Francesco Cossiga, soprannominato il “Picconatore” nell’ultima fase del suo mandato presidenziale (1985-1992), è stato uno dei critici più feroci e lucidi dell’assetto istituzionale italiano. La sua non era una critica alla Costituzione intesa come insieme di valori, ma come macchina dello Stato.
Ecco i motivi principali per cui Cossiga riteneva che la Carta del 1948 fosse diventata obsoleta:
1) La fine della “Costituzione materiale”
Cossiga sosteneva che l’equilibrio su cui si reggeva l’Italia fosse crollato con la fine della Guerra fredda.
- Il contesto: la Costituzione era stata scritta per garantire la convivenza tra grandi partiti ideologicamente contrapposti (DC e PCI).
- Il cambiamento: con la caduta del Muro di Berlino (1989), Cossiga riteneva che quel “patto di congelamento” non avesse più senso. L’Italia doveva passare da una democrazia bloccata a una democrazia dell’alternanza.
2) L’eccesso di parlamentarismo
Cossiga criticava quella che definiva la “partitocrazia”. Secondo lui, il sistema parlamentare italiano produceva:
- Instabilità cronica: governi deboli e di breve durata.
- Veti incrociati: l’impossibilità di decidere a causa del potere eccessivo dei partiti rispetto all’esecutivo.
- Proposta: caldeggiava il passaggio a una Repubblica Presidenziale o semipresidenziale (sul modello francese), per dare più poteri al Capo dello Stato o al Presidente del Consiglio.
3) La necessità di una Seconda Repubblica
Cossiga fu tra i primi a invocare apertamente una Assemblea Costituente per riscrivere la seconda parte della Costituzione (quella sull’ordinamento dello Stato).
- Riteneva che le istituzioni fossero scatole vuote che non rispondevano più ai bisogni dei cittadini.
- Le sue picconate erano messaggi provocatori volti a scuotere il sistema politico per costringerlo a riformarsi prima che crollasse sotto i colpi degli scandali (cosa che poi avvenne con Tangentopoli).
4) Il ruolo del CSM e della Magistratura
Un altro punto di forte frizione riguardava l’ordinamento giudiziario. Cossiga, in qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), entrò spesso in conflitto con l’organo, denunciandone la politicizzazione e la trasformazione in una sorta di terzo ramo del potere politico, non previsto originariamente dai padri costituenti in quella forma.
Per Cossiga, insomma, la Costituzione era diventata una “corazza” troppo stretta per un Paese che doveva modernizzarsi. Se la prima parte (i diritti fondamentali) restava valida, la seconda parte (l’organizzazione del potere) era per lui la causa dell’inefficienza italiana. A sostegno della sua tesi Cossiga citava spesso il costituzionalista britannico Sir Kenneth Wheare (1907–1979), che ebbe a dire che “La Costituzione italiana è la peggiore costituzione adottata nel dopoguerra in Europa.”
Wheare era un esperto mondiale di sistemi federali e parlamentari (autore del classico Modern Constitutions). Secondo la ricostruzione di Cossiga, il giudizio di Wheare si basava su alcuni punti critici che rendevano l’Italia una “democrazia bloccata”:
- Il potere del Premier: Wheare (e Cossiga con lui) criticava il fatto che il Presidente del Consiglio non avesse il potere di revocare i ministri, rendendolo un semplice “coordinatore” ostaggio dei partiti.
- L’eccesso di contrappesi: la Costituzione era nata dalla paura di un nuovo uomo forte (il “complesso del tiranno”), portando alla creazione di troppi organi di controllo (Corte Costituzionale, CSM, Regioni) che, secondo questa visione, paralizzavano l’efficienza del governo.
- L’accordo tra opposti: veniva vista come un compromesso tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista che non permetteva una vera alternanza, ma solo una gestione spartitoria del potere.
Cossiga utilizzava questa citazione come una picconata intellettuale per scuotere il sistema politico italiano. Sosteneva che l’Italia avesse bisogno di una riforma in senso presidenzialista o, quanto meno, di un rafforzamento dell’esecutivo sul modello del Cabinet Government britannico, proprio per superare quelle fragilità evidenziate da Wheare.
Cossiga parla della Costituzione italiana citando il costituzionalista britannico
In questo video, Francesco Cossiga espone direttamente il suo pensiero critico sulla Costituzione italiana, citando il giudizio del giurista britannico e spiegando i limiti strutturali del nostro sistema di governo.
Ecco i punti salienti dell’intervista in cui Francesco Cossiga cita il giudizio del costituzionalista britannico Kenneth Wheare sulla Costituzione italiana:
- Il giudizio lapidario: Cossiga riporta che il più grande costituzionalista britannico definì la Costituzione italiana come “la peggiore costituzione adottata nel dopoguerra in Europa” [00:00].
- La natura del compromesso: secondo Cossiga, la Carta fu il frutto di un accordo di non belligeranza: “Tu non fai la rivoluzione, io non ti metto fuori legge” [00:09].
- La debolezza del Premier: viene sottolineata l’anomalia di un sistema in cui il Presidente del Consiglio non può revocare i ministri [00:19]. Questo perché la formula politica era quella di “stare tutti assieme o non starci affatto” [00:28].
- Le “invenzioni” dei cattolici: Cossiga attribuisce alla componente cattolica l’introduzione di organi come la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, citando anche l’opposizione che Palmiro Togliatti espresse all’epoca contro queste istituzioni [00:36].
- Contropoteri e rigidità: istituti come il referendum e le regioni vengono descritti come strumenti nati per aggirare la rigidità del sistema [00:56].
- Il paradosso di De Gasperi: Cossiga conclude affermando che Alcide De Gasperi riuscì a governare bene nei primi vent’anni proprio perché non realizzò i punti cardine della Costituzione, come le regioni, il referendum, la Corte Costituzionale o il CSM [01:08].
il recente referendum costituzionale ha bocciato la riforma Nordio, che in qualche punto assomigliava alla critica sollevata da Cossiga. Va detto però che Cossiga agiva in un sistema di partiti forti che stavano crollando; oggi il sistema è fluido e spesso percepito come più fragile. Se Cossiga voleva “distruggere per ricostruire”, oggi molti temono che si voglia “riformare per proteggere” la classe politica.
Questa percezione di squilibrio a favore del potere politico è spesso il motivo per cui il corpo elettorale, pur lamentandosi della lentezza della giustizia, finisce per bocciare le riforme strutturali nei referendum.



