Belluno, 04/06/2026 – Dopo il tormentone ancora irrisolto degli alberi di via Feltre, a mettere in fibrillazione il sindaco di Belluno e la sua giunta è il caso dei sei giovani bellunesi che la notte del 22 marzo hanno aggredito un 46enne egiziano in pieno centro.
Un macigno che si è abbattuto sull’assessore alle Politiche sociali Marco Dal Pont, perché uno dei sei giovani aggressori è il figlio. Tutta la stampa locale ha dato conto di siffatta circostanza con particolari e dettagli sull’evolversi del caso.
Posto che la responsabilità penale è personale, e dunque nulla c’entra l’assessore con tale episodio di cronaca, che comunque ha fatto e fa scalpore per le modalità immortalate dai video diffusi, è inevitabile che se ne parli. Quello di Dal Pont, infatti, è uno dei nomi che circolano in questi giorni quale possibile candidato sindaco del centrodestra per il dopo De Pellegrin. Un guaio politico, insomma, che potrebbe travolgere la sua candidatura per Palazzo Rosso.
Sull’escalation dell’informazione dobbiamo rilevare l’irritualità delle circostanze. Anche in fatti più gravi di cronaca, i nomi degli indagati raramente arrivano alla stampa, con l’avvertenza, oramai di rito, che fino a sentenza definitiva gli indagati devono ritenersi innocenti. In questo caso, invece, si è saputo subito che uno dei sei era il figlio dell’assessore e la notizia è rimbalzata nei social con richieste di dimissioni e quant’altro.
Ebbene, se è vero che nei Paesi del Nord Europa basta poco per stroncare la carriera di un politico, è altrettanto vero che in Italia la soglia della reputazione se ne ride degli accadimenti diretti e indiretti. In ogni caso, l’opinione pubblica bellunese ora è divisa tra coloro che dicono “salvate il soldato Dal Pont” e coloro che ne pretendono la testa, ossia le dimissioni. Da qui alle urne mancano ancora diversi mesi. Il tempo cancella.
(rdn)



