

Quando un sogno di avventura nasce da una foto casuale, il mondo si fa più piccolo e i confini sfumano. È così che ha preso vita la spedizione alpinistico-esplorativa-umanitaria “Verso il Phandambiri”, un’iniziativa patrocinata da enti di spicco come il Club Alpino Italiano, il Club Alpino Accademico Italiano e il Lions Club Rovereto “F. Depero”. L’obiettivo? Raggiungere e scalare una montagna avvolta nel mistero: il Monte Phanda.
La scintilla dell’avventura
Tutto ha avuto inizio qualche anno fa, quando Samuele Mazzolini, alpinista accademico del CAI, ricevette una foto da sua sorella Anna, cooperante in Mozambico. L’immagine ritraeva un imponente massiccio montuoso, il Phandambiri. La sua bellezza estetica era innegabile, ma, nonostante accurate ricerche, il monte sembrava non esistere nel mondo alpinistico. Era una vetta vergine, un’opportunità unica per l’esplorazione.
Per verificare la scalabilità della montagna, a luglio 2024 è stato organizzato un sopralluogo. Antonella Giacomini, giornalista, e Manrico Dell’Agnola, alpinista e fotografo, hanno raggiunto Anna a Maputo, la capitale del Mozambico, per poi proseguire a Beira e avventurarsi fino ai piedi del monte. Un viaggio di tre giorni, tra lunghe ore in jeep, incontri con le comunità locali e rituali propiziatori, li ha condotti finalmente a toccare la roccia del Phandambiri.
Un Monte Sacro e inviolato
Il sopralluogo del 2024 ha permesso al team di interagire con il “Regulo” del villaggio, l’autorità tradizionale che gestisce l’accesso alla montagna attraverso i riti ancestrali. Hanno scoperto che il Phandambiri, un massiccio roccioso di granito situato all’interno di una riserva di 38.000 ettari, è considerato sacro dalla popolazione locale. Secondo il Regulo, gli spiriti degli antenati del villaggio risiedono sulla montagna e, tra settembre e ottobre, danzano sulla cima, che si tinge di rosso. Nonostante sia sacra, la vetta non è tabù per l’alpinismo, ma nessuno è mai riuscito a scalarla. Un mistero in più che ha reso la spedizione ancora più affascinante.
La spedizione alpinistica e umanitaria
A luglio 2025, la spedizione è partita per il Mozambico. Oltre a Dell’Agnola e Giacomini, il team includeva gli alpinisti Maurizio Giordani, Mirco Grasso, Nancy Paoletto e Samuele Mazzolini, con Anna Mazzolini nel ruolo cruciale di mediatrice culturale. L’avvicinamento al campo base, situato in una radura vicino a una sorgente, è stato un’odissea logistica e burocratica, resa possibile solo grazie all’esperienza ventennale di Anna nel paese.
Il progetto aveva un duplice obiettivo: alpinistico e umanitario. Mentre una parte del gruppo si dedicava all’esplorazione del massiccio per trovare una via d’accesso alla cima, l’altra si concentrava sul supporto alla comunità di Dzembe. La spedizione ha donato materiale tecnologico (generatore, pannelli solari) al villaggio e ha allestito un’area protetta dalle zanzare presso la scuola locale. Hanno anche organizzato un’attività di arrampicata per i bambini del villaggio, un’esperienza completamente nuova che ha affascinato i piccoli locali. L’intervento ha sottolineato un punto fondamentale: la montagna può diventare un motore di sviluppo per la popolazione, a patto che questo avvenga in modo sostenibile e nel rispetto della loro cultura.
Le nuove vie del Phandambiri
Dopo settimane di perlustrazione e preparazione, la spedizione ha ottenuto risultati straordinari, aprendo tre nuove vie sulla montagna e sui suoi satelliti:
1. “O caminho dos cogumelos”
Il 6 agosto, Mirco Grasso e Samuele Mazzolini hanno completato questa via sulla parete est del Phandambiri. Lunga 890 metri, è stata nominata “Il cammino dei funghi” per le caratteristiche protuberanze rocciose che ne costellano la superficie. I due alpinisti hanno dimostrato che la roccia di granito, seppur compatta e priva di fessure, offre una scalata di alta qualità.
2. “O mistério do Phandambiri”
Il 9 agosto, Maurizio Giordani, Nancy Paoletto, Manrico Dell’Agnola e Antonella Giacomini hanno raggiunto la cima principale del monte. La via, più complessa del previsto, ha presentato placche lisce e passaggi difficili. Il nome, “Il mistero del Phandambiri”, è un omaggio a due enigmi trovati sulla parete: la presenza di chiodi arrugginiti degli anni ’80 in punti illogici e i segni di devastanti incendi che hanno modificato la roccia.
3. “Templo dos Macacos”
Mirco Grasso e Samuele Mazzolini hanno aperto un’altra via su un satellite del Phandambiri. La via, che attraversa un muro leggermente strapiombante con passaggi molto delicati, è stata chiamata “Tempio delle Scimmie” per via della costante compagnia di macachi durante l’arrampicata.
La montagna del futuro
La spedizione “Verso il Phandambiri” ha dimostrato che questa montagna ha il potenziale per diventare una nuova meta dell’alpinismo mondiale. Ma l’obiettivo finale va oltre la scalata: è creare un indotto economico per la popolazione locale. L’arrampicata può diventare un mezzo di promozione e sviluppo per il territorio, offrendo una prospettiva di crescita e arricchimento culturale.
Il progetto sottolinea la necessità di un’azione coordinata e sostenibile, coinvolgendo l’amministrazione locale e organizzazioni come Helpcode, per garantire che qualsiasi sviluppo avvenga a beneficio dell’intera comunità e non in un’ottica di sfruttamento neocoloniale. La spedizione non è stata solo una sfida alpinistica, ma un ponte di dialogo e inclusione tra culture, un’esperienza che ha arricchito sia gli esploratori che la gente del posto. La storia del Phandambiri è solo all’inizio e il mistero, come la montagna stessa, aspetta ancora di essere svelato.
