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“La formazione non è una tassa”: il grido d’allarme del professor Mario Borrata, docente veronese, relatore al Senato

Da Verona a Palazzo Madama per denunciare il paradosso dei percorsi abilitanti: costi elevati e regole in costante mutamento rischiano di trasformare l’accesso all’insegnamento in una selezione basata sul reddito, penalizzando il merito.

«La formazione non può diventare una tassa permanente per chi vuole insegnare». È con questo monito, netto e privo di ambiguità, che Mario Borrata, docente in servizio nel territorio veronese, ha portato la voce della scuola reale al cospetto del Senato della Repubblica. Lo scorso 2 luglio, durante un incontro dedicato alle criticità del comparto scolastico promosso dalla vicepresidente del Senato Mariolina Castellone, il professore non ha parlato da teorico della pedagogia, ma da chi la scuola la vive quotidianamente, tra i banchi e le incertezze del precariato.

Al centro dell’intervento, la giungla normativa dei percorsi abilitanti. Dopo la stagione dei 24 CFU, il sistema ha introdotto gli attuali percorsi da 30, 36 e 60 CFU. «Dietro queste sigle – spiega Borrata – non ci sono solo numeri, ma docenti e famiglie che sostengono costi pesanti in un sistema che cambia continuamente le carte in tavola».

Il nodo centrale è quello economico. Con tariffe che oscillano tra i 2.000 e i 2.500 euro, a cui si sommano i costi per prove finali e oneri accessori, l’abilitazione diventa un ostacolo proibitivo per chi spesso sopravvive con contratti a tempo determinato, lavora lontano da casa o deve gestire il bilancio familiare. «Il rischio – avverte il docente – è che si consolidi un vero mercato dei titoli, dove ogni cambio normativo genera un nuovo corso a pagamento. Chi può permetterselo parte avvantaggiato; chi ha risorse limitate o ritmi di vita serrati rischia di essere tagliato fuori, indipendentemente dalla bravura dimostrata in classe».

L’analisi di Borrata tocca anche un nervo scoperto della politica scolastica: l’eccessiva attenzione verso la forma rispetto alla sostanza. Il sistema appare ossessionato da crediti, scadenze e piattaforme, ma resta spesso sordo alla reale capacità di gestire una lezione complessa, di motivare gli studenti fragili o di dialogare con le famiglie.

«Un docente con anni di servizio non può essere trattato come se non avesse mai varcato la porta di una scuola», sottolinea Borrata, proponendo una netta inversione di tendenza. Le sue richieste sono chiare: percorsi organizzati prevalentemente dalle università pubbliche con rette calmierate, regole stabili nel tempo e un riconoscimento sostanziale, e non puramente simbolico, del servizio già prestato.

Il messaggio lanciato dal Senato è un appello alla qualità. «Liberare i docenti da una pressione economica e burocratica sproporzionata non significa abbassare l’asticella, ma renderla più equa», ribadisce Borrata. La qualità dell’istruzione, secondo il docente, non si misura moltiplicando i certificati a pagamento, ma valorizzando le persone, garantendo stabilità lavorativa e restituendo agli insegnanti il tempo prezioso da dedicare agli studenti.

La conclusione dell’intervento è un avvertimento urgente per le istituzioni: bisogna agire prima che l’accesso alla professione diventi un privilegio di censo. La scuola, avverte Borrata, non ha bisogno di “collezionisti di crediti”, ma di professionisti formati, rispettati e messi nelle condizioni ideali per svolgere il compito più difficile e nobile: educare le nuove generazioni.