Il regista di Perfetti Sconosciuti incontra i nuovi autori a Cortina: un monito contro la “dittatura” del già visto e una riflessione senza filtri sulle insidie dell’Intelligenza Artificiale.
Cortina d’Ampezzo, 26/03/2026 – «Non fate quello che piace al pubblico, ma quello che potrebbe piacere». Con questa esortazione, quasi un manifesto programmatico, Paolo Genovese ha scosso la platea di giovani autori durante la sua affollata masterclass alla 21ª edizione di Cortinametraggio. Il regista, che proprio dal festival ampezzano ideato da Maddalena Mayneri iniziò i suoi primi passi con i corti, è tornato per condividere una visione del cinema che mette al centro il rischio e l’identità, lontano dalle logiche rassicuranti del mercato.
La lezione di Perfetti Sconosciuti: il rischio premia
Genovese ha citato il caso eclatante del suo successo internazionale, Perfetti Sconosciuti, ricordando come inizialmente avesse collezionato diversi rifiuti perché il progetto era considerato “difficile da controllare”.
«L’errore è rifare i film che hanno già funzionato. Di un successo non andrebbe ripreso l’argomento, ma la filosofia. Il compito dell’autore è aggiornare il punto di vista alla società: la mia idea era agganciata a un momento storico preciso; dieci anni prima non avrebbe avuto lo stesso impatto perché i cellulari non erano ancora così centrali nelle nostre vite».
L’ombra dell’Intelligenza Artificiale e la “Sindrome della Mediocrità”
Il dibattito si è poi spostato sulle nuove frontiere tecnologiche. Se un tempo il timore era l’algoritmo, oggi lo spettro è l’Intelligenza Artificiale. Genovese non ha usato mezzi termini, definendo la rivoluzione in atto come «tanto clamorosa quanto inquietante».
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Il rischio sostituzione: Secondo il regista, l’IA è già in grado di produrre sceneggiature “discrete” per prodotti standardizzati, come le commedie romantiche.
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La sfida dell’eccellenza: «Se rimani nel range del mediocre, sei sostituibile. L’IA ci costringe a essere più bravi, a cercare l’inedito che una macchina, pescando nel già visto, non può elaborare».
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Il fattore umano: Nonostante l’accuratezza delle traduzioni e dei software, Genovese rivendica la “pigrizia creativa” come un nemico da combattere: «Non uso l’IA perché temo l’accontentarsi. Per migliorare un’opera di poco serve una fatica enorme, ma è quella che fa la differenza».
L’importanza del “disinnescare”: la cura delle parole
Per sfuggire alla standardizzazione, il regista indica una strada precisa: la cura maniacale del linguaggio. Ha ricordato come una singola parola possa spostare l’immaginario collettivo, citando la celebre battuta di Marco Giallini nel suo film cult: «Saper disinnescare».
«È un termine ricercato. La metafora della coppia come un ordigno ha colpito perché era nuova», ha spiegato, sottolineando come l’ironia, il sarcasmo e la scelta lessicale restino, per ora, territori squisitamente umani.
Verso il futuro del cinema breve
L’incontro si è concluso con un invito alla perseveranza. In un mondo dove le aziende iniziano a preferire prodotti “sicuri” e generati artificialmente, la salvezza per i nuovi cineasti risiede nella capacità di essere “scienziati della creatività” che non seguono formule fisse, ma inventano nuove reazioni chimiche tra lo schermo e lo spettatore.
