Perché la gestione di condominio e il calpestamento delle regole interne condannano l’area progressista all’irrilevanza: la lezione della laguna per evitare il disastro alle prossime politiche
Sanità pubblica con azzeramento delle liste d’attesa, revisione del Catasto e applicazione rigorosa dell’Articolo 53 della Costituzione: chi ha di più deve pagare di più
Dal ddl Premierato alla “Legge Acerbo” del terzo millennio: la strategia della destra per espugnare il Quirinale nel 2029
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L’errore veneziano e il fallimento del Campo Largo
Il peggio non è mai toccato, eppure a Venezia è stato persino superato. A maggio 2026, il senatore e candidato del centrosinistra allargato Andrea Martella è stato battuto al primo turno: un secco 39% contro il 51% incassato da Simone Venturini, assessore della giunta Brugnaro pur nel pieno delle note inchieste penali. Una prestazione, quella del fu Sottosegretario di Stato all’editoria da Portogruaro, persino inferiore a quella fornita dall’altro esponente governativo Pierpaolo Baretta che nel 2020 era, almeno, riuscito a trascinare il “Sindaco Fucsia” al ballottaggio prima di cedere il passo, distaccato di venti punti.
Non tutto il mal vien per nuocere. Se l’esperienza del Campo Largo è destinata a sopravvivere alle sue stesse contraddizioni, la cocente sconfitta veneziana può trasformarsi in un casework, una lezione magistrale da impartire nei corsi di formazione per gli aspiranti amministratori locali dell’area progressista. Il titolo è già scolpito: “Venezia, maggio 2026: perché si è perso anche quando si poteva vincere”.
Nelle dispense per le menti nate dopo l’anno 2000, accanto alle dotte e immancabili analisi geopolitiche, andranno inseriti gli articoli premonitori apparsi su Belluno Press: 1 aprile 2024, 2 febbraio 2026, 1 giugno 2026. Lì capiranno perché la dirigenza di oggi ha fatto di tutto per consegnare la vittoria agli avversari, ignorando lo strumento democratico delle primarie e affidandosi sulle solite nomine calate dai club di partito composti dai soliti noti e dalle convenienze ad personam emerse nella situazione specifica.
Il peccato originale è l’incapacità di leggere e interpretare la realtà: com’è e cosa chiede.
Da cent’anni di “Comunone” al ripristino delle Province: la frammentazione istituzionale
Il prossimo 15 luglio Venezia compirà cento anni nella configurazione attuale, l’iper-comune che conosciamo. Fu il regime fascista, nel 1926, a sopprimere ben nove comuni storici, liberi ed autonomi della terraferma e della laguna per dar vita – a tappe forzate tra il 1923 e il 1926 – alla “Grande Venezia”, controparte unica delle competenze territoriali serventi il progetto industriale ideato nel 1917 dal conte Giuseppe Volpi di Misurata. Ma quel ciclo produttivo-occupazionale, conosciuto nel secondo dopoguerra come il “Petrolchimico di Marghera”, ha cessato di essere volano di sviluppo da quattro decenni.
Noi italiani siamo un popolo di poeti, artisti, eroi e scienziati, ma abbiamo un difetto atavico: amiamo così tanto le istituzioni pubbliche che non solo le conserviamo per decenni, ma financo le incrementiamo complicando la vita dei cittadini e delle imprese. Durante il fascismo i Comuni erano circa 8.000; dopo ottant’anni di vita repubblicana sono ancora 7.496. A decine di migliaia di municipalità si sovrappongono oggi 110 Province (erano 76 nel 1926) e, dal 1970, abbiamo aggiunto 15 Regioni ordinarie, quelle di “serie B” come il Veneto. Quelle “speciali”, invece sono solo 5, ma di “serie A” peraltro istituite vent’anni prima.
Ultime arrivate nell’ampio universo delle “Autonomie Locali” sono le Città Metropolitane – Venezia più altre 14 (5 decise dalla Regioni di Serie A e 9 dal Parlamento). Questi organismi di secondo grado prima erano chiamati semplicemente “province”. L’Italia, si sa, è la culla del diritto e del suo rovescio (come nel gioco del tennis), qui la forma prevale quasi sempre sulla sostanza. Va da sé che le nuove entità, così simili – giusto per sorridere – alle vere Città Metropolitane come Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles o Vienna per dimensione demografica ed economica, hanno fatto la gioia degli uffici stampa, comunicazione e propaganda, nonché dei loro corrispondenti lavoranti nei network radio-televisivi-carta stampata e nei social media. Un’alzata d’ingegno istituzionale incisa in Costituzione, per ricordare ai posteri la qualità e la finezza, l’esprit de finesse, dei governanti d’inizio terzo millennio.
Gli accadimenti fin qui narrati certificano – ad abundantiam, oltre ogni ragionevole dubbio – la inettitudine sistemica del ceto politico italiano che traguarda le governance succedutesi nei secoli XIX e XX: 1861-1946 il regime monarchico, quello fascista e poi dal 1946 ad oggi, quello democratico repubblicano. Infatti, l’operazione Volpi-Mussolini del 1926 fu un’eccezione, un’iniziativa “una tantum” con vincolo di scopo, non fu l’attuazione di una sperimentazione frutto di una progettazione elaborata per modernizzare la Pubblica Amministrazione Locale.
Esaurita la “spinta propulsiva” primigenia, non c’è ragione per un “Comunone”, in un palinsesto istituzionale immutato nella sua frammentazione. Appare ed è molto più razionale ed utile azzerare l’assetto veneziano vigente scorporando due soggetti di pari dignità e autonomia, a tutto beneficio delle comunità da amministrare. Il progetto è qui: Addio Comune Unico, che va oltre asimmetrie anacronistiche ed inefficaci.
Ogni anno solare, in Italia, si vota per qualche rinnovo di Comune, Regione, Parlamento Nazionale od Europeo. A questo catalogo ad uso del “popolo sovrano”, si aggiungerà presto – poiché ritenuto “indispensabile” per il buon governo locale – il ripristino delle Province elettive. Lo start-up è partito dal Friuli-Venezia Giulia (ddl 86), seguito a ruota dal Veneto con un ordine del giorno votato dal Consiglio Regionale il primo di luglio. Il ministro benedicente è R. Calderoli (Lega), sempre lo stesso che nel Governo Berlusconi quater (2008/2011) respinse con altri suoi colleghi la richiesta di 17 materie da assegnare alla Regione Veneto, l’arcinota Autonomia Differenziata oramai ridottasi ad una farsa fantozziana. Il merito qui: Autonomia Regionale Accordo Bidone Calderoli Zaia nel 2025.
Nell’ultimo esecutivo berlusconiano, oltre all’immarcescibile Calderoli c’erano anche Umberto Bossi, Roberto Maroni e Luca Zaia, il top di gamma padano, e l’attuale Presidente del Consiglio dei ministri: Giorgia Meloni (AN).
Singolare che il ripristino delle Province con Presidente e Consiglieri eletti direttamente promosso dalla Lega nel Nord-Est non abbia fatto sorgere il dubbio nelle forze d’opposizione favorevoli sul tema di resuscitare un ente già riformato dalla legge Delrio-Csx n. 56/2014. Al di là della “chiamata” al voto dei cittadini, in sottotraccia c’è l’occasione per distribuire qualche poltrona presidenziale di seconda scelta a chi non avrà più uno scranno in Parlamento post-elezioni 2027. La Lega in pochi anni è tracollata dal 34,4% delle europee 2019 (primo partito italiano) a stime odierne del 5-6% circa. Seguitando l’erosione vannacciana nulla esclude un ritorno al 4% dato conseguito nel 2013 alle elezioni nazionali o financo una % inferiore.
Ugo La Malfa (Partito Repubblicano Italiano) poco dopo l’istituzione delle Regioni nel 1970 sosteneva la soppressione di questi enti di matrice francese. Il Segretario del PRI scrisse in un editoriale per “La Voce Repubblicana”: «diventa sempre più alto il loro costo, mentre le funzioni sono sempre più prive di contenuto». Trascorso oltre mezzo secolo, non solo le “Province” non sono state abolite, ma sono state perfino aumentate e ripartite in quelle di Serie A, le 14 Città Metropolitane (5 designate dalle Regioni Speciali e 9 dal Parlamento), e le residuali di serie B, due tipologie come per le Regioni, le new entry in epoca post-fascista. Non sufficit! Perché negare una gratifica mensile ad un “ceto politico di rango provinciale” di cui i cittadini avvertivano la mancanza?
In aggiunta agli eletti di livello comunale, regionale, nazionale ed europeo, avremo una quinta categoria di salariati dalla politica: gli amministratori provinciali. Quest’ultimo ordine, come ai tempi della prima fase della Repubblica, includerà professionisti dediti al “bene comune, pardon della loro Provincia” o in allenamento e in ascesa ai gradini superiori oppure quelli “di ritorno”, in discesa cioè trombati dai posti europei, nazionali e regionali più remunerativi.
Agli espulsi, ai respinti, è ovvio che il partito, con le tasse pagate dai contribuenti, procacci un dignitoso “stipendio di reinserimento sociale” a valenza quinquennale, eventualmente rinnovabile. L’ingaggio non è a termine come quello di un cassaintegrato, da un precario o da un giovane alla ricerca di un posto di lavoro.
La cecità strategica nel centrosinistra: dai referendum al disprezzo per le regole
Volgendo ora lo sguardo al campo progressista in declinazione veneta, la cecità strategica ha radici ben consolidate, difficili da sradicare. L’incapacità di intercettare il corpo elettorale è stata plasticamente dimostrata dal cortocircuito politico consumatosi nel 2025. Nel maggio di quell’anno, in occasione del referendum nazionale sul Jobs Act e sui diritti civili, un secco 30% del Paese — nella terra dei Dogi quasi un milione di voti — aveva espresso un netto “No” al governo delle destre, manifestando una chiara e diffusa volontà di cambiamento e la ricerca di essere diversamente rappresentati. Qui il risultato: Referendum 2025 così in Veneto.
Eppure, pochi mesi dopo (siamo a novembre 2025), la mediocre conduzione e composizione delle liste per il Consiglio Regionale Veneto non ha saputo né potuto attrarre l’eredità preziosa offerta dal patrimonio di quei consensi spontanei. La dirigenza del PD, Partito Dormiente, si è limitata ad una ricognizione e conseguente “ristrutturazione condominiale” del Campo Largo, ottenendo la somma dei suffragi riscontrati nel 2020. Il minimo sindacale, la routine, il trantran.
Questa pochezza non è figlia del caso, ma una delle conseguenze della gestione interna delle cariche e dei club partitocratici aggregati al carro maggiore. Il congresso regionale piddino che dovrà essere celebrato a seguito delle inevitabili e tardive dimissioni dello sconfitto in laguna – bollato da M. Cacciari sul Corriere della Sera come l’incarnazione dell'”eterno numero 2 o numero 3″ della ditta, buono per tutte le stagioni correntizie- non potrà e non dovrà in alcun modo replicare la deprimente messinscena del 2021/2022. All’epoca, l’approvazione e la pratica di rigide “regole cinesi” per blindare la carica di segretario regionale portarono all’eliminazione preventiva di candidature di pregio come quella di Laura Puppato. Continuare a rinnovare gli organi con i vecchi sistemi, ignorando i segnali reali del territorio e soffocando il dibattito interno, significa condannare l’area progressista veneta a una perpetua e infelice irrilevanza. Per approfondire: Qui 1 e Qui 2.
L’allergia della nomenklatura alle regole scritte da essa medesima, tocca vette di sublime comicità burocratica se si sposta lo sguardo su quello che, teoricamente, dovrebbe essere il pilastro della democrazia interna per selezionare i “migliori candidati PD” da proporre all’elettorato. Già nel 2020, di fronte alla nomina calata dall’alto di Pierpaolo Baretta (poi sonoramente battuto), un iscritto di lungo corso della filiera PCI-PDS-DS-PD come Marco Zanetti sollevò una legittima obiezione formale, appellandosi proprio all’articolo 5 dello Statuto del partito che quelle consultazioni le imporrebbe come via maestra. La risposta dell’apparato è un capolavoro kafkiano: il ricorso alla Commissione Metropolitana di Garanzia del marzo 2020 venne respinto a giugno inascoltato il ricorrente; l’appello alla Commissione Regionale dello stesso mese è evaporato nel nulla senza che l’organo si espresso nei termini. Il successivo ricorso alla Commissione Nazionale del settembre 2020, risulta a tutt’oggi formalmente pendente e privo di qualsiasi riscontro, a dispetto di innumerevoli solleciti formali e informali.
In questa grottesca vicenda sono emblematiche le parole “diritto statutario”, in verità una finzione accademica per anime candide, a cui si è preferito la ben più collaudata via della “cooptazione da caminetto” romano e veneziano. Se errare humanum est, perseverare diabolicum, cinque anni dopo la dirigenza nazionale e regionale del PD ha scelto la pervicacia diabolica: per la sfida di Venezia ha replicato fedelmente lo schema, ha blindato le stanze, ha calpestato lo statuto e ha incassato con il medesimo profilo un flop ancora più fragoroso di quello del 2020.
A questo punto, per pura onestà intellettuale, la domanda è ovvia: perché non abrogare direttamente l’articolo 5 dello Statuto, per niente adoperato in Veneto e in Italia? Eviterebbe ipocrisie, il fastidio di dover ignorare i propri soci e, soprattutto, eviterebbe alle Commissioni di Garanzia questa faticosa e pluriennale messinscena del silenzio.
La realtà alternativa delle destre: i fallimenti su PNRR, Piano Casa e politica estera
Se da una parte dello schieramento l’atteggiamento assunto dai politici è quello di fingere virtù, sentimenti o valori che in realtà sovente non possiedono ma spesso esibiscono per ingannare gli altri e ottenere vantaggi per la propria fazione o per sé, capita lo stesso dall’altra parte. Lì si simulano onestà, moralità, devozione religiosa o buoni sentimenti per guadagnare simpatia, ingannando chi vede e ascolta allo scopo di ottenere benefit personali, aziendali o di partito. In entrambe le tipologie di Homo politicus chiamato anche “politicante” , non si tratta solo di mancanza di sincerità, ma di una discrepanza strutturale tra ciò che una personalità pubblica dichiara e ciò che realmente pratica o testimonia con la sua condotta, anche in ambito professionale e privato.
Uno degli epigoni di più alto livello è stato Silvio Berlusconi, che ha inaugurato l’era della televisione commerciale come anestetico di massa; Matteo Salvini l’ha esasperata con la “bestia” social dei tweet compulsivi. Giorgia Meloni rappresenta l’evoluzione finale della mistificazione politica italiana. Sulla mistificazione della realtà (ieri S. Berlusconi, oggi M. Salvini e G. Meloni) qui Prima Parte SB e la Seconda Parte MS e GM.
La specificità della Premier non risiede nella semplice menzogna, ma nella costruzione sistematica di una realtà informativa alternativa e capovolta, venduta con fiera e inscalfibile autorevolezza. Il profilo della Premier si articola su direttrici precise: la vittimizzazione perenne del potere (l’underdog insidiato da presunti complotti), lo sdoppiamento del linguaggio tra il rigore europeo e il populismo domestico, e la totale subordinazione della sostanza all’atto formale. Per il metodo Meloni, l’annuncio di un decreto equivale alla risoluzione del problema; la propaganda si esaurisce nel lancio della notizia, poco contando gli effetti concreti sul Paese.
Questo modello comunicativo trova la sua smentita più clamorosa nei dati economico-contabili emersi a fine maggio 2026. La narrazione trionfale di Palazzo Chigi, che per mesi ha celebrato l’Italia come “prima della classe”, è andata a schiantarsi contro i rapporti ufficiali della Corte dei conti.
La Magistratura contabile squarcia il velo dell’ottimismo procedurale sul PNRR: dalla Relazione semestrale emerge che l’avanzamento dichiarato non coincide con l’avanzamento reale dei cantieri. Il monitoraggio su ReGiS mostra che il 58% delle risorse destinate alle opere materiali degli enti locali è ancora fermo nelle fasi iniziali o puramente cartacee. Su oltre 62 miliardi di euro, i progetti effettivamente conclusi e liquidati ammontano a solo 3,7 miliardi: una quota minima, che rivela la distanza tra gli obiettivi europei formalmente conseguiti e la realtà fisica delle opere. La Corte segnala inoltre che circa 24,2 miliardi di spesa saranno traslati oltre il 2026, confermando che una parte significativa del Piano non riuscirà a rispettare la scadenza originaria. Parallelamente, si registra una frammentazione crescente delle risorse in micro-interventi diffusi, soprattutto nei piccoli Comuni, con il rischio di indebolire la capacità strategica e industriale del PNRR (Corte dei conti al 28 maggio 2026: Dettaglio documenti).
Se la finanza è creativa, la politica interna scivola direttamente nella contabilità ridicola. Si prenda come seconda vicenda il roboante annuncio del nuovo “Piano Nazionale per la Casa”, che promette la costruzione di 100.000 alloggi sociali nell’arco di dieci anni. A prima vista, una cifra tonda da prima pagina. Ma se si abbandona la propaganda e si impugna la calcolatrice, la mistificazione evapora: 100.000 alloggi in dieci anni significano 10.000 alloggi all’anno; ripartiti sulla mappa dei circa 7.500 Comuni italiani, il calcolo restituisce un alloggio e un quarto a disposizione di ciascun Sindaco ogni dodici mesi. Un condominio fantasma, a fronte di una realtà materiale – certificata dalle grandi Amministrazioni Comunali e dal Sunia- che per arginare l’emergenza sfratti richiederebbe subito almeno 60.000 alloggi reali. Di fronte a questo divario imbarazzante, per dirla con il linguaggio schietto e pop della Garbatella, sorge spontanea una domanda: “Signora Meloni, ma con un alloggio e un quarto all’anno per Comune, alla fine che famo?”
La medesima finzione si consuma sul terreno della geopolitica. Per anni la Premier ha sbandierato il mito del solido asse sovranista globale, ma la realtà odierna, affidata alle cronache del Corriere della Sera, restituisce uno scenario grottesco. Donald Trump ha liquidato la Premier italiana, arrivando a invocare via social un “ordine restrittivo” contro di lei, accusandola di averlo “inseguito e implorato” per una foto e bollandola come “inadeguata e senza coraggio” sui dossier strategici. È una nemesi perfetta: Giorgia Meloni si ritrova trasformata nella vittima politica del suo stesso idolo ideale, scelto perché – secondo la retorica destrorsa- “è lì che batte il cuore”. Il cinismo dell’isolazionismo americano riduce così la postura internazionale della Premier a una sgradita insistenza da fan non corrisposta, svelando come la narrazione del primato italiano all’estero fosse solo una gigantesca finzione ad uso del mercato interno.
Dal Premierato alla “Legge Acerbo”: la manovra per blindare il Quirinale nel 2029
La spinta finale di questo disegno, volta a mascherare i fallimenti reali con l’accentramento dei poteri, si esprime nel ddl sul Premierato e nella parallela riforma elettorale, respinti con forza dall’appello di 126 costituzionalisti che denunciano lo svuotamento del Parlamento (Ragioni di Diritto Costituzionale). Questa manipolazione delle regole del voto si inserisce in una rischiosa tradizione italiana, ma il progetto meloniano supera in spregiudicatezza i suoi predecessori.
Ottant’anni fa, la legge n. 148 del 1953 -battezzata “Legge Truffa” da comunisti e socialisti- conteneva un rigido paracadute democratico voluto da Alcide De Gasperi. Da autentico democratico, egli pretendeva che la stabilità poggiasse sul consenso reale: il premio di maggioranza (65% dei seggi) scattava solo superando il 50% più uno dei voti validi espressi. Nel giugno 1953 i voti validi espressi furono circa 27.090.000; la coalizione di centro totalizzò 13.488.000 voti (pari al 49,85%). Per raggiungere la quota del 50% più uno mancavano 40.500 voti (lo 0,15%), che salivano a 57.000 considerando le schede contestate (lo 0,21% dei votanti totali). De Gasperi non raggiunse la soglia, accettò il verdetto delle urne senza forzature e il premio non scattò.
Certo, a guardarla oggi con il senno di poi e fuori dalle passioni ideologiche del tempo, quella legge forse non era così truffaldina come gridavano le piazze. Il PCI, d’altronde, avrebbe dovuto attendere il crollo del muro di Berlino per superare quel “Fattore K” – magistralmente descritto dal giornalista Giorgio Bocca e dal politologo Alberto Ronchey – che per oltre quarant’anni ne aveva decretato l’esclusione dal governo, paralizzando il sistema politico italiano. I fatti successivi hanno dimostrato il costo di quella contrapposizione: il ritorno al proporzionale puro ha condannato la Prima Repubblica a un’instabilità cronica, polverizzata in ben 47 governi in meno di cinquant’anni, con una durata media che faticava persino a superare i dodici mesi per singolo esecutivo (la permanenza media dei Governi della Repubblica è stata di appena 555 giorni) e continue legislature sciolte anticipatamente.
La Democrazia Cristiana, partito interclassista e architrave del sistema, era “obbligata a governare” per volontà popolare sempre riconfermata, ma anche a seguito della spartizione dell’Europa occidentale concordata a Yalta l’11 febbraio 1945 tra le potenze vincitrici del nazifascismo (USA, URSS e Regno Unito). In questo quadro geopolitico si innestò, il 2 giugno 1946, la nascita della Repubblica italiana. Ciononostante, gli esecutivi a guida democristiana erano continuamente soggetti a crisi in relazione ai mutati equilibri interni al partito di maggioranza relativa. Né tale difetto di gestione migliorò con l’allargamento alle forze laiche e socialiste (PSDI, PSI, PRI e PLI). Dopo l’infausto appoggio esterno dato nel 1960 al Governo Tambroni da parte del MSI -partito fondato nel 1946 con il contributo determinante di Giorgio Almirante, già convinto fascista aderente alla Repubblica di Salò e redattore del quindicinale “La difesa della razza” – la spinta della piazza costrinse la DC ad aprire la strada al primo Centro-Sinistra (1963), sfociato poi nel lungo ciclo del Pentapartito fino alla fine della prima fase repubblicana (1994).
Oggi, il ddl Meloni rappresenta il peggiore dei rimedi: abbiamo dovuto attendere l’arrivo di un governo di legislatura “post-missino” per veder rispolverare meccanismi autoritari vecchi di un secolo. Il testo ribalta la lezione degasperiana e uccide la rappresentanza: prevede che alla coalizione capace di intercettare appena il 40% o 42% dei votanti venga assegnato d’ufficio un premio blindato in cifra fissa di 70 deputati e 35 senatori. Un regalo contabile che trasforma una minoranza del 42% in una maggioranza assoluta vicina al 60% degli scranni. Questo automatismo scivola verso lo spirito della famigerata “Legge Acerbo” del 1923, con cui Benito Mussolini stabilì che la lista con il 25% dei voti avrebbe ottenuto d’ufficio i due terzi dei seggi. Drogando le Camere con un blocco fisso di 105 eletti sottratti al calcolo proporzionale, il progetto attuale consegna il controllo assoluto delle istituzioni al capo del Governo partendo da una base di minoranza. Cento anni dopo, si usa nuovamente la penna della tecnica procedurale per scardinare, dall’interno, la Repubblica Parlamentare.
Nella mistificazione permanente che caratterizza l’attuale ciclo politico, il Quirinale del 2029 è diventato il convitato di pietra. Da mesi, nel sottobosco romano, circola una voce che non è più solo voce: Giorgia Meloni punta al Colle. Non lo dice, ma lo lascia dire; non lo rivendica, ma lo fa intuire; non lo annuncia, ma lo prepara. Il disegno è semplice: premierato + legge elettorale maggioritaria + controllo della comunicazione = corsia preferenziale verso il Quirinale.
È la stessa Corte dei conti, indirettamente, a mostrare il paradosso: mentre il Paese reale arranca tra PNRR fermo nei cantieri, opere pubbliche in ritardo e un Piano Casa che promette un alloggio e un quarto per Comune, la Premier concentra la sua energia politica su un obiettivo che nulla ha a che fare con la vita quotidiana degli italiani: la conquista del ruolo più alto e più simbolico della Repubblica. Il Quirinale non è un premio di maggioranza. Non è un trofeo di partito. Non è un risarcimento per i fallimenti della politica interna.
Eppure, nel metodo Meloni, tutto diventa funzionale a quell’approdo: la narrazione dell’“underdog”, la vittimizzazione permanente, la costruzione di una realtà alternativa, la propaganda come sostituto dell’azione di governo, la chirurgia contabile sul PNRR, la finzione del Piano Casa, la postura internazionale oscillante tra atlantismo e populismo domestico. Il Quirinale è il punto di fuga di questa strategia. E il Paese, nel frattempo, resta fermo -anzi, penalizza sempre di più “chi non ce la fa”: quattro milioni che rinunciano a curarsi ed altri sei milioni che vivono stentatamente su una popolazione di circa sessanta milioni di italiani.
La via d’uscita per il 2027: Sanità, Giustizia Fiscale e una leadership legittimata
Se il Palazzo del potere -Chigi e dintorni, oggi occupati dalle destre- non soddisfa più le esigenze di “minimo vitale” dei cittadini in termini di salute, scuola, sicurezza, trasporti, casa e lavoro, chi intende ripristinare condizioni minime di vivibilità per le famiglie ha il dovere di tracciare un approdo sicuro per la legislatura 2027-2032. La denuncia della mistificazione meloniana è necessaria, ma non basta: serve un progetto alternativo di radicalità e visione, con frutti tangibili e verificabili.
Da dove si parte? Dal dato di realtà. Le elezioni del settembre 2022 hanno certificato che il primo partito italiano è stato quello del non-voto: quasi il 3(% degli elettori non ha scelto una preferenza valida. Un sincero democratico deve chiedersi perché l’area progressista abbia perso capacità di attrazione. Oggi Giorgia Meloni governa non per una travolgente egemonia sociale, ma per un tragico errore di valutazione delle opposizioni, presentatesi divise alle urne nonostante un milione di voti totali in più rispetto al centrodestra. Il risultato è un esecutivo guidato da Fratelli d’Italia, votato da appena un italiano su sei, con la più ristretta base elettorale della storia repubblicana.
Al netto delle tempeste internazionali, la Premier ha goduto di una massa di risorse senza precedenti – il PNRR, paragonabile -secondo alcuni- a cinque volte il Piano Marshall (1947)- usata principalmente per un galleggiamento contabile. Ma la “longevità” del governo non ha intaccato di un solo centesimo il macigno del debito pubblico. I dati ufficiali sono spietati:
Il debito sovrano è schizzato dai 2.757 miliardi di fine 2022 al record storico di oltre 3.150 mld di € nel 2026 (corriere della Sera). Il costo annuale dei soli interessi da 78 miliardi è ora a quasi 100 miliardi di euro all’anno, bruciando una manovra finanziaria intera ogni dodici mesi. Tutto questo è avvenuto nonostante un aumento costante e nominale delle entrate fiscali (passate dai 490 miliardi del 2018 a oltre 560 miliardi) e a fronte di una crescita del PIL anemica, bloccata allo 0,7% nel 2026 e proiettata a non superare l’1% nel biennio 2027/2028. Di fronte ad un Paese così indebitato e in stagnazione economica di fatto, il centrosinistra non può rispondere con i soliti piccoli ritocchi burocratici da spot “recuperiamo l’evasione”.
Sulla Sanità non basta promettere un incremento globale del Fondo Sanitario al 7%. Occorre un impegno netto e verificabile su basato due pilastri: 1) Azzeramento totale delle liste d’attesa per le prestazioni ambulatoriali e ospedaliere, commissariando – se del caso – le regioni inadempienti, le quali vanno commissariate senza indugio. 2) Adeguamento progressivo degli stipendi di medici e infermieri agli standard di Francia e Germania, ad esempio. Nel contempo va richiesta la presenza esclusiva delle prestazioni lavorative del personale del SSN presso le strutture pubbliche, dando una finestra temporale per l’opzione prescelta. Inoltre, vanno immessi in ruolo, previa selezione sull’idoneità, gli operatori “in affitto” da cooperative e società di servizi o gettonisti a chiamata.
I servizi basici erogati dalla Pubblica Amministrazione che attengono la vita civile e quotidiana dei cittadini, devono essere garantiti e oltre alla strumentazione il fattore umano, le unità di personale “in servizio” è ciò che “serve” . Pertanto, chi si candida deve impegnarsi a realizzare, nei primi anni, un “Piano Nazionale del Lavoro”, in totale circa 200.000 posti di lavoro, così ripartiti per comparti:
Sanità: almeno 158.000 unità complessive, di cui circa 70.000 infermieri (necessari a colmare il divario con la media europea) e oltre 15.000 medici, riducendo drasticamente i vuoti organici nei Pronto Soccorso e nella medicina territoriale. Sicurezza e Controllo del Territorio: circa 25.000 unità tra Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, indispensabili per rimpiazzare il mancato turn-over e ringiovanire gli organici. Giustizia e Carceri: almeno 8.000 agenti di Polizia Penitenziaria per fronteggiare l’emergenza carceraria e circa 12.000 figure tra cancellieri e personale amministrativo nei tribunali, oggi drammaticamente sotto organico del 25-30%.
Cifre, sono da fonti ufficiali e sindacali, da verificare e da ripartine la spesa corrente per anno.
Chi paga? I dati della Banca d’Italia confermano che il 20% più ricco della popolazione possiede oltre il 65% della ricchezza nazionale, mentre il Fisco ci informa che il gettito Irpef pari a 189.9 mld segnala che 38 milioni (Dipendenti + Pensionati) sono il 90% dei contribuenti totali e pagano l’84% delle tasse totali (158,4 miliardi), mentre “4 milioni” (Autonomi e altre categorie) sono il 10% dei contribuenti e pagano il 16% delle tasse totali (31,5 miliardi). Cosa significa? Che la Costituzione (art.53) ciascuno secondo con in termini progressivi secondo la “propria capacità” . Il criterio della “progressività” nei cespiti di reddito del cittadino non vale per il fattore lavoro, è pressoché inesistenti per gli altri: terreni, fabbricati, azioni, obbligazioni, concessioni di beni demaniali.
Cosa significa? Che la Costituzione (art. 53) prevede che ciascuno concorra alle spese pubbliche in termini progressivi secondo la “propria capacità”. Ma oggi il criterio della “progressività” nei cespiti di reddito del cittadino vale solo per il fattore lavoro e pensioni, mentre è pressoché inesistente per gli altri: terreni, fabbricati, azioni, obbligazioni, concessioni di beni demaniali.
Per comprendere la portata di questa asimmetria, basta guardare a come viene trattata la ricchezza immobiliare in Italia, ferma a parametri catastali palesemente superati. Prendiamo l’archetipo della mistificazione fiscale, inaugurato nel 2008 da S. Berlusconi con la “genialata” populista dell’abolizione lineare dell’imposta sulla prima casa. Quella mossa azzerò l’equità sociale: oggi, una famiglia che abita in un modesto appartamento di 80 metri quadrati a Bl è totalmente esentasse sulla casa, alla pari di chi risiede in un attico di lusso da 400 metri quadrati nel centro storico di una grande città o di Venezia.
A confermare il paradosso di un sistema che tutela le grandi proprietà a discapito dei contribuenti ordinari ci ha pensato una recente e clamorosa inchiesta del quotidiano “Domani”. Il giornale ha rivelato che la nuova magione romana di Giorgia Meloni — una dimora ampliata dopo i lavori fino a 18 stanze, oltre 430 metri quadrati e dotata di piscina — è rimasta inquadrata al catasto nella categoria A/7, ovvero come semplice “villino”, anziché essere riclassificata in A/8 come villa di lusso. Secondo i calcoli degli esperti e dei tecnici riportati nell’inchiesta, questo mancato aggiornamento di classificazione, unito alle tutele sulla prima casa, si traduce in una sottrazione al Fisco quantificabile in circa 70mila euro di tasse risparmiate. Se persino la Presidente del Consiglio beneficia delle maglie larghe di un catasto immobile, come si può pretendere di finanziare i servizi essenziali dello Stato?
Ma i privilegi non si fermano alla prima casa. Se un cittadino possiede, oltre alla propria abitazione, altri 4 o 5 appartamenti e decide di destinarli alla locazione turistica a breve termine, gestendoli magari attraverso una società commerciale di cui è titolare, il sistema fiscale gli stende un tappeto rosso. Sulle rendite da affitto pagherà una cedolare secca fissa al 26% (una flat tax che lo equipara fiscalmente a un impiegato da millecinquecento euro al mese che paga l’IRPEF sui gradini più bassi), mentre sugli utili generati dalla società pagherà appena il 24% di IRES (addirittura il 23% se si considerano determinate finestre e regimi agevolati).
Siamo di fronte a un capovolgimento logico e costituzionale: chi fatica in corsia o in un ufficio viene tassato in modo progressivo fino a quasi la metà di ciò che guadagna, mentre chi accumula patrimoni, rendite immobiliari e profitti societari gode di aliquote fisse, sconti catastali e regimi di favore. Riprendere in mano l’articolo 53 della Costituzione significa sanare questa ingiustizia: la progressività deve tornare a valere per tutti i cespiti, perché solo tassando la grande ricchezza accumulata e le rendite immobiliari speculative si possono trovare le risorse per finanziare un grande “Piano Nazionale del Lavoro” e salvare lo Stato sociale. Ripartire i carichi fiscali sulle spalle dei più ricchi, come suggerisce Bankitalia, è una cosa “buona, giusta ed equa”, per dirla con le parole che i preti usano a messa.
Matteo Renzi farebbe bene a tornare temporaneamente negli USA — Paese a lui ben noto — per incontrare il neoeletto sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani. Quest’ultimo ha costruito la sua vittoria promettendo di aumentare le tasse sui grandi proprietari immobiliari della città, chiedendo che quella categoria concorra per un terzo delle imposte previste nel bilancio della *City*. Non solo: a giugno Mamdani ha ottenuto dal consiglio un blocco biennale degli affitti che congela i canoni per circa un milione di appartamenti calmierati. Tornato in Italia, se può, Renzi tragga qualche utile spunto per tassare di più i ricchi di casa nostra.
Dall’altra parte del campo, il centrodestra – pur tra lacerazioni e sgoverno- si conferma una macchina elettorale spietatamente competitiva. Giorgia Meloni non esiterà a ricorrere alla “desistenza nei collegi” o a patti tattici d’area con soggetti ad alto impatto mediatico come il Generale Roberto Vannacci pur di blindare la maggioranza. I numeri di luglio 2026 parlano chiaro: con Vannacci incluso, il centrodestra è solido al 46,3%. Il centrosinistra risponde con un 40,3%, cui si aggiunge un potenziale 9,4% espresso dall’aggregato centrista, civico e liberal-laborista. Sulla carta, l’alternativa esisterebbe, ma nei fatti manca ancora di un programma condiviso e di un leader forte, persino a pochi mesi da una tonificante vittoria referendaria sulla giustizia.
C’è poi un’annotazione storica dovuta. Nel 2013 la coalizione centrista guidata da Mario Monti raccolse complessivamente il 10% alla Camera, una cifra nata dall’unione di Scelta Civica all’8,3% e dell’UdC all’1,8%, tolto il prefisso telefonico dello 0,47% di Futuro e Libertà. Se quella somma algebrica rappresenta la cifra massima raggiungibile aggregando tutte le anime del centro moderato, è anche la soglia obbligata e necessaria per sperare di vincere la partita nazionale oggi. Eppure, tutto si muove al rallentatore. Giuseppe Conte ha dichiarato a *In Onda* su La7 che il programma sarà pronto a fine settembre: tardi, decisamente troppo tardi. E del nome del leader o della data delle primarie non vi è traccia.
Il tempo stringe anche perché la prossima legge di bilancio sarà “piatta e asciutta”, vincolata dalla procedura di infrazione europea ma con uno sfondamento autorizzato del deficit fino al 3,4%. Quel poco che ci sarà, il governo lo elargirà alle solite categorie di riferimento elettorale. Palazzo Chigi non ha alcun interesse a farsi logorare per un intero anno arrivando alla scadenza naturale della legislatura in autunno: la finestra elettorale presumibilmente si aprirà prima, tra metà aprile e giugno, come ha già acutamente pronosticato una firma ben informata come Mario Sechi. Il rischio concreto è che mentre la destra organizza il voto, il “Campo Largo” — possibile “Campo Santo” — stia ancora discutendo sui dettagli delle primarie di coalizione, considerando che il PD non celebra ormai nemmeno quelle interne.
Affrontare la destra senza un programma sociale coraggioso, senza risposte immediate su casa e sanità finanziate dalla ricchezza reale, e senza un candidato premier legittimato, significa consegnare al governo post-missino la strada spianata. Non solo per restare a Palazzo Chigi, ma per andarsi a prendere, nel 2029, la Presidenza della Repubblica.
10 luglio 2026 enzo de biasi
Fonti:
Venezia, CSX, Autonomie Locali, 1 aprile 2024 , 2 febbraio 2026 , 1giugno 2026 , Addio Comune Unico , Autonomia Regionale Accordo Bidone Calderoli Zaia nel 2025, Referendum 2025 così in Veneto , Qui1 , Qui2 ,
PNRR a maggio 2026 Dettaglio documenti, legge elettorale Ragioni di Diritto Costituzionale ,
Masticazione, Prima Parte SB, Seconda Parte MS e GM , Mussolini PNRR Casa nel Bosco



