Sui voli americani decollati dalle basi in Italia contro la Repubblica Islamica dell’Iran il Governo Meloni non può cavarsela con una distinzione puramente amministrativa tra attività “cinetiche” e attività “tecnico-logistiche”. La questione non è stabilire se da Aviano, Sigonella o da altre installazioni siano partiti velivoli incaricati direttamente di colpire obiettivi iraniani.
La questione è se il territorio italiano sia stato messo a disposizione, anche solo in funzione di supporto, di una operazione militare statunitense contro l’Iran. Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha parlato di 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere “Epic Fury”, mentre il Ministero della Difesa ha replicato che l’Italia avrebbe autorizzato soltanto attività tecniche e logistiche, non cinetiche. Proprio questa replica, tuttavia, non chiude il problema, semmai lo apre. Ora, un volo logistico non è automaticamente un atto di guerra in senso stretto e, proprio per questo, occorre evitare formule troppo sbrigative. Resta, però, difficile sostenere che esso sia politicamente neutro quando viene inserito in una catena operativa finalizzata a rendere possibile una missione militare.
Nella guerra contemporanea, infatti, la logistica non è una cornice esterna all’uso della forza. È la condizione materiale dell’uso della forza. Parlare di “routine”, allora, può forse descrivere la procedura interna di autorizzazione o di transito, ma non basta a cancellare la finalità concreta dei voli, né a sottrarre il Governo della Repubblica al dovere di spiegare con precisione che cosa sia stato autorizzato, per quali destinazioni, con quali limiti e con quale collegamento operativo rispetto alla missione americana. Il riferimento agli accordi sulle basi, spesso evocato come se fosse una clausola di assoluzione preventiva, rende la vicenda ancora più delicata. La disciplina della presenza statunitense in Italia si colloca nel quadro del NATO SOFA del 1951, ratificato dall’Italia con la legge ordinaria dello Stato 30 novembre 1955, n. 1335, dell’Air Technical Agreement del 30 giugno 1954 e soprattutto del Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, il cosiddetto BIA o “Accordo Ombrello”, poi attuato anche attraverso lo Shell Agreement del 1995. Sul punto, va precisato che l’Air Technical Agreement definisce i limiti delle attività operative, addestrative, logistiche e di supporto dei velivoli americani sul territorio italiano, mentre il BIA regola l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze USA. Essa segnala anche l’elevata classifica di segretezza di tali accordi. Proprio qui sta il nodo politico-costituzionale.
Un accordo sulle basi non può trasformarsi in una zona d’ombra nella quale il Governo amministra decisioni di rilievo bellico senza una piena assunzione di responsabilità davanti al Parlamento. La sovranità italiana non scompare perché una base è concessa in uso agli Stati Uniti. Anche quando non si versi tecnicamente in uno “stato di guerra”, il principio resta chiaro: l’uso del territorio nazionale a sostegno di operazioni militari straniere non può essere derubricato a fatto gestionale. Per questo la linea del Governo Meloni appare, quantomeno, reticente. Non è sufficiente dire che non sono state autorizzate missioni di combattimento, dal momento che bisogna chiarire se siano stati autorizzati voli di supporto a una missione di combattimento. La differenza non è sottile. È decisiva. Nel primo caso l’Esecutivo può sostenere di aver negato l’uso diretto del territorio italiano per attacchi armati. Nel secondo caso, invece, deve ammettere che l’Italia ha consentito una cooperazione materiale, sia pure indiretta, a una operazione militare altrui.
Chiamarla “logistica” non la rende irrilevante. La rende soltanto meno visibile. La possibile menzogna politica, dunque, non sta necessariamente nella singola formula tecnica usata dal Ministro della Difesa pro tempore, quanto nella rappresentazione complessiva offerta al Paese. Se agli italiani è stato detto che l’Italia non c’entrava, mentre dalle basi situate sul territorio nazionale partivano voli americani funzionali al sostegno dell’operazione contro l’Iran, allora il Governo ha detto meno del vero su un punto essenziale. E quando la verità viene ridotta a classificazione burocratica dei voli, la Costituzione viene trattata come un fastidio da aggirare. Cara Meloni, ricordi che la guerra non passa solo dal bombardamento. Passa anche dalle piste, dai rifornimenti, dalle autorizzazioni e dai silenzi.
Daniele Trabucco



