Non erano solo custodi della terra, ma veri e propri “guardiani rigorosi” pronti a tutto pur di difendere il confine tra il pubblico e il privato. Dalle memorie del compianto Augusto Burlon (Archivio Armando Dal Pont), scritte nel 2005 ma riferite a un’infanzia vissuta a cavallo tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40 nella zona di Giamosa (Belluno), emerge uno spaccato di vita rurale crudo e vibrante, lontano dalle idealizzazioni bucoliche a cui siamo abituati.
A quel tempo, la proprietà privata era un dogma assoluto. I contadini, mezzadri incaricati dai grandi proprietari terrieri, vivevano nel costante timore del furto: radicchi, frutta e fieno erano il tesoro da proteggere.
Per impedire persino alle galline di sconfinare, i contadini praticavano lo stropàr: rinforzavano le siepi con rami spinosi intrecciati con vinchi detti “sake”. Ma la difesa non si fermava alle barriere fisiche. Burlon ricorda con cruda lucidità le “cacce alle galline” che avevano il sapore di un macabro spettacolo pubblico: i volatili che osavano avventurarsi nei campi venivano catturati e uccisi davanti agli abitanti del paese, che assistevano dalle recinzioni delle ville come fossero allo stadio.
Il vero conflitto, però, si consumava sulla strada verso la scuola. Per i ragazzini di Giamosa, tagliare i campi significava accorciare il tragitto, ma voleva dire anche sfidare l’ira dei mezzadri. Tra questi spiccava la figura di “Caicia”, un contadino che era solito tendere veri e propri agguati.
“Sbucava da dietro una ‘méda’ (covone) armato di forcone, bestemmiando e urlando” racconta Burlon.
Ne nascevano inseguimenti rocamboleschi: i ragazzi più grandi, agili e veloci, provocavano il contadino per il gusto della sfida, schivando i sassi lanciati dal “vecchio” guardiano. Altri, meno fortunati o più piccoli, erano costretti a lunghe deviazioni sulla strada nazionale per evitare di finire nelle sue grinfie.
L’episodio più emblematico descritto da Burlon riguarda un secondo mezzadro, altrettanto bellicoso, che sorvegliava la zona della “Cava”. In un freddo pomeriggio d’inverno, sotto una pioggia battente che scioglieva la neve, questo contadino non esitò a togliersi le pesanti dalmede (zoccoli di legno) per correre più veloce in calzini. Raggiunse due studentesse “colpevoli” di aver raccolto delle piccole pere cadute da un albero, le prese per le orecchie e le trascinò fuori dalla proprietà, obbligandole a un giro lunghissimo sotto l’acqua per tornare a casa.
Rileggendo oggi questi ricordi, datati Feltre, 1° ottobre 2005, Augusto Burlon non nega il diritto alla tutela della proprietà, ma solleva un velo sui metodi: “I metodi di tutela erano praticati in un modo che, anche a quei tempi, non era accettabile”.
Quello che resta è il ritratto di un’Italia povera e fiera, dove un prato non calpestato valeva quanto una vita di sacrifici e dove, tra un lancio di pietre e un agguato dietro un covone, si temprava il carattere di una generazione che ha imparato presto il valore (e il peso) dei confini.
