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Il Piave soffocato dal fango: quando la manutenzione si trasforma in disastro ambientale

Di fronte all’ennesimo sversamento di sedimenti dalle dighe, la comunità bellunese alza la voce sui social. Tra inquinamento, fauna ittica decimata e fondi pubblici letteralmente spazzati via, è tempo di guardare ai modelli europei per fermare la gestione “emergenziale”.

Belluno, 02/07/2026 – Il copione, purtroppo, è ormai noto e si ripete con una ciclicità frustrante: le dighe a monte aprono le paratoie, il Piave si trasforma in un fiume di fango e, a valle, nel Bellunese, la fauna ittica, inclusa la pregiata trota marmorata, specie protetta a livello europeo, muore soffocata mentre il substrato biologico del corso d’acqua viene sistematicamente polverizzato. Chi gestisce gli impianti chiama queste operazioni manutenzione, un termine che suona decisamente più rassicurante di disastro ambientale. Tuttavia, il Codice Penale non si presta agli eufemismi. Quando la moria di pesci è misurabile e la compromissione dell’ecosistema è significativa, ci si scontra con l’articolo 452 bis del Codice Penale, ovvero inquinamento ambientale, con l’aggravante del disastro qualora il danno risulti irreversibile. Qui non parliamo di opinioni, ma di norme chiare. Il Piave non è uno scarico industriale, è un ecosistema vitale che sostiene il turismo, la biodiversità, la pesca e, soprattutto, la qualità della vita di un intero territorio.

Il danno non è solo ecologico, ma anche paradossalmente economico. Ogni anno, ENEL versa circa diverse centinaia di migliaia di euro ai bacini di pesca locali, fondi utilizzati per l’immissione di avanotti destinati al ripopolamento. Il risultato è che l’anno successivo i nuovi sversamenti cancellano quanto fatto, vanificando ogni sforzo. Si stima che, dal disastro di Vaia a oggi, siano stati buttati nel fiume circa un milione di euro. Soldi pubblici e privati letteralmente in balia della corrente, spazzati via dalla gestione torbida degli invasi.

Mentre in Italia si resta ancorati a una gestione emergenziale, il resto dell’arco alpino europeo ha adottato soluzioni tecniche che garantiscono la tutela dei fiumi senza bloccare la produzione energetica. La Svizzera rappresenta il punto di riferimento più avanzato, poiché dighe come quelle di Solis o Runcahez utilizzano gallerie di bypass dei sedimenti, che deviano il materiale solido attorno all’invaso, permettendo un trasporto naturale e costante ed evitando le ondate di fango tossico. In Francia, le operazioni di “chasse” sono strettamente regolate da autorizzazioni che impongono monitoraggi in tempo reale e l’obbligo di interruzione se i livelli di torbidità o di ossigeno disciolto mettono a rischio la fauna. L’Austria, dal canto suo, predilige lo spurgo continuo, distribuendo la rimozione dei sedimenti in piccole dosi temporizzate per evitare shock acuti all’ecosistema. Questi modelli seguono le linee guida della Commissione Europea, che esorta a trattare i sedimenti non come un problema di scarto della singola diga, ma come una componente essenziale della pianificazione integrata di tutto il bacino idrografico.

Non si tratta di ambientalismo di facciata, ma di pretendere che le regole del gioco siano uguali per tutti, inclusi i grandi gestori energetici. È necessario e urgente pretendere controlli ARPAV indipendenti e imparziali, e trasparenza con la pubblicazione in tempo reale dei dati su torbidità, biomassa coinvolta. Inoltre sarebbe auspicabile la pubblicazione del programma dei rilasci, anche per ragioni legate alla sicurezza dei fruitori del fiume.
D’obbligo, infine, stabilire una piena responsabilità affinché chi gestisce gli impianti risponda concretamente delle conseguenze delle proprie operazioni. Il Piave non può più essere considerato una discarica a cielo aperto. Il territorio bellunese ha il diritto di chiedere una gestione tecnica moderna, rispettosa dell’ambiente e, soprattutto, capace di preservare il patrimonio naturale che appartiene a tutti, non solo a chi accende e spegne le turbine.

Luca De Moliner