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domenica, Marzo 8, 2026
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Giovani e Inattività: il Malessere Silenzioso di una Generazione in Bilico

Lo studio realizzato da AVSS sui giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet) evidenzia una frattura profonda tra le nuove generazioni e il mondo della vita. Anche in territori virtuosi come Belluno, emerge un disagio diffuso, spesso taciuto ma radicato, che va oltre la dimensione economica: è un malessere esistenziale, formativo e psicologico.

Oggi molti giovani vivono in un equilibrio precario, intrappolati tra un mercato che li misura solo in termini di produttività e un sistema economico che li considera più come consumatori che come persone. La ricchezza accumulata dai padri diventa una zattera su cui i figli cercano di restare a galla, ma non possono costruirvi il proprio futuro. Le famiglie suppliscono alle mancanze dello Stato, diventando il vero ‘ammortizzatore sociale’.

A questo si aggiunge una crescente marginalizzazione dovuta alla tecnologia. L’automazione e l’intelligenza artificiale riducono i posti di lavoro tradizionali, richiedendo competenze sempre più specializzate. Chi non sa ‘parlare con le macchine’ rischia l’esclusione.

In questo contesto, manca ogni forma di antagonismo: il conflitto sociale si dissolve perché non c’è più un ‘nemico’ identificabile. Il mercato, impersonale e senza volto, diventa il nuovo padrone, rendendo ogni ribellione impossibile. Il giovane non trova più spazio né per opporsi né per sognare.

La crisi formativa è il cuore del problema. La scuola e l’università, dominate dalla logica della ‘competenza utile’, hanno progressivamente abbandonato la missione di formare l’uomo nella sua interezza. Oggi si chiede agli studenti ‘a cosa serve’ ogni sapere che non ha un ritorno immediato: il greco, la filosofia, la storia dell’arte vengono percepiti come inutili. La formazione umanistica, quella che aiuta a pensare e a scegliere, è marginalizzata.

La scuola diventa un sistema di valutazione della prestazione, dove conta solo ciò che è misurabile. L’eliminazione della soggettività dello studente riduce la didattica a un esercizio tecnico, disumanizzando l’apprendimento. In un mondo che educa alla competizione, ma non alla riflessione, i giovani non trovano strumenti per costruire un senso.

Il paradigma della Tecnica impone una velocità e una produttività che superano i limiti della psiche umana. La tensione costante verso la performance genera ansia, frustrazione e un senso di inadeguatezza permanente. Il lavoro diventa un campo di sospetto, dove l’efficienza dell’altro è percepita come minaccia: chi produce di più può diventare, paradossalmente, la causa del licenziamento del collega.

I tempi della tecnica, rapidi, incessanti, impersonali, schiacciano la temporalità dell’essere umano. La mente non regge la pressione, e il corpo si ammala. Aumentano l’uso di psicofarmaci, la depressione, l’isolamento sociale. Fenomeni come l’anoressia, l’autolesionismo o la sindrome dell’hikikomori non sono casi marginali: sono l’espressione più drammatica di un sistema che ha eliminato tutto ciò che non è funzionale, dolore, amore, sogno, fantasia, condannando l’individuo a una ‘schizofrenia funzionale’.

Di fronte a questo scenario, serve una riflessione collettiva. Non possiamo limitarci a leggere i dati dell’inattività come indicatori economici. Essi raccontano un disagio culturale e umano profondo. È necessario un nuovo patto educativo che metta al centro la persona, non la prestazione. Scuola, famiglie, istituzioni e imprese devono collaborare per ricostruire contesti in cui il giovane possa riscoprire il senso dello studio, del lavoro e della vita stessa.

L’obiettivo non è solo ‘inserire’ i giovani nel sistema, ma restituire loro la possibilità di trasformarlo, ridando dignità al sapere, al pensiero e alla lentezza. Solo così potremo invertire la rotta e tornare a educare uomini e donne capaci di futuro.

Massimo Ferigutti – Presidente “Centro Studi e Ricerche Formarte

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