In un’ottica macroscopica la gestione corretta dei Beni Collettivi (fondamentalmente la Natura) rappresenta ovviamente un elemento basilare nel rapporto tra uomo e ambiente.
Siamo consapevoli da centinaia di anni che in questo piccolo pianeta roccioso si sono create le condizioni per un equilibrio biologico che ha consentito lo sviluppo della vita. E dopo qualche miliardo di anni l’intelligenza ha trovato l’occasione, in una combinazione di caso e necessità, di svilupparsi fino al dominio del pianeta.
Questo sviluppo è diventato tumultuoso da circa 160 anni con le fonti di energia fossile e nello stesso periodo, dal 1860 ad oggi, la popolazione mondiale è passata da 1,2 a 8,2 miliardi.
Le “magnifiche sorti e progressive” già criticamente avvertite da Leopardi 60 anni prima, ci hanno portato a dominare il mondo e a farci credere che tutto sia possibile; anche conquistare nuovi mondi. Per esempio abitare Marte dove la temperatura media è -60°C con una atmosfera quasi inesistente.
E così abbiamo dimenticato che la nostra vita è una realtà intimamente legata all’ambiente e al suo equilibrio biologico con tutte le altre fonti di vita. L’abbiamo dimenticato perché il MERCATO, creatura fondamentale del nostro Occidente, ci sollecita e convince ogni giorno a desiderare e a comprare tutto, compreso ciò che è assolutamente inutile.
Nel 1947, in perfetta controtendenza rispetto al diffondersi di una sensibilità ambientale il GATT, accordo internazionale firmato da 23 Paesi nel 1947 a Ginevra, si proponeva il completo sfruttamento delle risorse mondiali, senza porsi alcun problema circa il loro consumo, il degrado e l’inquinamento ambientali. Questo spirito, se non negli accordi internazionali, sicuramente nei fatti, anima da allora ad oggi le diverse sigle del commercio mondiale e costituisce la spina dorsale dei mercati.
Inutilmente il Club di Roma nel 1972, con una operazione di aritmetica (facile anche nella classe 5° elementare dell’epoca), ha presentato il rapporto “I Limiti dello Sviluppo” pubblicizzando per la prima volta il concetto che l’economia e la demografia non possono sostenere una crescita esponenziale in un pianeta con risorse naturali finite
Non era difficile convincersi che fosse un calcolo esatto tanto più che negli ultimi 30 anni è sempre stato ribadito nelle COP, cioè il vertice annuale delle Nazioni Unite in cui 198 Paesi hanno aderito alla Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC)
Inutilmente perché nel nostro mondo occidentale i governi, e in particolare quello americano, non hanno mai accettato le implicazioni economiche immediate che ne sarebbero seguite; del tutto disinteressati alle conseguenze a distanza, impegnati solamente all’aumento del PIL, in ogni modo e a qualunque costo.
Per tutto questo, siamo costretti a interrogarci sul nostro futuro immediato e sulle classi politiche che ci hanno governato in quest’ultimo secolo, in particolare per le scelte ambientali; non solo perché questo bipede evoluto e irresponsabile sembra accettare passivamente la sua definitivamente autodistruzione, quanto perché potrebbe compromettere la totalità della vita che si svolge da miliardi di anni in questo pianeta unico e irripetibile
In questo momento noi siamo, infatti, il prodotto finale di una storia biologica iniziata 3,5 miliardi di anni fa nella quale i nostri innumerevoli e diversi progenitori hanno trovato di volta in volta, di era in era, un equilibrio possibile e ottimale con l’ambiente. In un ambiente molto diverso noi saremmo molto diversi e ora, in un ambiente che abbiamo pesantemente contribuito a cambiare, siamo costretti noi stessi a cambiare, pena la nostra sopravvivenza. Il nostro cammino futuro potrebbe essere molto breve rispetto a quello già percorso se non blocchiamo la deriva ambientale che abbiamo notevolmente accelerato in quest’ultimo secolo.
In relazione a questo, la gestione dei Beni Collettivi (B.C.) definiti “Commons” da Elinor Ostrom, è uno dei problemi più importanti della nostra civiltà: se mal gestito, com’è accaduto fino a oggi, anche per i B.C. quali acqua, aria, terreno, ci porta verso l’autodistruzione.
Nel 1990 Elinor Ostrom pubblica “il Governo dei Beni Collettivi e nel 2009 viene premiata col Nobel per l’Economia
Come dice Stefano Nespor nel suo libro La Scoperta dell’ambiente, il testo di Ostrom è divenuto in pochi anni un punto di riferimento delle scienze sociali nell’economia e nel diritto ed è una tappa fondamentale nella storia e nello sviluppo dell’ambientalismo. Provoca infatti l’irruzione di una nuova categoria, i B.C., nella tipica e inossidabile bipartizione “proprietà pubblica/proprietà privata”, prospettando diverse e prima ignorate modalità per la conservazione e la gestione delle risorse naturali. Interviene, inoltre, sul tema del rapporto tra crescita economica e tutela dell’ambiente…
Elinor Ostrom nella sua ricerca ci dice che le procedure di statalizzazione e di privatizzazione non garantiscono né l’equilibrio né la durata dei B.C., perché nessuna organizzazione statale è in grado di assicurarne l’impiego costantemente dedicato all’interesse del pianeta e della comunità intera, e perché nessuna gestione privata può assicurarne la continuità, tanto più che per natura propria è legata all’interesse di pochi e non di tutti.
Nel suo libro Elinor Ostrom, col sottotitolo “Lo sviluppo degli Istituti per l’Azione Collettiva”, illustra i meccanismi messi in atto, con modalità spesso impensabili, da gente che basa la propria esistenza sui prodotti dei Beni Collettivi, che quindi devono mantenersi nel tempo con la propria redditività.
Gli esempi descritti vanno dai pascoli alpini e giapponesi, ai sistemi irrigui spagnoli e nelle Filippine, dalle aree di pesca in Canada e Turchia alle regole che esistono da tempi immemorabili, come i pascoli del Canton Vallese in Svizzera, dove risulta stabilito da otto secoli circa quanti animali ciascuno possa allevare sulle terre comuni, senza danno per tutti. Sono numerosi esempi di proprietà collettive curate e rispettate dagli utenti come strumento di sopravvivenza anche nel rispetto delle generazioni future, opposti agli interessi dei grandi proprietari terrieri.
L’ overshoot day del pianeta è oggi al 24 luglio; per l’Italia al 3 maggio e per gli Stati Uniti a metà marzo e rappresenta il totale fallimento dell’economia mondiale. Tutto ciò viene sistematicamente nascosto o ignorato da stampa e istituzioni e prosegue quindi senza alcun freno.
In questo confronto con i metodi economici che ci ha illustrato la Ostrom non è necessario spiegare perché la parte più consapevole e informata della Comunità umana difende per principio i Beni Collettivi naturali, compresi i tigli di via Feltre.
Filiberto Dal Molin
