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Referendum, il “No” dei giuristi a Belluno. Pizzolato: “A rischio l’indipendenza dei magistrati”

Appuntamento referendario del 22 e 23 marzo. Sotto la lente la separazione delle carriere e il nuovo assetto del CSM: «Uno squilibrio che ignora i veri problemi della giustizia civile».

Al Centro Congressi Giovanni XXIII l’incontro organizzato da “Insieme per Belluno”

Belluno, 09/03/2026 – Un’analisi serrata, tecnica e priva di sconti quella andata in scena questa sera al Centro Congressi Giovanni XXIII ini Piazza Piloni a Belluno. Relatore dell’incontro il professor Filippo Pizzolato, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Padova, invitato dal gruppo “Insieme per Belluno – Bene Comune” per illustrare i contenuti e le insidie della riforma costituzionale della giustizia.

A condurre la serata, dinanzi a una platea attenta, sono state le avvocate Ilenia Bavasso, consigliere comunale di minoranza, e Morena Ardito, che hanno introdotto il dibattito su quello che Pizzolato ha definito un disegno di legge «approvato in solitudine dalla maggioranza, senza cercare un reale consenso con le opposizioni».

Il cuore della critica di Pizzolato risiede nella separazione delle carriere tra magistratura inquirente (PM) e giudicante. «Il rischio paradossale – ha spiegato il professore – è l’eterogenesi dei fini. Separando nettamente il Pubblico Ministero dal Giudice, si rischia di creare un potere autonomo e privo di contrappesi: il PM rischia di perdere la cultura della giurisdizione, per acquisire la postura di un super-poliziotto accusatore».

Secondo il costituzionalista, questa autonomia eccessiva aprirebbe la strada a un pericolo ancora maggiore: «Se i PM diventano un potere isolato dello Stato, la domanda successiva sarà: a chi rispondono? Il passo verso la sottomissione politica al Governo, come avviene in altri Paesi, sarebbe brevissimo».

Pizzolato ha smontato l’argomento secondo cui l’Italia si starebbe semplicemente allineando all’Europa. «Siamo una “buona eccezione” perché i nostri PM sono indipendenti e indagano anche i potenti. La riforma ci avvicina semmai al modello portoghese, dove però i magistrati godono di garanzie che qui verrebbero erose. Non a caso – ha osservato l’oratore – i magistrati portoghesi hanno scritto una lettera di solidarietà ai colleghi italiani».

Un altro punto critico sollevato riguarda lo sbilanciamento della riforma sul versante penale, a scapito di quello civile. «Si ignorano le vere criticità: la carenza di cancellieri, la scarsa informatizzazione e la mancanza di mezzi. La Costituzione affida al Ministro della Giustizia il compito di garantire questi servizi, ma sembra che la politica preferisca occuparsi di punire i magistrati piuttosto che far funzionare la macchina amministrativa».

Infine, il professore si è soffermato sui nuovi meccanismi di selezione e disciplina. Il sorteggio per la composizione del CSM e della nuova Alta Corte Disciplinare viene visto come un attacco alla professionalità. «L’Alta Corte verrebbe sorteggiata solo tra i magistrati di Cassazione, facendo perdere l’esperienza dei magistrati di merito».

Pizzolato ha anche smentito il mito di una magistratura che “non paga mai”: «I dati dicono che l’azione disciplinare funziona, con condanne nel 40% dei casi, in linea con gli altri Paesi. È significativo che il Ministro impugni le sentenze di assoluzione solo nel 5% dei casi: segno che, per primo, non trova argomenti validi per contestare l’operato degli organi di controllo attuali».

La serata si è conclusa con un monito sulla complessità dei ricorsi interni all’Alta Corte: un «pasticcio procedurale» dove l’equilibrio tra le parti resta, ad oggi, un’incognita pericolosa.