Il territorio bellunese è destinato a ricevere un afflusso di liquidità superiore rispetto al recente passato, sebbene la natura di queste entrate sia oggetto di un acceso dibattito tecnico e politico che metti in luce le complessità (e le criticità) del sistema dei sovracanoni e della monetizzazione.
Ecco una sintesi di ciò che emerge riguardo alla disponibilità di risorse per Belluno:
1. Cosa entra effettivamente nelle casse bellunesi?
Il totale di 99 milioni di euro è composto da due flussi distinti che seguono canali di distribuzione differenti:
Quota di competenza diretta (44 milioni): Questa parte deriva dalla “rideterminazione dei canoni idrici” (quota fissa e variabile). È la cifra che, secondo quanto dichiarato dagli amministratori regionali, risulta nella disponibilità diretta della Provincia di Belluno. Questo rappresenta un introito “nuovo” o incrementale rispetto alla gestione precedente, poiché è legato all’aggiornamento dei canoni.
Quota di monetizzazione (55 milioni): Questa è la somma derivante dall’energia che per legge dovrebbe essere fornita gratuitamente al territorio. Questi fondi finiscono formalmente nelle casse della Regione Veneto. Il comunicato della Regione e la stampa indicano che, in virtù della legge regionale 25/2014 (che riconosce la specificità bellunese), la Regione intende girare quattro quinti di questa quota alla Provincia di Belluno.
E dunque, se il meccanismo verrà applicato come dichiarato, il Bellunese dovrebbe beneficiare della gran parte dei 99 milioni (i 44 milioni diretti + circa 44 dei 55 milioni di monetizzazione).
Ma nonostante gli annunci, la questione rimane controversa.
Molti dei meccanismi citati (monetizzazione, 220 kWh/kW) non sono innovazioni dell’attuale Giunta, ma strumenti normativi esistenti da decenni (Decreto Bersani 1999, Legge 959/1953). Il fatto che vengano presentati come un “risultato storico” dell’attuale amministrazione regionale è oggetto di contestazione da parte di chi sottolinea come tali risorse fossero teoricamente già dovute e spesso rimaste inespresse.
Il punto più delicato riguarda l’utilizzo di questi fondi. Mentre la legge storica (1953) prevedeva che i sovracanoni non potessero sostituire spese statali o regionali ordinarie, l’assessore Bond ha dichiarato che le risorse serviranno a sostenere “il sistema sociosanitario, i trasporti, le scuole”. C’è quindi il rischio — già paventato in passato — che il denaro serva a “coprire buchi” o spese correnti di competenza regionale, anziché finanziare investimenti aggiuntivi per la montagna, come originariamente concepito per i sovracanoni.
L’annuncio di una “cabina di regia congiunta” suggerisce che la distribuzione finale non sia un automatismo matematico, ma il risultato di una trattativa politica tra Provincia di Belluno e Regione.
Belluno avrà più soldi?
Sì, in termini assoluti. L’intesa con Enel sblocca risorse che nel quinquennio precedente non erano state riscosse o distribuite con questa modalità.
Tuttavia, la reale portata del beneficio per il cittadino bellunese dipenderà da due variabili non ancora certe:
1)L’entità effettiva del “giro” di fondi: Quanto dei 55 milioni di monetizzazione arriverà davvero alle casse provinciali, al netto dei passaggi burocratici regionali?
2) Saranno investiti in infrastrutture e servizi per la montagna (come previsto dallo spirito del sovracanone) o saranno assorbiti dalla gestione ordinaria (es. sanità regionale), rendendoli “invisibili” sul territorio?
La continuità normativa dimostra che non siamo di fronte a una rivoluzione finanziaria, ma a un’applicazione (o una riscossione forzata) di norme preesistenti. Il fatto che siano stati definiti “arretrati” conferma che, per anni, il territorio bellunese ha percepito meno di quanto la legge avrebbe permesso.



