Mentre l’Italia celebra numeri da record, miliardi di indotto e il fascino della Torcia Olimpica, la decisione della FIS di confermare il bando totale contro russi e bielorussi trasforma i Giochi della “Vibe” in un evento monco. Se la politica entra in pista, a perdere è solo lo spirito di De Coubertin.
Il motto scelto per i XXV Giochi Olimpici Invernali è accattivante: “IT’s your Vibe”. Un gioco di parole che celebra il talento, l’energia e la creatività italiana. Sulla carta, i numeri di Milano-Cortina 2026 descrivono un successo annunciato: un impatto economico da 5,3 miliardi di euro, 3.500 atleti pronti a sfidarsi in 16 discipline e un’audience globale stimata in 3 miliardi di persone. Eppure, dietro la lucentezza delle medaglie e l’entusiasmo dei 10.001 tedofori, si allunga l’ombra di una discriminazione sportiva che nulla ha a che fare con i valori dell’Olimpismo.
Il muro della FIS: lo sport diventa tribunale
Nonostante il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) avesse aperto alla partecipazione degli atleti russi e bielorussi come “neutrali e individuali” – un compromesso già di per sé punitivo che nega inno, bandiera e identità – il Consiglio della Federazione Internazionale dello Sci (FIS) ha deciso di tirare dritto per la strada della linea dura.
Il risultato? Niente sci alpino, niente fondo, niente snowboard o salto per atleti che, nella maggior parte dei casi, hanno trascorso la vita ad allenarsi nel gelo delle loro terre con l’unico sogno di misurarsi con i migliori del mondo. Una decisione che puzza di ipocrisia: perché permettere loro di gareggiare nelle discipline del ghiaccio (pattinaggio e short track) e negare lo stesso diritto sulla neve? Esiste forse una differenza “etica” tra una lama che scivola sul ghiaccio e una lamina che taglia la neve?
Un’esclusione che svilisce il podio
Gareggiare senza i russi e i bielorussi non è solo una questione politica, è un danno tecnico. In molte discipline invernali, l’assenza di questi atleti riduce drasticamente il livello della competizione. Che valore ha un oro vinto sapendo che alcuni dei più forti interpreti della specialità sono rimasti a casa non per demeriti sportivi, ma per il passaporto che portano in tasca?
Mentre la torcia attraversa l’Italia, portata da campioni come Jasmine Paolini, Francesco Bagnaia o icone come Deborah Compagnoni, e celebra storie commoventi di resilienza – come quella di Achille Polonara o della piccola Valentina Placida – il sistema sportivo internazionale sembra aver dimenticato la lezione più importante: lo sport deve essere un ponte, non un muro.
L’economia corre, l’etica zoppica
Mentre Randstad seleziona 4.500 lavoratori per gestire i flussi turistici e gli host di Airbnb pregustano i profitti, l’ideale olimpico subisce una brutta battuta d’arresto. Si parla di un indotto di miliardi, di investimenti infrastrutturali e di visibilità mediatica senza precedenti per la Valtellina e le Dolomiti. Ma se l’Olimpiade diventa un circolo esclusivo regolato dalle dinamiche geopolitiche del momento, rischiamo di trasformare l’evento più importante del mondo in un torneo regionale “occidentale”.
La guerra è una tragedia che nessuno vuole ignorare, ma punire individualmente i talenti dello sport significa confondere il campo di battaglia con il campo di gara. Milano-Cortina 2026 sarà bellissima, tecnicamente perfetta e ricchissima. Ma senza quella fetta di mondo esclusa a tavolino, sarà un’Olimpiade meno “universale” e molto più politica. E questo, con buona pace del “Vibe” italiano, è un peccato che nessuna cerimonia di apertura potrà mai del tutto cancellare.
