È bastato un accostamento numerico, una semplice suggestione storica, per far scendere il gelo. Ieri, sul gruppo Facebook “Belluno, attualità e politica”, ho lanciato una provocazione: Kennedy nel 1960 venne eletto a 43 anni alla presidenza degli Usa, Putin nel 2000 arrivò alla guida della Russia a 47 anni. Poi, la domanda fatidica, quasi un esercizio retorico: quanti anni dovrebbe avere il prossimo candidato sindaco di Belluno?
La risposta, o meglio, l’assenza di essa, è stata più eloquente di mille dibattiti. Mentre un post di successo nel gruppo viaggia agilmente tra le 2.000 e le 5.000 visualizzazioni nei primi due giorni e in alcuni casi sfonda il muro delle 10mila visualizzazioni, questo sondaggio si è arenato a meno di 500 con qualche timido commento.
Cosa significa questo silenzio? La lettura è duplice e, per molti versi, amara. La prima interpretazione è che quel range di età – 43-47 anni – abbia agito come uno specchio deformante. Chi oggi abita il dibattito politico locale, chi si sente già “in lista” o “in gioco” per le prossime amministrative, si è visto improvvisamente tagliare fuori. O, quantomeno, si è sentito guardare da un’altezza anagrafica che non gli appartiene più.
Accettare che i leader mondiali di ieri e di oggi abbiano raggiunto il potere in quella fascia d’età significa, per la classe dirigente, ammettere che il tempo del ricambio generazionale non è solo una frase fatta da usare nei comizi, ma una realtà che bussa alla porta. E quando la realtà diventa scomoda, la reazione più comune è ignorarla.
C’è poi un dato strutturale che non possiamo più ignorare: l’invecchiamento della popolazione non è solo un grafico dell’ISTAT, è un clima che si respira. La politica bellunese rischia di diventare una conversazione privata tra coetanei, un club esclusivo dove le lancette dell’orologio si sono fermate da tempo.
A questo si aggiunge la dinamica dei social media. Facebook, piazza virtuale dove ancora si gioca gran parte della partita politica locale, è un terreno che i giovani hanno abbandonato da anni, migrando verso lidi più dinamici. E quei pochi che sono rimasti, o che osservano, guardano alla politica con un distacco che rasenta l’indifferenza. Non è che i giovani non siano interessati al futuro; è che non riconoscono il loro futuro in un dibattito che parla una lingua anagrafica e concettuale distante anni luce.
Se il sondaggio è stato un flop, il messaggio politico è invece un successo clamoroso: a Belluno, ma non solo qui, il tema dell’età è un nervo scoperto.
Continuare a gestire la cosa pubblica ignorando la necessità di energie nuove, di visioni che non siano quelle cristallizzate negli ultimi decenni, è un lusso che una città in declino non può permettersi. Dobbiamo chiederci se la politica locale voglia continuare a essere un rito di conservazione o se sia in grado di aprirsi a una classe dirigente che abbia ancora l’età – e dunque la spinta – per osare.
La domanda resta sospesa. E finché non avremo il coraggio di rispondere, il silenzio dei social continuerà a essere il rumore di fondo della nostra stagnazione.
Cosa ne pensi: è realmente l’età anagrafica il principale ostacolo al rinnovamento della classe politica, o è piuttosto una questione di mentalità e di mancanza di coraggio nel delegare il potere alle nuove generazioni… o di classe politica che non vuole andare in pensione per timore della morte sociale. Anche perché adesso, fare politica è diventata una professione ben retribuita.
(rdn)



