno fatto pubblicità eccessiva. Dice il saggio: “non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”: l’Autonomia Differenziata affossata da chi l’aveva promessa in campagna elettorale (“paroni a casa nostra”). Capita che il rurale privato del “formaggio con le pere” (le 13 materie) si agiti, pensi, maturi, non voti “i rossi”, ma dopo vent’anni resti a casa. Proprio così è andata a novembre scorso, qui3   Gli atti, i fatti e le mancate decisioni sono prove “provate” del perché, a due decadi dal primo passo verso l’Autonomia Differenziata, il Veneto è a bocca asciutta e a stomaco vuoto.

Lo svolgimento del tema Autonomia Differenziata qui districato è una contro‑narrazione utile a compensare (in proporzione miserrima) propaganda e disinformazione — a tonnellate ! — finora circolate a livello nazionale, regionale, locale nei quotidiani , nei talk show, nei bar e nei mercati rionali. Tuttavia, si sa ben  che “cosa fatta (o non fatta) capo ha”, ogni azione (attuata o rinunciata) produce un suo effetto, una sua conclusione, non più modificabile. Il calendario solare non è retrodatabile, né il ventennio perso è recuperabile.

2001 — anno di start‑up dell’Autonomia Differenziata in Italia promossa dalle “ forze illiberali”

Il via all’Autonomia Differenziata avvenne con la legge costituzionale n. 3/2001, che ampliava la sfera d’azione delle Regioni ordinarie, stabilendo che -tranne le materie riservate allo Stato e quelle in cui entrambi i soggetti dovevano cooperare- tutto il resto stava nella competenza regionale. Nel contempo la norma aboliva il controllo di legittimità dello Stato sugli atti amministrativi della Regione e, a ricaduta, quello regionale su quelli di Province e Comuni.

Il Governo manteneva (e mantiene) la facoltà di opporsi ad una legge regionale se ritenuta lesiva dell’unità nazionale o dei principi della Carta Repubblicana. Di questa chance si avvalse nel 2014 il Governo Renzi (PD) avverso due leggi venete.

La riforma del tiolo V  di  “federalismo vero”  ne ha davvero poco, anche se la lacuna è stata colmata dalla informazione e propaganda creative dei media con maggiore o minore fantasia e diligenza a seconda della vicinanza (distanza) da chi l’aveva voluta e votata.

In effetti, la Repubblica Italiana non è uno Stato Federale non ha singoli Stati Indipendenti, Sovrani ed Autonomi che – in base al patto federativo e fondativo inziale– devolvono alla Confederazione parte dei loro poteri.  La riforma del 2001 conferma, invece, uno Stato meno centralizzato, rafforza  il principio  di decentramento verso gli enti locali che restano subordinati all’ordinamento nazionale, introduce il principio di sussidiarietà verticale, ma non cambia il regime delle Regioni a statuto speciale, quelle di serie A, le altre restano in  serie B, il Veneto ad esempio. Questi concetti sono richiamato nella sentenza della Consulta che ha cassato nel 2015 le velleità di forte  “Autonomia”  da parte di Zaia, Lega concordi anche le altre forze politiche presenti in Consiglio Regionale. Cionondimeno, la norma era un’opportunità da sfruttare fino in fondo , cosa che il Centrodestra nazional/regionale non ha voluto/saputo realizzare pur governando soprattutto a Venezia ininterrottamente dal 1995 ad oggi, qui4

È del cavalier Berlusconi- Forza Italia sceso in campo nel 1994, l’intuizione geniale di mettere assieme nel governo nazionale un partito a forte vocazione statalista,  Alleanza Nazionale con un movimento  “ secessionista”, la Lega Nord. La formula inedita regge ancor oggi le sorti del Paese, ma – nello specifico- non arrivò ad alcun risultato utile.  A rispondere alle motivate richieste di chi lavora e produce,  spostando un più in su il baricentro del potere centralista  sono state le “forze illiberali” (cfr. Berlusconi)  della Sinistra aggregatasi ai partiti di Centro.  Il nuovo assetto istituzionale, però,  è arrivato 31 anni dopo l’istituzione delle Regioni(1970) e a 51 anni dalla previsione della Magna Carta (1949). Il triste e amaro epilogo veneto, al di là delle pesanti responsabilità di Zaia, soci di maggioranza e quella minoranza, dimostra che il  modello del “regionalismo ordinario” ha dato il “massimo ottenibile”. E’  tempo ed ora per il bene del Paese che s’imbocchi con decisione la strada per arrivare ad uno Stato Federale come già chiedeva Carlo Cattaneo (1801-1869), primo federalista, deputato eletto a Milano che non giurò mai fedeltà al re.

2006–2007 — il “popolo veneto” in cammino verso la terra promessa: l’A.D. Il promotore è stato l’On.le Giancarlo Galan, Presidente del Veneto.

Tornando all’iter procedimentale, il  Veneto – iper autonomista – attende ben cinque anni prima di mettersi in cammino.  Infatti, correva l’anno 2006 quando, con Dgr n. 3255 del 24 ottobre 2006 , intitolata “Avvio del percorso per il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni di autonomia alla Regione del Veneto, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, parte l’iter recante una prima proposta per avviare il negoziato nei settori: rapporti internazionali della Regione, tutela della salute, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione per i settori produttivi, polizia regionale e locale, tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, organizzazione della giustizia di pace, qui 5 .  Perplessi e sorridenti, ancor oggi, è leggere l’atto che annuncia l’impegno del Presidente -del tempo- di presentare tre iniziative di legge: una per delegare il Governo ad intervenire pro federalismo fiscale; una per riconoscere al Veneto un’Autonomia simile a quella acquisita dalla Catalogna; una per aggiungere in Costituzione, all’art. 116 comma 1, un’altra Regione Speciale: il “Veneto”. Proposte non ancora apparse in G.U.

Il 28 dicembre dello stesso anno, con Dgr n. 4167, l’allora Vice Presidente Luca Zaia rafforzò lo staff dei già numerosi dirigenti regionali sovraintendenti l’ A.D. con il prof. Lucio Pegoraro, docente di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, specializzato in attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni. Costo della consulenza 12.000 € .

“Tutto è cominciato… nel 2014” (cfr. L Zaia), in realtà tutto è cominciato nel  2006, qui5bis

L’On.le Giancarlo Galan, primo promotore dell’Autonomia Differenziata nel biennio 2006–2007, una volta cessato da Presidente del Veneto, venne travolto dalla vicenda MOSE: patteggiò una pena di 2 anni e 10 mesi, trascorse 78 giorni tra custodia cautelare e detenzione domiciliare e restituì 2,5 milioni di euro, a fronte di un indebito arricchimento accertato in oltre 15 milioni. La sentenza comportò la sua decadenza da parlamentare nell’aprile 2016. Fosse rimasto “in campo”, avrebbe verosimilmente continuato ad “aiutare” il Veneto. Vero è che già l’incipit dell’Autonomia Differenziata fu, come ricorda Luca Zaia, “complesso e accidentato”.  

Per completezza, occorre ricordare che G. Galan (di matrice liberale) venne scelto da Silvio Berlusconi tra i propri dirigenti aziendali. Nel 1994 il fondatore di Forza Italia scese in campo promettendo la “rivoluzione liberale”, chi l’ha vista? L’anno successivo designò due suoi dipendenti quali candidati Presidenti al vertice di Veneto e Piemonte: Giancarlo Galan, direttore generale di Publitalia‑Fininvest, ed Enzo Chigo, proveniente dallo stesso gruppo. A Roberto Formigoni, D.C. moderata aderente a Comunione e Liberazione, venne offerta l’opportunità di diventare Presidente della Lombardia. Un colpo di mano felice del magnate di Arcore. Tutti e tre iniziarono la loro nuova vita da Presidenti di Regione. Il più longevo fu Roberto Formigoni, ben quattro volte: nel 2019 è stato condannato in via definitiva per corruzione a 5 anni e 10 mesi; tre anni più del suo collega del Veneto.

Il “nuovo” annunciato nel 1994 si rivelò, sorprendentemente simile al vecchio che avrebbe dovuto sostituire: la promessa di una rivoluzione liberale si infranse contro la realtà dei fatti, politici e giudiziari del fondatore e della dirigenza politica pre-scelta.

Il centrosinistra regionale avrebbe potuto fronteggiare il ciclone Berlusconi/Galan con l’On.le Tina Anselmi: staffetta partigiana, primo ministro donna nel 1976, madrina del Servizio Sanitario Nazionale, espressione della più solida cultura autonomistica della D.C. veneta. All’epoca aveva 62 anni, una statura politica nazionale e una popolarità radicata nel territorio che nessun altro leader del centrosinistra né allora né dopo ha  potuto vantare, qui6

La scarsa lungimiranza e il prevalere delle ambizioni personali  la “carriera di ciascun leader”, chiusero la strada alla Tina Nazionale, la migliore competitor possibile. Il risultato del 1995 fu un testa a testa: Centrodestra 38%, Centrosinistra 36%.  Da allora il centrosinistra è sceso fino al 16% nel 2020, per poi risalire nel 2025 al 28%, aggregazione dei voti di partiti e cespugli prima “sparpagliati”, presentatisi “vincolati”. Ancora otto punti sotto quota 1995.

Non stava scolpito nelle tavole di Mosè che il Veneto “dovesse essere” del Centrodestra: a quel nefasto esito contribuì la nomenklatura partitocratica ex DC e PCI, restia a mettere in gara la migliore candidatura. Lor signori preferirono  conservare sé stessi, piuttosto che pensare e agire “da collettivo e fare squadra”, come direbbe Bersani.  E il risultato, trent’anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: il centrosinistra ha già perso tre volte la stessa partita e oggi non dispone di una strategia alternativa alle destre. Di ciò più avanti.”

2008–2011 — Il Governo Berlusconi IV: quattro ministri leghisti, tredici materie richieste, zero risultati

L’atto consiliare del 2007 -la Deliberazione n. 98, pubblicata nel BUR n. 11/2008- venne preso in carico dal Governo Berlusconi IV, insediatosi nel maggio 2008. Da allora rimase nei cassetti ministeriali fino alla caduta dell’esecutivo l’11 novembre 2011, travolto dal rischio di bancarotta del Paese, qui 7.   Eppure, quella compagine includeva il “top di gamma” leghista: Umberto Bossi ( Federalismo), Roberto Maroni (Interno), Roberto Calderoli (Semplificazione), Luca Zaia (Agricoltura).  Mai nella storia della Repubblica, nei precedenti 39 esecutivi, il Veneto aveva avuto un “parterre” così favorevole. Mai così tanti “padri fondatori dell’autonomia” erano stati contemporaneamente seduti al Governo, a Palazzo Chigi, qui8 .

Risultato: nessuna risposta alle richieste del Veneto. Nessuna trattativa. Nessuna intesa. Nessun avanzamento. Il dossier veneto dormì per tre anni, indisturbato, in qualche armadio ministeriale. Una prima, sonora bocciatura politica del progetto autonomista, proprio da parte di chi lo rivendicava e lo rivendica come bandiera identitaria.

Nel frattempo, il Governo trovò il tempo per istituire nuove Province: Monza e Brianza, Fermo e Barletta‑Andria‑Trani- B.A.T. La sigla B.A.T. fa scena, sembra uscita da un fumetto. Per far sorridere il lettore, si potrebbe dire che in quegli anni anche il Veneto aveva il suo “Batman ”, sempre pronto a recriminare, rivendicare, giudicare,  salvo poi incassare “zero tituli ( cfr. José Mourinho ex-allenatore dell’Inter).  Il “popol veneto” è ancora in attesa di sapere perché il centrodestra governante  sia a Roma che a Venezia,  non abbia “portato a casa” una prima tranche di Autonomia Differenziata “taylor made”, entrambe locuzioni tanto care a L. Zaia.

Il Veneto aveva chiesto 13 materie a fine dicembre 2007. Il Governo Berlusconi IV aveva quattro ministri leghisti. La matematica direbbe che 4 > 13. La politica ha dimostrato che 4 = 0, zero.  E chi oggi parla di “cammino lungo e accidentato” dimentica che il primo incidente fu causato proprio da chi guidava il veicolo stando dalla stessa parte  politica reclamante.

Una noticina a latere. Nell’ultimo esecutivo berlusconiano,  era presente Giorgia Meloni allora Ministro, quota A.N., Alleanza Nazionale gemmata dal MSI, Movimento Sociale Italiano guidata per oltre vent’anni da Giorgio Almirante, fascista convinto della Repubblica Sociale Italiana (RSI) di Salò e redattore della rivista “ La difesa della razza” L’allora giovane ministro della gioventù ha fatto carriera, oggi è sia Presidente del Consiglio dei ministri che Presidente di Fratelli d’Italia con a capo della Segreteria Politica la sorella Arianna Meloni.

Fdi conserva nel proprio simbolo la fiamma tricolore icona del MSI, partito erede della R.S.I con salde radici nella cultura fascista,  che nel 1970 votò contro l’istituzione delle Regioni.

La sentenza n. 118/2015 della Corte costituzionale chiude definitivamente la stagione dei referendum del 2014. Dei sei quesiti approvati dal Consiglio regionale, cinque vengono dichiarati incostituzionali; l’unico che sopravvive è il più innocuo, il più generico, il più inoffensivo: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Una domanda talmente vaga da ricordare quella che si rivolge a un bambino: “Vuoi tu bene alla mamma?” qui9 .

Probabilmente già in sede di redazione della legge regionale n. 15/2014 questo quesito era stato predisposto come “via di fuga”, temendo — come poi avvenne — la bocciatura dell’intero pacchetto. La Corte, con un humour quasi britannico, al punto 6.1 della sentenza, recepisce la tesi della difesa regionale definendo il quesito un “sondaggio formalizzato”: altri lo chiameranno “sondaggio popolare”, chi scrive “referendum farlocco”. Il risultato è che il popolo veneto, per “farsi un sondaggio”, sborsò 14 milioni di euro, a carico del bilancio regionale. E a quasi dieci anni di distanza siamo ancora qui, in attesa di vedere qualche effetto concreto. Un capolavoro: un referendum consultivo che consulta, una domanda che domanda, una spesa che spende, e un’autonomia che non arriva.

Da qui in avanti, il cammino dell’Autonomia Differenziata diventa una fiaba stonata: il Pifferaio Magico che promette, la Bella Addormentata che attende , il coro muto ( il popolo sovrano di Puccini che accompagna, e un’opposizione che, dormiente, ossequente, ininfluente.

Il referendum del 2017 – presentato come “storico” — si rivelerà un esercizio politico irrilevante per le decisioni dei Governi succedetesi dopo il famoso 22 ottobre, al di là della questua fatta dall’ex-Presidente in Roma. Il patto Bressa–Zaia del 2018, che avrebbe potuto portare a casa nove materie ricche di contenuto e incidenti sul tessuto economico-sociale-ambientale del Veneto, a partire dall’esecutivo dal Governo Giallo-Verde, con massiccia presenza leghista Capitan Salvini Vice-Presidente non se n’è dato cura. L’accoppiata di puro conio leghista made in Veneto, Zaia-Stefani, Ministro Affari Regionali: niente di niente.

La Lega, nel frattempo, cambierà pelle, priorità e geografia politica. L’accordo Calderoli–Zaia di novembre 2025 consegnerà al Veneto poche funzioni ancillari rastrellate all’interno di quattro materie No-Lep , senza risorse e senza impatto significativo. Altri dettagli sono qui10

La risoluzione del 22 luglio 2026 è una “pacca sulla spalla” al Governo Meloni affinché si affretti a presentare in Parlamento l’intesa definitiva  da approvata con legge,  così ha stabilito la Consulta dopo attento esame della legge “Calderoli”. Nel 2018 firmata la pre-intesa tra le parti interessate Governo/Regione, si sarebbe potuto procedere con i decreti attuativi, adesso l’iter, la strada fare  si è prolungato . Come direbbe Luca Zaia il percorso è ancora “lungo e accidentato”

Il centrodestra ha promesso ciò che non ha mai voluto o saputo realizzare; il centrosinistra ha assistito ciò che non ha mai avuto il coraggio di contrastare, tranne l’assenso doveroso per responsabilità istituzionale del 2007. E oggi, dopo vent’anni di annunci, omissioni e occasioni mancate, resta solo la lunga scia del non fatto.

L’A.D. è un treno che non tornerà. Ha però chiarito una verità: il regionalismo di serie B è arrivato al capolinea. Il futuro è un assetto federale che affronti il vero tema che paralizza l’Italia ed ogni governo: un debito pubblico da 3.200 miliardi, pari al 140% del PIL. Una montagna che nessuna riforma può aggirare.

16 agosto 2026  Enzo De Biasi

Fonti:  qui1  qui2 . qui3        qui4      qui 5   qui5bis         qui6  qui 7.          qui8   qui9     qui10