Un fronte comune di associazioni ambientaliste accusa il Governo e la Regione Veneto di voler forzare l’inclusione dell’oca selvatica tra le specie cacciabili, nonostante i dubbi scientifici e la pressione dell’Unione Europea
Si accende nuovamente lo scontro sul mondo venatorio in Italia. A finire nel mirino di un cartello composto dalle principali sigle animaliste ed ecologiste (ENPA, Lega Abolizione Caccia, LIPU, LNDC, LAV e WWF) è il presunto tentativo, definito “ingordo” e “sottotraccia”, di estendere la lista delle specie cacciabili includendo l’oca selvatica (*Anser anser*).
Secondo le associazioni, nonostante il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida abbia più volte smentito le voci su una volontà governativa di aumentare il numero di specie selvatiche nel mirino dei cacciatori, i fatti racconterebbero una storia diversa. Dopo i recenti dibattiti sullo stambecco e la gestione dei lupi, l’attenzione si è ora spostata sull’oca selvatica.
La miccia è stata accesa da una richiesta formale inviata lo scorso 9 aprile dall’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto, Dario Bond (FdI), indirizzata alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti. Una richiesta esplicitamente ispirata dalle istanze del mondo venatorio veneto, che mira a ottenere il via libera all’abbattimento della specie. Ciò che ha allarmato il fronte ambientalista è la rapidità con cui il tema è stato inserito all’ordine del giorno della prossima riunione del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, prevista per il 9 giugno.
Il cuore della disputa risiede nei numeri. Mentre l’assessore Bond sostiene la presenza di “decine di migliaia” di oche selvatiche in Veneto, le stime scientifiche dipingono un quadro ben più cauto. Secondo i dati più recenti, la popolazione riproduttrice in Italia oscillerebbe tra le 360 e le 460 coppie, con un tetto massimo di 28.000 esemplari svernanti.
“Una pressione venatoria impatterebbe pesantemente su individui provenienti dal centro e nord Europa, dove la specie non è cacciabile”, denunciano le associazioni, avvertendo che il disturbo causato dalle attività venatorie si rifletterebbe negativamente anche su altre specie protette, come le gru, che condividono gli stessi habitat di svernamento.
La questione non è solo nazionale. Le associazioni ricordano come l’Italia sia già sotto la lente della Commissione Europea, che nel 2023 ha avviato la procedura EU Pilot (2023)10542. Al centro dell’indagine c’è il presunto mancato rispetto delle normative comunitarie per l’abbattimento di ben 21 specie di uccelli, molte delle quali in stato di conservazione precario e prive di adeguati piani di gestione.
Nel documento diffuso, le sigle firmatarie riservano parole dure per il Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, accusandolo di una “vergognosa e totale assenza” nel suo ruolo di garante della biodiversità. Al contrario, l’accusa rivolta all’Esecutivo è di assecondare le pretese del “mondo venatorio più estremista”, in contrasto con quella che viene definita la volontà maggioritaria dei cittadini e con il principio di tutela dell’ambiente sancito dall’articolo 9 della Costituzione.
Mentre il mondo politico si prepara all’appuntamento del 9 giugno, la questione solleva interrogativi profondi sulla direzione che l’Italia intende prendere nella gestione del proprio patrimonio naturale, in un momento in cui la tutela delle specie in declino — come allodole, tortore selvatiche e morette — dovrebbe, secondo gli esperti, essere la priorità assoluta.



