Belluno, 18 luglio 2026. Piazza dei Martiri, il cuore pulsante della città, avrebbe dovuto essere oggi il teatro di una celebrazione trionfale. Con l’arrivo della Coppa d’Oro delle Dolomiti – un evento che, per blasone e storia, ha sempre respirato l’aria della leggenda, secondo solo alla Mille Miglia – le aspettative erano, come da tradizione, altissime. Eppure, tra le 12:00 e le 13:00, l’ora di punta degli aperitivi e del mercato cittadino, lo scenario che si è parato davanti agli occhi dei bellunesi è stato quello di una malinconica occasione mancata.
Il passaggio delle auto è avvenuto in un clima inspiegabilmente sottotono. Al netto dello zoccolo duro degli appassionati storici, capaci di riconoscere il rombo di un motore d’epoca a chilometri di distanza, il pubblico è apparso numericamente modesto e distratto. La piazza, solitamente gremita in occasioni ben più modeste, è sembrata non accorgersi di un evento che, un tempo, paralizzava l’attenzione della città.
Anche il parco auto era ridotto all’osso con i numeri dei pettorali gonfiati. Quella che abbiamo visto oggi non è la Coppa d’Oro delle Dolomiti che la memoria collettiva custodisce gelosamente. La sfilata è apparsa frammentata, priva di continuità e coerenza storica: dai pochi esemplari che mantengono viva la memoria del secolo scorso con pettorali dall’1 al 36, si passa a salti logici poco comprensibili con pettorali 51-56, fino a chiudere con un gruppo di auto contemporanee dal 2003 al 2026 con pettorali addirittura da 101 a 107. Queste ultime, Ferrari e Porsche, pur nella loro innegabile bellezza estetica, appaiono come corpi estranei, orpelli moderni che poco hanno a che fare con il prestigio e l’epica della gara storica.
Davanti a questo spettacolo, sorge spontaneo un interrogativo sulla gestione della manifestazione sotto la nuova presidenza dell’Automobile Club Italia. Se l’intento era quello di portare un “rinnovamento”, il risultato odierno sembra suggerire il contrario: la sensazione è che si siano “persi i pezzi per strada”, lasciando che una perla dell’automobilismo italiano sbiadisse fino a diventare un esercizio di stile autoreferenziale fine a se stesso.

Cosa resta, dunque, della grande Coppa d’Oro? Poco più che un esercizio di nostalgia. Rimane, sì, il piacere per gli occhi di ammirare quelle “anziane signore” del Novecento che hanno fatto la storia, ma resta anche un velo di tristezza nel vedere un mito ridimensionato. Se l’obiettivo di ACI è preservare il valore di questo marchio, è necessario un profondo cambio di rotta: la storia non si rinnova a tentativi, si cura. E oggi, a Belluno, la cura è decisamente mancata.
Roberto De Nart



