Il fallimento sull’ Autonomia del Veneto, non vieta né quella “fatta in casa” per Belluno né il servizio della giustizia di pace, quella quotidiana per i cittadini veneti.
Giustizia di Pace: Il Sogno Ideologico di Roma contro la Realtà Negata ai Veneti
Autonomia Differenziata, la prima volta fu nel 2007 per 13 materie sulle 23 concedibili dal 2001, dopo un quarto di secolo nulla di fatto.
La superficialità e l’incapacità dimostrata dalla classe dirigente leghista, da quella del centrodesta, connivente l’opposizione e dormiente l’intera società civile ed economica veneta, fidatesi dell’ex presidente Luca Zaia, insolvente fin dal 2007 per la mancata Autonomia Differenziata ed ingiustificato per una seconda “incompiuta”, la “specificità” garantita dal 2014 a favore della Provincia di Belluno è oramai parte della Storia di questo territorio.
Per gli smemorati sull’inadeguatezza gestionale nell’affaire “Autonomia Differenziata”, una stringata sintesi. Doppiezza e arroganza della leadership zaiana, le due principali caratteristiche nel comportamento del leader trevigiano, sempre ufficiale in seconda dietro il Capo del Movimento Padano di turno: alla prim’ora U. Bossi, sull’imbrunire M. Salvini. Debole a Roma, quando pur avendo nello zainetto le 13 materie votate all’unanimità dal Consiglio Regionale il 18 dicembre 2007 depose la domanda nei cassetti ministeriali e li giacque fino al termine del Governo Berlusconi del triennio 2008-2011. Assieme al giovane Ministro dell’Agricoltura, dormirono sonni tranquilli gli altri tre Ministri della Lega: Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli. A Venezia, soprattutto in Giunta e in Consiglio Regionale, cosi come nelle visite pastorali alle pro-loco e alle sagre paesane, il già Presidente è sempre apparso un combattente duro, pure e determinato per “la madre di tutte le battaglie”: più Autonomia al Veneto. All’inizio c’era il verbo, l’Indipendenza, dopo una sentenza della Corte costituzionale del 2015, il verbo si tramutò in “Autonomia Differenziata”, ottenibile grazie ad una riforma voluta dal Centro-Sinistra varata nel 2001, un quarto di secolo fa. A febbraio anno corrente, niente “portato a casa”.
Nelle ricorrenze civili come la prima o la seconda guerra mondi, ai presenti si ricordano gli eventi storici accaduti. Qui per i nati nel terzo millenium, oggi hanno 26 anni, si segnala che i consiglieri regionali (legislazione 2015/2020) votarono la celebrazione di un referendum, tenutosi il 22.ottobre 2017 che sortì una poderosa spinta dal basso verso l’alto, ovvero verso il Doge (Luca Zaia) affinché riuscisse a combinare qualcosa di utile. Alle volte si mette di traverso il destino cinico e baro, fatta sempre salva la buona fede e l’attestata inidoneità di chi comanda pro-tempore. In ogni caso, né la pre-intesa co-firmata con Governo Gentiloni Pd nel post-referendum, né la domanda per avere 23 materie, il massimo concedibile dallo Stato, entrambe presentate al Governo Conte I (2018-2019) controparte del Veneto il Ministro per gli Affari Regionali la leghista E. Stefani da Vicenza, hanno avuto esito positivo. A novembre 2025 i due ex- ministri dell’ultimo Governo Berlusconi, R. Calderoli e L. Zaia, hanno apposto firmato una “seconda pre-intesa” contenente frattaglie di materie, dovendo ossequiare la sentenza della Consulta nr. 192 del 2024. E’ noto che la legge “Calderoli” non era un granché, cose arcinote nei salotti televisivi e nei corridoi dei palazzi romani e veneti.
La Provincia di Belluno “Bancomat Idrico” attende da 12 anni la sua “specificità”
C’è un’aria nuova a Venezia, o meglio, c’è la solita aria fritta servita su un vassoio d’argento. L’ultima trovata della premiata ditta Zaia & Stefani è lo “spirito di squadra”. Un invito commovente rivolto all’opposizione tutta per partecipare al gran ballo dell’Autonomia Differenziata. Peccato che la musica sia finita da un pezzo e i musicisti stiano litigando per chi deve pagare il conto.
Edmund Burke, che di conservazione se ne intendeva, scriveva che “chi non ha memoria del passato non ha futuro”. La memoria ci dice che siamo a quota 6.630 giorni dalla prima richiesta di autonomia di diciannove anni or sono. Da allora, la Lega ha fatto il giro del mondo: autonomisti a Venezia, insabbiatori a Roma e ora trombettieri del nulla.
Vogliono “fare squadra”? Benissimo. Ma su quale campo? Quello della legge 86/2024, un bidone che la Consulta ha svuotato con la stessa velocità con cui un veneto finisce un’ombra di prosecco. Cinque “saggi” -gente come l’ex Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Giuliano Amato- hanno sbattuto la porta della Commissione Cassese denunciando l’inconsistenza del progetto. Non erano pericolosi sovversivi, erano i guardiani della realtà che spiegavano come l’autonomia senza soldi sia come una scampagnata senza vino. Se volete vedere come funziona l’“Autonomia Orizzontale” di Stefani, fate un salto a Belluno. Lì la L.R. 25/2014 è legge da dodici anni. Dovrebbe essere la “Provincia Speciale”. Invece è diventata il bancomat idroelettrico del Veneto.
Il paradosso è che la montagna produce la risorsa, ma la rendita resta a valle. Per le grandi derivazioni idroelettriche, Belluno ha ottenuto una ripartizione faticosa: 50% alla Provincia, 25% ai Comuni sede di impianto e 25% alla Regione. Un equilibrio costato anni di battaglie. Ma per tutti gli altri canoni idrici — potabili, irrigui, industriali e piccole derivazioni — la Regione trattiene il 100%. Come se l’acqua potabile sgorgasse da un ufficio regionale e non da una sorgente alpina.
Il Miracolo del Mare e il paradosso dei numeri
Oggi è proposta un’intesa nazionale che è un capolavoro di design: lo specchietto retrovisore e i coprisedili (le micro-funzioni No-LEP), ma la Regione si tiene il motore e le chiavi. C’è un Veneto che produce acqua, energia, sicurezza idrica per milioni di cittadini.
e poi c’è un Veneto che produce ombrelloni, lettini e aperitivi al tramonto.
Mondi entrambi diversi, ma entrambi preziosi e indispensabili
Ma, a giudicare da come vengono trattati, sembrerebbe che uno dei due abbia un “valore aggiunto” che l’altro non ha, Indovinate quale.
La Provincia di Belluno, con i suoi 197.558 abitanti, è il grande serbatoio idrico del Veneto.
È qui che si trovano dighe, invasi, opere di presa, gallerie, centrali idroelettriche.
È qui che si sopportano servitù, vincoli, rischi idrogeologici e costi ambientali.
È qui che nasce la risorsa che fa girare rubinetti, irrigatori e turbine in tutta la Regione.
E poi c’è il mare. Lì, improvvisamente, la logica è ribaltata. Sul litorale veneto i Comuni incassano quasi tutto il canone demaniale marittimo: alla Regione va solo 1 euro al metro quadro e allo Stato 2,60 euro. Il resto resta al Comune per i servizi locali. Non solo: la Regione interviene con oltre 20 milioni di euro per ripascimenti e difese della costa (dai 6 milioni per Jesolo ai 4 per Sottomarina), pagando molto, per proteggere ogni singolo granello di sabbia.
I numeri non mentono: nel 2023, la torta dei canoni idroelettrici ripartiti è stata di circa 32 milioni di euro. Alla Provincia di Belluno ne sono tornati 16 milioni. Sembra una vittoria, ma è una vittoria a metà: è solo il 50% di una singola voce. Tutto il resto del patrimonio idrico bellunese continua a finanziare il centralismo veneziano.
La Verità sta in una frase
Curioso come la disciplina del mare preveda che la rendita resti ai Comuni e i costi alla Regione, mentre la disciplina della montagna preveda che la risorsa venga dalla montagna, ma la rendita resti alla Regione.
Questa asimmetria è lo specchio di un’autonomia che guarda al consenso della costa e ignora il valore della montagna. Se i Comuni costieri possono trattenere la rendita del loro demanio, allora i Comuni montani devono poter trattenere quella del loro. Se la costa ha un principio di “ristoro turistico”, il territorio montano deve avere un “ristoro idrico”.
Giustizia di Pace: Il Sogno Ideologico di Roma contro la Realtà Negata ai Veneti
All’Italia non serve una riforma della giustizia “ideologica” che separi le carriere dei magistrati a uso e consumo del ceto politico. Occorre, invece, ripristinare la “giustizia negata” al cittadino. Sui tempi dei processi, lo stesso Ministro della Giustizia ha ammesso che la separazione delle carriere non accelera i procedimenti. Per ridurre i tempi servono investimenti e digitalizzazione. Oggi, la durata media di un processo civile fino alla Cassazione è di 7-8 anni; 3-5 anni per il penale. È una “tassa occulta” sui diritti dei cittadini. All’inizio del 2026 contiamo oltre 4,5 milioni di procedimenti pendenti (2,8 milioni nel civile e 1,7 milioni nel penale). La legge Meloni-Nordio, concentrata sulla magistratura penale, a nulla serve per cambiare questa situazione. Il Guardasigilli parla di valore “ordinamentale”, ma decodificato sembra dire: “Servirà anche a voi quando sarete al governo, per avere un PM influenzato dalla politica.”
Il Bluff dei Concorsi e il “Buco” di Trent’anni
Gli annunci sui concorsi per 1.300 nuovi magistrati sono “ad effetto”: non saranno operativi prima del 2027. Mentre Roma insegue il sogno dei sorteggio, il Veneto affoga. La giustizia di prossimità — quella che decide su una bolletta ingiusta, un incidente stradale, un recupero crediti per un artigiano fino a 30.000 € o un sinistro fino a 50.000 € — è paralizzata. Oggi, senza il Giudice di Pace, una fattura da 15.000 euro resta “congelata” per anni.
Siamo passati dal precariato della Legge Martelli (1991), con magistrati pagati a “cottimo” con 57 euro a sentenza, alla stabilizzazione forzata del 2025 (Legge 51/2025) imposta dall’Europa con i fondi previsti dal PNRR. L’Italia ha dovuto riconoscere questi professionisti come “lavoratori europei” con stipendi dignitosi: 58.000 € lordi per gli avvocati che lavorano “in esclusiva” e 25.000 per i legali part-time. Ma il paradosso resta: i soldi ci sono grazie all’UE, ma l’organico è un colabrodo. Dei 6.000 posti previsti, 4.000 restano vacanti perché i concorsi sono lentissimi.
La “giustizia di pace” già inserita nelle domande del 2007 e ripetuta in quella del 2017
Già nel 2007 e poi nel 2017, il Veneto inseriva l’organizzazione della Giustizia di Pace tra le materie da richiedere. Oggi la situazione in Veneto è drammatica. Con 180.000 cause pendenti solo nei cassetti dei Giudici di Pace e tempi di attesa che superano i 1.200 giorni per una fattura, gli uffici sono al collasso. A Bassano del Grappa, la scopertura d’organico sfiora il 70%. Mentre i cittadini aspettano anni, la politica romana parla di sorteggi per il CSM. Mentre i cittadini aspettano anni per una sentenza, la riforma Nordio si concentra su un’ingegneria istituzionale bizantina che spacca il governo della magistratura in tre tronconi. Non più un unico Consiglio Superiore, ma una triade che costerà circa mezzo miliardo annui: 1) CSM per i Giudici: per gestire le carriere di chi deve giudicare, 2) CSM per i PM: per gestire chi deve accusare (aprendone di fatto la normalizzazione politica), 3) Alta Corte di Disciplina: un terzo organo incaricato di giudicare i magistrati stessi.
Tutto questo per cosa? Non per velocizzare i processi, ma per creare una struttura ridondante che isola i magistrati e moltiplica le poltrone. questa non è una riforma dell’efficienza, è una riforma di potere. Mentre il debito pubblico galoppa dai 2.757 miliardi del 2022 verso la soglia dei 3.000 miliardi del 2025, governante Giorgia Meloni, la politica spreca tempo e risorse per costruire uffici di controllo, invece di immettere gli avvocati nei loro uffici di Giudici di Pace che restano vuoti.
Sussidiarietà: Sfoltire il “Balbi” per salvare i Tribunali
La Regione, da Costituzione, deve programmare, controllare e legiferare, non gestire. Il criterio deve essere la sussidiarietà: non fare a Venezia ciò che può essere fatto nelle Province, Comuni, Associazioni di Comuni, Camere di Commercio e altri soggetti locali. L’apparato burocratico regionale conta circa 3.700 dipendenti. Un obiettivo serio sarebbe ridurre tale organico di almeno 1.500 unità, trasferendo il personale (anche tramite distacco) agli enti territoriali. Da anni la Corte dei conti suggerisce, inascoltata, di ristrutturare l’ingessata macchina regionale sopprimendo le strutture duplicate. L’efficientamento della “giustizia quotidiana” può e deve essere l’incipit di questa trasformazione. Giunta e Consiglio si attivino, per realizzare un servizio “reale”, la giustizia di pace, quella negata integrando con personale amministrative e strumentazione adeguata per il funzionamento.
Il “Dietrofront” di Giorgia Meloni e la politicizzazione governativa del referendum primaverile
Fa sorridere ricordare Giorgia Meloni di qualche tempo fa, quando dichiarava solennemente di non voler “politicizzare il referendum“. Peccato che oggi la realtà sia un’altra: riunioni di direzione convocate d’urgenza per decidere la strategia comunicativa e spiegare agli italiani -con una giravolta degna della migliore scuola circense- che non si tratta di un voto politico. Perché questo cambio di rotta? Semplice: i numeri fanno paura e ai piani alti stanno entrando in panico. Mentre il Governo agita lo spettro della giustizia penale per giustificare riforme ideologiche, i numeri dicono altro. Dei 4,5 milioni di cause pendenti, quelle penali sono meno di 2 milioni (circa 1,7 milioni). Come ricorda spesso il Procuratore Nicola Gratteri, le persone non devono temere la giustizia. La stragrande maggioranza dei cittadini non delinque e non ha nulla a che fare con la criminalità organizzata. Il vero problema non è “proteggersi” dai giudici, ma farli funzionare per le cose che servono alla gente comune.
I votanti al referendum di giugno 2025 superano i favorevoli all’esecutivo in carica di settembre 2022, la partita può essere vinta battendo le destre nell’urna.
Ed ecco il dato che agita i sonni di Palazzo Chigi. Al referendum di giugno 2025 (quesito sulla tutela del lavoro), nonostante il boicottaggio mediatico, hanno votato più di 13.031 milioni di cittadini, mentre l’intera coalizione di governo alle elezioni del 2022 ha avuto 12.729 milioni. Inoltre, nel quesito referendario si sono espressi ben 15 milioni di aventi titolo; includendo – entrambe le situazioni- i votanti residenti all’estero.
Se gli oltre tredici milioni che hanno difeso il lavoro tornano alle urne il 22/23 marzo per dire NO alla prospettiva di un PM sottoposto alla politica, il castello di cartapesta meloniano crolla. La verità è che l’attuale maggioranza rappresenta una minoranza nel Paese reale e che la vittoria data per acquisita tempo fa, non è più scontata, anzi !.
16 febbraio 2025 Enzo De Biasi
Fonti:
Autonomia, l’accordo-bidone Calderoli-Zaia: la Lega lascia a Roma 18 miliardi di euro * di Enzo De Biasi | Bellunopress – Dolomiti paragrafi: “All’Italia serve una riforma della giustizia, .. ma la “giustizia negata” al cittadino” e “Il “buco” di trent’anni, Legge Martelli datata 1991 al 2025”
