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Il Bounty tra le crode: la fronda dei “Vecchi Lupi” contro il Capitano

Nella storia della marineria, l’ammutinamento del Bounty non scoppiò per un capriccio, ma per una frattura insanabile sulla gestione del comando. Quando diciassette figure di peso dell’Associazione Nazionale Alpini (Ana) – tra cui ex consiglieri e presidenti – firmano un manifesto per il cambiamento, non siamo di fronte a una semplice protesta, ma a un ammutinamento dei quadri dirigenti.

Il Capitano e il Consiglio di Ratifica

Il fulcro della critica di Roberto Genero e del gruppo “Alpini per il cambiamento” verso il presidente Sebastiano Favero ricorda la deriva del capitano Bligh: l’accusa di aver trasformato la plancia di comando in un luogo di soliloquio.

Quando un Consiglio Direttivo viene ridotto a un “organo di ratifica”, la democrazia associativa muore.

La richiesta di limitare a due i mandati del presidente nazionale è il tentativo di inserire una “scialuppa di salvataggio” democratica, evitando che la guida dell’associazione diventi un regno vitalizio.

 

La rotta contestata: il caso Pemba

Come l’equipaggio del Bounty dubitava delle scelte di rotta di Bligh, così i dissidenti dell’Ana contestano l’operazione “Pemba” in Mozambico. Non si mette in dubbio il fine caritatevole, ma la trasparenza e la coerenza: una nave che investe risorse in acque lontane senza una chiara condivisione con l’equipaggio rischia di trovarsi con i magazzini vuoti e il morale a terra.

 

Il sacro simbolo: chi ha diritto al “Cappello”?

Il punto più identitario del manifesto tocca le corde del sacro: il cappello alpino.

Nell’ammutinamento del Bounty, la distinzione tra chi aveva “guadagnato il mare” e chi era solo un passeggero era netta. Chiedere che la penna nera torni a essere un’esclusiva di chi ha servito nel Corpo è un grido di purismo: è la volontà di proteggere l’uniforme dall’annacquamento simbolico, un ritorno alle origini per evitare che l’associazione diventi un club generico perdendo la sua anima militare.

Orbene, il gruppo “Alpini per il cambiamento” non sta cercando di affondare la nave, ma di cambiare il comandante e le regole d’ingaggio prima che l’Ana finisca contro gli scogli dell’irrilevanza o dell’autocrazia. Resta da vedere se i vertici sapranno ascoltare il “malcontento delle stive” o se preferiranno continuare la navigazione ignorando i segnali di tempesta che arrivano proprio dai loro uomini migliori.

(rdn)

 

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