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Accordo Mercosur: Il “Made in Italy” è davvero al sicuro o stiamo scambiando l’agricoltura con le auto tedesche?

Luca De Carlo, senatore

Roma, 8 gennaio 2026 – Mentre il Governo Meloni rivendica il successo di una risoluzione sulla “reciprocità”, il settore agroalimentare trema. Il rischio? Un’invasione di prodotti sudamericani a basso costo che mette in crisi i nostri standard di sicurezza e i redditi dei nostri agricoltori.

L’annuncio della IX Commissione del Senato sull’approvazione della risoluzione Mercosur viene presentato dai banchi della maggioranza come una vittoria del “buon senso” e della tutela nazionale. Il senatore di Fratelli d’Italia, Luca De Carlo, parla di “pilastri di sicurezza alimentare” e di “miglioramento dell’accordo”. Ma, leggendo tra le righe e guardando alla geopolitica di Bruxelles, il quadro appare decisamente più fosco per le nostre campagne.

La “clausola di salvaguardia”: uno scudo o un colabrodo?
Il documento approvato impegna il Governo a chiedere la sospensione dell’accordo qualora le importazioni dovessero causare un calo dei prezzi superiore all’8%. Una soglia che molti analisti giudicano tardiva: quando il prezzo di un prodotto crolla dell’8% a causa di un’ondata di importazioni massicce, il danno per le piccole e medie aziende agricole italiane è spesso già irreversibile.

L’ombra della Germania: l’agricoltura come moneta di scambio
Non è un segreto che il vero motore dietro la spinta per chiudere l’accordo Mercosur (l’area di libero scambio tra UE e Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) sia l’industria manifatturiera tedesca. In piena crisi produttiva, Berlino ha estremo bisogno di nuovi sbocchi per le sue automobili e i suoi macchinari.

Il sospetto, che agita le associazioni di categoria e le opposizioni (che infatti si sono astenute), è che l’Italia stia accettando un compromesso al ribasso: sacrificare il settore primario sull’altare delle esportazioni industriali del Nord Europa.

Il nodo della “Reciprocità” e il caso del pollame argentino
Il punto più critico riguarda gli standard sanitari. Il comunicato parla di “reciprocità”, ma la realtà dei fatti è complessa:

Controlli sanitari: Mentre gli allevatori italiani sono sottoposti a rigide normative UE sull’uso di antibiotici e sul benessere animale, i produttori argentini e brasiliani operano in contesti normativi molto più blandi.

Concorrenza sleale: Importare pollame o carne bovina dall’Argentina a prezzi stracciati non è solo un danno economico, ma un potenziale rischio per la salute pubblica, dato che non è garantito che quei prodotti rispettino i medesimi protocolli fitosanitari previsti per il Made in Italy.

Italian Sounding: Sebbene la risoluzione prometta protezione per le indicazioni geografiche, l’apertura totale dei mercati rischia di diluire il valore percepito dei nostri prodotti DOP e IGP in una marea di prodotti a basso costo.

Un ottimismo che non convince
Il Ministro Lollobrigida e il senatore De Carlo puntano sulla “decisiva retromarcia della Commissione UE sui tagli alla PAC” come prova di forza. Tuttavia, la sensazione è che si stia cercando di indorare la pillola: si danno più fondi agli agricoltori (sussidi) perché si sa già che il mercato verrà invaso da prodotti che l’agricoltore italiano non potrà mai competere a livello di prezzo.

In conclusione, la risoluzione della IX Commissione sembra più una dichiarazione d’intenti che una barriera invalicabile. Senza meccanismi di controllo certi e sanzioni immediate, il rischio è che il “testo migliorato” dal Governo Meloni sia solo il certificato di una resa annunciata del mondo agricolo ai giganti dell’export sudamericano.

Se da un lato la politica celebra la risoluzione, i numeri raccontano un’altra storia. Con 180.000 tonnellate di pollo e quasi 100.000 di carne bovina in arrivo a dazi agevolati, il rischio è che la ‘clausola di salvaguardia dell’8%’ intervenga quando le stalle italiane saranno già vuote. La vera sfida non è solo commerciale, ma di civiltà alimentare: accettare il Mercosur senza imporre il divieto assoluto dei pesticidi banditi in UE significa, di fatto, legalizzare un doppio standard che penalizza chi rispetta le regole.”

L’approfondimento

1. Il divario degli standard: pesticidi e antibiotici

Il punto più contestato riguarda la cosiddetta “concorrenza sleale sanitaria”. Mentre l’Unione Europea, attraverso il Green Deal e la strategia Farm to Fork, impone restrizioni sempre più severe, nei paesi Mercosur la realtà è diversa:

  • Pesticidi: In Brasile sono autorizzati oltre 150 principi attivi vietati in Europa perché ritenuti cancerogeni o dannosi per l’ambiente. L’accordo, nella sua forma attuale, non obbliga i paesi sudamericani a rinunciare a queste sostanze per i prodotti destinati all’export.

  • Antibiotici e Ormoni: Negli allevamenti intensivi di Argentina e Brasile è ancora diffuso l’uso di antibiotici come promotori della crescita, una pratica illegale in Italia e in UE dal 2006. Sebbene la carne destinata all’Europa debba teoricamente rispettare certi standard, la tracciabilità lungo tutta la filiera sudamericana è spesso ritenuta lacunosa dagli ispettori europei.

2. I numeri dell’invasione: le quote di carne e pollame

L’accordo UE-Mercosur non prevede una liberalizzazione totale immediata, ma fissa delle quote d’importazione a dazio zero o agevolato che spaventano i produttori italiani:

  • Carne Bovina: Si parla di circa 99.000 tonnellate l’anno. Per l’Italia, che vanta eccellenze come la Chianina o la Fassona, l’arrivo di tagli pregiati sudamericani a prezzi stracciati (grazie ai minori costi di produzione e manodopera) potrebbe causare una contrazione dei prezzi alla stalla insostenibile.

  • Pollame: L’accordo prevede l’ingresso di 180.000 tonnellate di carne di pollo. Questo colpirebbe direttamente la filiera avicola italiana, che è una delle poche ad essere oggi autosufficiente e che garantisce standard di benessere animale altissimi.

  • Zucchero e Riso: Anche questi settori sono a rischio, con quote che favoriscono le enormi piantagioni industriali latifondiste a danno delle risaie e dei produttori di bietola europei.

3. La reazione delle Associazioni: Coldiretti e Confagricoltura

Nonostante l’ottimismo della Commissione Senato, le associazioni di categoria sono sul piede di guerra.

  • Coldiretti: Ha definito l’accordo un “suicidio assistito” per l’agricoltura europea. Secondo il presidente Ettore Prandini, la clausola di salvaguardia dell’8% citata nella risoluzione De Carlo è uno “specchietto per le allodole”: il calcolo del danno avverrebbe su base europea e non nazionale, rendendo quasi impossibile per l’Italia attivare i blocchi se il danno è localizzato solo sul nostro territorio.

  • Confagricoltura: Pur essendo storicamente più favorevole al libero mercato, ha espresso forti riserve sulla mancanza di “reciprocità reale”. La richiesta è chiara: “Se un prodotto non può essere coltivato in Italia con certe sostanze, non deve poter entrare nel nostro mercato se coltivato con quelle stesse sostanze altrove”.