Il rebus delle regionali. La Lista Zaia spacca il Cdx, se sarà così G. Manildo-Csx fuori dal Consiglio Regionale. Con il Cdx unito, il campo largo aumenta i consiglieri regionali.
Venezia con gli stessi poteri di Roma? Il tema vero è “Italia Federale in un ‘Europa Federale”, il resto è demagogia, propaganda, fuffa.
Per il dopo Zaia, la decisione è in mano alla triade governativa: G. Meloni, M. Salvini, A. Tajani
Non sono bastati tre vertici romani della Destra-Centro, per concordare il successore di Luca Zaia, fino all’altro ieri speranzoso di candidarsi al ruolo di Presidente per la quarta volta. Due tegole arrivategli in testa di recente, gli hanno impedito di ritornare a Palazzo Balbi. La prima. A maggio la Corte costituzionale ha bocciato, definitivamente, la possibilità di andare oltre i tre incarichi consecutivi per chi è stato Presidente di Regione. La seconda. A fine giugno, il Parlamento ha respinto per la quinta volta, un emendamento della Lega modificativo della norma statale che avrebbe consentito non due, ma tre mandati. Il beneficiario immediato sarebbe stato, tra gli altri, Luca Zaia candidabile per la quarta volta, come mai? L’inghippo è già stato qui chiarito il 28 luglio 2023.
Di questi tempi, è divertente seguire i fautori dell’Autonomia Differenziata, quella spinta, quella del “paroni a casa nostra” in vigilante attesa per sapere quel che combina a Roma ladrona, il loro Capitan Fracassa, soldato vanaglorioso, al secolo Matteo Salvini.
Situazione davvero buffa! A Palazzo Chigi c’è chi dirige l’orchestra destrorsa, tiene in riga la squadra e ricorda a vicepremier e ministri: “ qui comando io ” Triste epilogo del movimento padano sorto per l’indipendenza del Veneto. Obiettivo fallito e oramai abbandonato. La rimasticatura è la più modesta e ridotta Autonomia Differenziata, una versione upgrade, aggiornata del decentramento amministrativo stile anni Settanta del secolo scorso. In quell’epoca i trasferimenti alle regioni avvenivano senza personale e senza soldi sufficienti. Oggi, 2025, lo Stato (la burocrazia centrale) applica la stessa logica per le materie No-Lep. Allora, 55 anni or sono, come ora! Il tema sarà ripreso più avanti. La contenuta e limitata A.D., tuttavia, è tuttora un frutto acerbo, precoce, ben saldo al ramo dell’albero statale. Dice il contadino, “col tempo e con la paglia maturano le nespole”. In effetti dall’8 maggio 2008, insediamento Berlusconi quater, al 01 agosto 2025 , sono trascorsi 6.328 giorni, oltre 17 anni! Madre natura fruttifica ogni anno, la politica, crudele matrigna, ritarda e rinvia.
Stando alle vicende in corso, Giorgia Meloni dirà la parola conclusiva su chi avrà titolo a insediarsi in laguna per il prossimo quinquennio regionale. La candidatura per il Balbi verrà fuori a seguito degli incontri conviviali ospitati nella residenza domestica del PcM. A queste riunioni, partecipano ed incidono, per quel che sarà loro consentito, i due vicepremier, uno di Forza Italia e l’altro della Lega, un milanese e due romani. Nel ruolo di discussant, persona che analizza, interviene e perfino può commentare, Maurizio Lupi Presidente del Partito “Noi moderati”. Contemporaneamente, i leghisti nostrani stanno “pancia a terra”, molto attenti a ciò che succede alle loro spalle.
Nella lingua italiana, essere autonomi significa “avere la capacità di decidere ed agire autonomamente”, potestà e facoltà che alla Lega sono state sottratte da tempo. D’altra parte, la Lega/Liga Veneta fin dal 1989, 36 anni fa, è confluita, diventando una componente fondamentale della Lega Nord. In realtà, i due “confluenti/affluenti” non sono mai stati entità di pari dignità politica. Archiviato il “progetto federale”, il serbatorio di voti serenissimi è stato usato come salmeria di supporto alle decisioni adottate a Milano prima da Bossi e ora da Salvini, per fare pesare a livello nazionale le volontà lombarde. Da ultimo, il Ponte di Messina che ha drenato soldi alla viabilità provinciale: asfaltature, manutenzione di ponti e viadotti, barriere paramassi, segnaletica stradale.
Recita un noto proverbio, “tutto il mondo è Paese”. Nel Centro sinistra, banalmente, gli ordini, i “suggerimenti” per i posti che contano, da tempo immemore arrivano dalle direzioni centrali dei partiti che dal 1996 in avanti, si aggregano per credo e/o per tornaconto, nella coalizione in via di perfezionamento denominata “campo largo”.
Osservando il teatrino della politica, facile constatare una fortissima attenzione dei partiti politici verso l’elettorato di riferimento. A questo grave difetto, s’aggiunge una contraddizione strutturale che li caratterizza da sempre. Il primo aspetto sta nel DNA italico, teorizzato e ben descritto da F. Guicciardini vissuto in epoca rinascimentale, prima di tutto il “proprio particulare”. Per il secondo, i partiti sono associazioni private che esercitano una funzione pubblica fondamentale, decidono chi partecipa alle competizioni elettorali. In pratica, i partiti scelgono i candidati, le candidature, in modo autonomo, spesso con regole interne non trasparenti: le trattative segrete tra capi. Poi, una volta che i pre-scelti sono stati confermati dal voto popolare, questi rappresentano tutti i cittadini, non solo gli iscritti o simpatizzanti del “club di appartenenza”. In realtà, il cittadino è pretermesso, escluso, dal processo decisionale affidato e curato dal club partito. Le statistiche elettorali registrano che da qualche decennio, il cittadino non sentendosi coinvolto né rappresentato non va a votare.
La Costituzione all’articolo 49 stabilisce che i cittadini sono i soggetti titolati a concorrere, con metodo democratico e tramite i partiti, nella politica nazionale. Tuttavia, da ottant’anni, manca una legge che fissi criteri idonei a garantire il metodo democratico: trasparenza, merito, concorrenza e per la dirigenza interna e per i candidati che i partiti presentano alle tornate elettorali. I partiti politici in un sistema a suffragio universale e di rappresentanza sono indispensabili, essi un ponte di raccordo tra la società civile e le istituzioni pubbliche che governano i cittadini e le comunità ai differenti livelli.
Finora, 1948/2025, nessuna leadership politica si è spesa e tantomeno il Parlamento ha approvato una norma volta a definire: competenze, ambiti, modus operandi del “club partito” nella fase preliminare di setaccio e valutazione degli aspiranti ai posti elettivi. La stessa legge dovrebbe affrontare e risolvere la problematica del finanziamento. In merito, riteniamo che i partiti politici debbano rimanere libere associazioni composte esclusivamente da cittadini, controllate dallo Stato, dotate di risorse economiche eque, di fonte private e pubblica, non però così rilevanti da poter influenzare le loro decisioni. La vigilanza pubblica è necessaria e per la ineccepibile gestione dei fondi a disposizione e per la corretta applicazione dei criteri di scelta dei papabili alle posizioni di legislatore e amministratore. I futuri rappresentanti del popolo sono come degli scrittori che propongono alla casa editrice una loro opera frutto di ingegno, capacità e creatività. L’editore (il partito politico) prima di prendersi carico di: autore, libro e costi derivati, valuta (anche) se quanto proposto risponda al target del pubblico acquirente. Se il libro non ha successo, i costi maggiori sono dell’editore, (le pubbliche istituzioni). Che vuol dire?
Nel tandem scrittore-editore, entrambi i soggetti sono privati e se c’è un flop paga l’acquirente delle prestazioni, l’editore. Viceversa, nell’abbinata partito-cittadino, due privati, per le mancate prestazioni promesse paga alla fine e di più il cittadino. Infatti, il partito politico, se il candidato proposto si rivelerà “inidoneo” al poso occupato non paga “dazio”. La Cassazione, da ultimo a febbraio anno corrente, ha escluso la possibilità di risarcimento per “cattivo esercizio della funzione legislativa”, poiché il potere politico è sottratto al sindacato giurisdizionale. In altre parole, il legislatore nazionale e regionale, che con l’attività normativa può produrre anche effetti negativi su cittadini, imprese o enti pubblici, non può essere chiamato a risarcire il danno provocato. AL suo posto paga l’amministrazione di appartenenza. Il punto è controverso, discusso e discutibile e qui non interessa. L’operosità legislativa messa in atto dal 1980 in avanti dalle classi dirigenti succedutesi al potere, ha realizzato uno stratosferico debito pubblico tant’è che oggi, nessun governo è in grado di poter corrispondere alle esigenze dei cittadini per i servizi di base: sanità, scuola, trasporti, sicurezza e via via. Il cittadino insoddisfatto se la prende con la “politica”, epperò, non sa/può/vuole individuare precise responsabilità e ai differenti livelli di governo e alla qualità dei provvedimenti e dei decisori pubblici. L’incipit, Il dato inziale resta in ogni caso, il cittadino se ha votato, ha scelto una persona indicata da un soggetto privato, il partito politico. E da qui, dalle fondamenta bisogna ri- partire!
Nella realtà italiana il partito è il dominus, il padrone, delle e nelle istituzioni, il cittadino è il cavalier servente. Quindi o si inverte il rapporto includendo il cittadino-associato fin dalla prima fase affidata in esclusiva ai partiti politici, oppure il viale del tramonto democratico è già imboccato. Noi stiamo vivendo in una democrazia “ a bassa intensità” (S. Mattarella 25 aprile). Poco, ci si può aspettare dalla risorgente cultura neo-fascista e corporativa, da quella padronale con interlocuzione diretta in Parlamento, da quella un tempo padana ora nazional/locale e nel contempo pro Putrump, Putin+Trump. Chi allora?
Eppure, qualcosa è stato fatto, anche se le resistenze al cambiamento sono granitiche. Il partito democratico, PD, nel suo statuto fondativo all’ art.4, prevede le primarie, strumento di partecipazione di iscritti ed elettori interpellati per valutare i candidati nelle cariche interne, il segretario nazionale o quelle esterne in occasione di elezioni pubbliche, sindaci, presidenti di regione, eccetera. Alla prova dei fatti, Venezia 2020 il candidato Sindaco On.le Pierpaolo Baretta (PD) ha corso senza alcun ”bagno democratico”. Seguendo la tradizione, l’incarico gli è stata affidata dagli organi competenti in Venezia, Padova e Roma, tre club di soci privati. Nelle comunali 2020 di Venezia, PD 19.27% e aggregati 29.27%, una sonora sconfitta. Il vincitore è stato Luigi Brugnaro, 54.13%. Prosieguo della telenovela. Il pluridecorato onorevole, invece di rimanere a capo dell’opposizione, ha colto l’opportunità offertagli dal Sindaco del Comune di Napoli di diventare Assessore Municipale. Si sa, il capoluogo campano è perfettamente fungibile, identico, con quello veneto. Unica differenza è il mare prospicente: Venezia ha di fronte l’Adriatico, Napoli il Tirreno e tuttavia, entrambi hanno la stessa acqua salata detta anche “acqua di mare”, ma con differente tasso di salinità.
Indugiamo sul PD-Veneto. Fin dal 1970 la regione va al voto ogni cinque anni, quindi, stando al calendario solare dopo il 2020 arriva il 2025, tuttavia le primarie non si sono svolte. Le decisioni importanti non si assumono con le nuove regole, ma con riti tribali in vigore da decenni. I “suggerimenti romani” sono stati recepiti, metabolizzati e spifferati, casualmente, alla stampa del luogo. Una candidata dopo qualche sussurro di troppo in Palazzo Ferro-Fini ha declinato l’offerta, altre sono state respinte, preferita la candidatura ora in lizza.
Chissà se il vertice regionale PD residente nell’area Metropolitana, per evitare un’ulteriore batosta, lotterà in modo indefesso da qui in avanti per attuare le primarie. A settembre partono i “tavoli programmatici”, i quali possono essere contestuali al percorso da intraprendere alla ricerca della migliore candidatura per il post-Brugnaro. Il tempo c’è, la norma pure, lo strumento anche, non ci sono scuse. L’alternativa è quella ordinaria. Scelgono i soliti noti, i “gruppetti tra pochi intimi”, le consorterie di ciascun partito/movimento/lista civica/comitato del “campo largo” o futuro “campo santo”. Segnalo al senatore Andrea Martella, a futura memoria, che la città di Venezia nel 2026 è più contendibile rispetto alla Regione del Veneto dell’anno corrente.
Tiriamo avanti. In attesa delle decisioni degli stakeholder, gli azionisti governativi, in periferia -per il sollazzo dei media indigeni- il concorrente Flavio Tosi, Forza Italia, critica l’operato del Presidente uscente. I settori attenzionati sono gli stessi indicati dalla Corte dei conti nel referto, nell’esame, all’esercizio finanziario 2024. Le criticità riguardano: l’eccessivo consumo di suolo e il superamento dei limiti di PM10, polveri dannose presenti nell’aria che respiriamo e rilevate in diverse aree urbane del Veneto. In sanità, liste d’attesa ancora troppo lunghe e scelta molto discutibile di destinare una quota rilevante delle risorse straordinarie al privato accreditato, anziché al pubblico. Per le infrastrutture due rilievi importanti. Pedemontana. Nel 2024, la Regione ha versato 140,8 milioni di euro al concessionario privato e dopo i primi 9 mesi di esercizio il deficit è già di 47 milioni di €. Al termine dei 39 anni di gestione, il saldo complessivo tra canoni versati alla società privata concessionaria e incassi da pedaggi potrebbe produrre una perdita complessiva di quasi mezzo miliardo di €, 471 milioni. I bebè dei prossimi decenni, oltre al peso del debito statale pro-capite, 54.200 € avranno il “ il pacco Pedemontana”, dono di wellcoming, di benvenuto della Giunta Zaia. Altra contabilità in rosso è quella delle Olimpiadi di Cortina-Milano, già in perdita di 30.5 milioni di € che sommati ai precedenti, porta il saldo negativo a 150,3 milioni di €. Ambiente, Sanità, Pedemontana e Olimpiadi 2026, pesanti eredità per il futuro Presidente
Perché il Centro-Sinistra in Veneto negli ultimi trent’anni è stato ” declinante” nel consenso.
Una succinta nota, del perché negli ultimi trent’anni, i partiti d’opposizione si sono diligentemente mantenuti in minoranza. Nel frattempo, il maratoneta Giovanni Manildo, avvocato, persona per bene, già sindaco per una volta della città di Treviso, macina chilometri verso la meta di Palazzo Balbi. I trevigiani, tuttavia, non hanno colto l’opportunità di apprezzarne le capacità politico-amministrative per una seconda sindacatura. Talvolta capita. A suo sostegno, tutte le formazioni del “campo largo”, nuovo marchio di coalizione, non ancora depositato all’ufficio brevetti della politica nazionale. Nel 1995, prima votazione a turno maggioritario unico, l’allora centro-sinistra dal 2010 PD e alleati, quotava il 33% dei consensi, mentre il centro destra ebbe il 36%. Cinque anni fa, il centro-destra è asceso al 77%, il centro-sinistra è disceso al 16%. Nel 1995 il tasso d’affluenza 85 %, 2020, 61%, meno 24%, quale tra i due schieramenti è stato più penalizzato dall’astensionismo ? perché? Noi non sappiamo rispondere, occorrono studi, analisi, ricerche, elaborazioni, politologi…
Nel 1995, non stava scritto nelle tavole di Mosè: “il Veneto al Cdx” ! Sul tema, un bell’articolo di Marco Zanetti scrittore di vicende locali :“Il Veneto che poteva essere, ma che non si è voluto”. Tornando all’oggi. La “gioiosa macchina da guerra” allestita dal senatore Andrea Martella, agevolmente potrà superare l’esistente 16%, espandibile fino al 21% dei votanti al referendum di giugno, tradotto in numeri significa raccogliere tra i 500mila e 1 milione di voti, con l’auspicio di andare oltre. Il Veneto merita, dopo trent’anni, una governance alternativa, più forte e di qualità. Tuttavia, a parità di consenso raccolto, il numero di Consiglieri può variare, la variabile sta nelle mani del Cdx. La spiegazione è rinviata all’ultimo paragrafo.
I numeri hanno la “testa dura”, andava ripetendo ai suoi ministri Charles De Gaulle, Presidente della Francia.
Per comprendere la decrescita “felice” solo per alcuni, basta rinvenire in rete chi è stato eletto/nominato nelle fila dell’area riformista durante il trentennio 1995/2025, a scala europea, nazionale, governativa e regionale. Ciascun elettore di Csx può chiedere al rappresentante votato: come mai tu sei stato eletto e il partito nelle votazioni regionali ha continuato a perdere voti? Ministri, Sottosegretari, Parlamentari e Consiglieri regionali una o più legislature alle spalle sono persone che hanno (avranno) il diritto di godersi “vitalizi”, pensioni, prebende finché vivono e vivranno loro e i loro cari. Ebbene, tutta questa brava gente, guardandosi allo specchio può canticchiare la canzoncina napoletana:“ chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ô ppassato, simmo ‘e Napule, paisà!” .pardon “semo a Venessia, in Veneto, desmenteghemose ciò”.
La mancata riforma dell’Autonomia Differenziata ha privato il Veneto di una strategia per lo sviluppo regionale fatto perdere soldi alle casse regionali.
La coalizione di centro-destra su di una questione nodale per lo sviluppo regionale, ha fallato, sbagliato, non ha portato a “ casa niente”. La Lega, con i tre lustri della Presidenza Zaia e la precedente vice presidenza a fianco di G. Galan, ha evaporato il sogno, l’utopia di un Veneto indipendente e sovrano. L’Autonomia Differenziata è stata un utile strumento di distrazione di massa, sostituito da una gestione mirata a conservare, con pochi ritocchi, il sussistente. Il focus dell’azione regionale ha privilegiato il “particulare” di ciascuno, delle singole categorie produttive, del volontariato civile e di quello cattolico e via, via sotto-segmentando in relazione alle diverse tipologie di elettorato reale e/o potenziale.
La controprova è il tonfo, il niente, sull’Autonomia Differenziata”. La materia è a pieno titolo nel perimetro pubblico, nel primato della politica e dei partiti del Centro-Destra “padroni” in Veneto e partner stabili nei Governi: berlusconiani, tecnici e, nel caso Lega, perfino pentastellati. Di più. L’opposizione regionale nel 2007 è stata solidale e nel 2017 è stata autolesionista verso sé stessa, ma non si è mai “messa di traverso” anzi !. Tanto potere, tanti posti di comando, tanta gloria, per cosa?
Infatti, la presa per i fondelli dei veneti è scattata fin dal Governo Berlusconi quater in sella dal 2008 al 2011. In quella compagine sedevano i ministri U. Bossi, R. Maroni, R. Calderoli e L. Zaia. La richiesta, votata all’unanimità dal Consiglio Regionale nel dicembre del 2007, di trasferire almeno 13 materie possibili tra quelle previste dell’Autonomia Differenziata è stata negata, cassata. L’ultimo esecutivo del cavaliere era composto da due poli, AN centralista e pro-Sud e Lega Nord per le regioni che “tengono su l’Italia”. Dopo tre anni, il nulla. “La madre di tutte le battaglie” ? è stata una “fantozziana boiata pazzesca” Lo stato maggiore leghista al vertice del potere in Roma, avrebbe dovuto lottare fino allo stremo delle proprie forze, non lo ha fatto. Perché ? aveva altre priorità ? Giorgia Meloni in quell’esecutivo era ministro della gioventù, da ricordare. Nel frattempo, i giorni trascorsi sono stati 6.327 oltre 17 anni. Di questa prima bocciatura politica, poco si è parlato, meno ancora si è approfondito, inesistente il dibattito pubblico. Quanto è successo, meglio non successo, dal 2008 al 2011 è stato ignorato, oscurato e dimenticato.
Andiamo oltre. Il Consiglio Regionale dominato da Zaia e Lega, nel 2014 approva due leggi richiedenti al Governo di poter consultare il “popolo veneto” al fine di “essere indipendenti, sovrani e trattenere in loco l’80 % delle tasse versate a Roma” ed altro ancora. Il Governo impugna le norme e la Corte costituzionale boccia ben cinque referendum sui sei richiesti, demolendo dalle fondamenta sogno, tesi e narrazione leghista al bar e nelle televisioni.
NO al Veneto indipendente e sovrano, NO al Veneto Regione a statuto speciale, NO a che le tasse raccolte restino in Veneto per l’80%. NO a che la Regione decida autonomamente come amministrarsi le risorse in arrivo da Roma. Salvato un unico quesito referendario, che recita “Vuoi tu che la regione sia più autonoma ?” vale a dire: “Vuoi tu bene alla mamma?”
Un mediocre amministratore di condominio, se l’ufficio tecnico comunale respinge la radicale ristrutturazione dell’immobile condominiale, tranne la dipintura esterna del muretto di cinta che fa ? Si ferma e riflette. Zaia, partner di Giunta, l’intero Consiglio Regionale, tranne due consiglieri, le associazioni datoriali, quelle sindacali, la chiesa locale, stampa-tv-radio, l’opinione pubblica in generale, tutti in coro a spingere e spalleggiare Zaia per andare verso il referendum farlocco sprecone di tempo e di soldi circa 14 milioni di €, attuato il 22.10. 2017. Da allora sono trascorsi 2.841 giorni, quasi 8 anni. Successo qualcosa ? No. Con l’occasione informiamo le genti venete, che il millantato “residuo fiscale, cavallo di battaglia della propaganda leghista portante quasi 263 milioni di €, non è si è presentato alle casse regionali. Il tesoriere gli ha chiesto le ragioni e lui di cognome “residuo” e di nome “ fiscale” ha risposto: “mi manca la causale, il motivo del versamento, chiedete a Zaia Luca”.
Nei mesi antecedenti il “sondaggio popolare”, il Governo di Csx, Gentiloni premier, propose invano, un’intesa preliminare per conferire alcune competenze ex art. 116 comma 3 della Costituzione. Luca Zaia rispose : “ o le 23 materie o vado al referendum” e così avvenne. A settembre prossimo, il Ministro Calderoli chiamerà Zaia per firmare una pre-intesa concedendo al Veneto 3 materie tipo quelle Gentiloni/Bressa nel 2017, rifiutate. Suvvia, adesso il palcoscenico e l’attore principale è cambiato, è tutt’altra fiction, soap opera, film.
Nella primavera del 2018 dall’esito del voto escono premiati i 5 stelle che, assieme alla Lega danno vita al Conte I. I due vice premier, L. Di Maio e M. Salvini, stipulano un “contratto di governo” nel cui testo per l’ A.D. è prevista una “conclusione rapida”. Il Ministro per gli affari regionali è una leghista, di Vicenza, avvocato Erika Stefani. Tutto si è svolto così in fretta, così celermente, che l’A.D, fatta su misura di Veneto, sarto e sartina dotati di metro, ago, filo e forbici si stanno ancora rincorrendo nei palazzi ministeriali. Seconda bocciatura. L’A.D. veneta, quella “taylor made” a 23 carati, pardon competenze, impacchettata, archiviata e congelata per le generazioni future !.
Tutti gli italiani di terra, di cielo e di mare, sanno che il carico di lavoro dell’attuale Governo è ripartito in tre riforme per tre partiti: Premierato alla Meloni-FdI, hurrà! Giustizia a Tajani-F.I. hurrà! e A.D. alla Lega, hurrà! A “Noi moderati” il ruolo di “discussant”, vedi sopra. Dell’Autonomia Differenziata, si sta occupando un Ministro leghista già presente ai tempi del Berlusconi-quater nel 2008 che, lavorando sodo s’è intestato il prodotto finale, legge nr. 86/2024, c.d. la “Calderoli”. Pubblicata in G.U., il notiziario delle leggi, la norma in questione aveva tanti meriti, ma un unico difetto, spaccava l’Italia in due: Nord contro Sud, guelfi contro ghibellini, Orazi contro Curiazi. Oltre 1milionee 330 mila cittadini e cinque regioni avevano chiesto il referendum abrogativo, epperò la Corte costituzionale ha sottratta la norma al giudizio popolare, ma giudiziosamente l’ha inaridita dai “contenuti innovativi”, proprio quelli voluti dal Governo Meloni. Alle volte succede. Gino Bartali, un leggendario ciclista del secondo dopoguerra, diceva “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”. La legge è stata rispedita ai parlamentari che con calma , la riscriveranno. Nell’anno in cui riapparirà ( da giocare al lotto) nella Gazzetta dello Sport, pardon sulla Gazzetta Ufficiale, può sempre accadere che una Regione insoddisfatta, forse una del Sud, ripresenti ricorso alla Consulta, beh allora , altro giro, altra corsa, a tappe.
Nel frattempo, il Ministro Calderoli non sta con le mani in mano. A Pontida, amena località della Provincia di Bergamo, il ventesimo giorno del mese di luglio ha annunciato che per settembre alcune regioni saranno chiamate a firmare un’ipotesi di intesa per avere tre materie, No-LEP, cioè senza soldi, senza personale e senza prestazioni minime da garantire al cittadino. In Italia, causa debito pubblico pari a 3.033 miliardi di €, le riforme si fanno ad “invarianza di spesa pubblica”, tre paroline magiche che ci assicurano il giudizio positivo dei mercati finanziari internazionali e l’approvazione dall’Unione Europea del bilancio di Stato. Perché facciamo riforme se non abbiamo i soldi ? Proseguiamo. Le materie decentrate in periferia sono: la Protezione civile, le professioni non regolamentate e la previdenza complementare integrativa, ma solo per i dipendenti pubblici. Sempre a Pontida, è stato detto che per la Lombardia “si è lavorato dietro le quinte” per trasferire anche la “sanità, al fine di incrementare stipendi a medici e infermieri ” eh già, c’è sempre chi arriva primo e chi si deve mettere in lista d’attesa come negli ospedali veneti, c’est la vie! Luca Zaia, aveva chiesto la possibilità di promuovere il Prosecco in Australia, pure materia No-Lep. È alta strategia da politica estera ! il prosecco va promosso dalla burocrazia statale, centrale, ohibò!
Il rebus delle regionali. Luca Zaia è ad un bivio. Esercita la sua “leadership” e corre in “Autonomia”, oppure si acquatta nel Cdx e sarà “sfamato “ da Roma con un posto da Ministro
Trascorsi 24 anni dall’entrata in Costituzione dell’Autonomia Differenziata e oltre 17 dalla prima richiesta del Veneto di ottenerla, l’argomento tiene ancora banco anche se con una netta inversione di tendenza. Un sondaggio del mese corrente, attesta che il 60% degli italiani è contrario all’A.D, tranne il Nord-Est che nella stessa % è a favore.
In quest’aerea del Paese i residenti in due regioni su tre hanno l’Autonomia Speciale e sono soddisfatti di averla: Trentino Alto-Adige e Friuli Venezia -Giulia, mentre per il Veneto resta “il sogno”. Le due bocciature dei governi a partecipazione leghista e la stroncatura della Consulta, non sono girate nei bar, discoteche e bocciofile, di conseguenza il cittadino comune non sa. Luca Zaia, quindi, è l’interprete ideale per l’A.D. pro-Veneto e può giocarsi la partita in “tutta autonomia”, magari ispirandosi al modello Südtiroler Volkspartei (SVP) adeguato alle esigenze venete, restando nel centro destra e, così facendo, affrancarsi da M. Salvini. Il fatto che da quasi vent’anni nulla ha combinato sul dossier A.D., poco conta.
Da abile public relation man, Luca Zaia ha già iniziato a sparare la prima fanfaronata “ A Roma i super-poteri ? li merita anche Venezia”. Tranquilli, non succederà niente come nulla è successo nel 2008-2011. L’unica variante della compagine governativa di 17 anni dopo è che l’allora Ministro della Gioventù, una donna Giorgia Meloni, oggi è il Presidente del Consiglio, 17 anni fa c’era un uomo, Silvio Berlusconi. Nel merito. Venezia ha titolo come Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. Il tema vero è trasformare lo stato apparato da centralista a federale (confederale), vecchia idea di C. Cattaneo 1861. Pure la UE deve evolvere in federazione (confederazione)con competenze esclusive in: politica estera, difesa, fisco, logistica, obiettivo perseguito A. De Gasperi, 1950. I presidenti di entrambi gli Stati vanno eletti a suffragio universale e diretto. Ulteriori dettagli sono qui disponibili fina dal 2023. Ora se la politica nazionale, recuperando i 164 anni perduti, vuole redigere un appropriato disegno di legge costituzionale intitolato “ Italia Federale in un’Europa Federale”, meglio tardissimo che mai. Capisco Luca Zaia , da qui a novembre, ogni mattina dovrà inventarsene una, avanti con la prossima !
Venendo alle elezioni in Veneto. La popolarità di Zaia è diffusa sul territorio, egli è tra i più amati governatori d’Italia e ha dalla sua il “tesoretto” 2020, par a 916.087 suffragi il 44.5% del Cdx, percentuale ri-confermata dai recenti sondaggi. Tutti elementi positivi per poter esercitare, a pieno titolo, una “leadership” amministrativa e politica, a tutto campo. I residuali partiti capitanati da un milanese e due romani, nel 2020 hanno quotato meno del 35 %, potranno gareggiare con la “Lista Zaia” e il campo largo.
Opportuno precisare che la natura conservativa dello status quo tipica dell’elettorato veneto, probabilmente vedrà le due liste dell’area Zaia, FdI, Lega, F.I. arrivare una prima e l’altra seconda, terza l’area riformista. La ragione sta nell’archivio statistico delle consultazioni europee, nazionali e regionali, 1970/2025. Tranne le europee del 2014 quando il PD del Veneto ebbe quasi il 40% delle preferenze, pur essendo all’opposizione a Venezia a Roma, invece, al Governo con Renzi. In tutte le altre occasioni, i partiti premiati alle regionali, sono stati gli stessi che comandavano e in laguna e nella capitale. 1970/1995 DC fino al1980 e poi DC-PSI, 1995-2025 gli attuali partiti in carica. Inoltre, per la normativa regionale vigente, chi prende un voto in più spetta il 60% dei Consiglieri e il posto di Governatore, il candidato Presidente perdente andrà a sedersi in Consiglio Regionale, l’alfiere della terza coalizione resterà a casa, a meno che non risulti eletto consigliere in una delle sette province.
Secondo scenario. Se Luca Zaia, al termine della trattativa in corso, s’acquatterà nell’usuale campo da gioco, probabilmente sarà “sfamato” da Roma, come ebbe a dire M. Gasparri a gennaio di quest’anno. Di conseguenza, con un Cdx unito e coeso, il Campo largo avrà il Candidato Presidente a Palazzo Ferro Fini e forse qualche di consiglieri in più rispetto ad oggi.
Nel referendum dell’8-9 giugno , diritto di cittadinanza e Jobs Act, le classi giovanili (18-34 anni) hanno superato l’indifferenza mostrata in precedenti circostanze. La loro partecipazione è stata più alta della media nazionale in alcune città universitarie e nei comuni con forte presenza di lavoratori precari, situazioni percepite più vicine alle loro esperienze.
La ripresa del voto giovanile verso l’area liberale e progressista con un tasso d’affluenza nazionale al referendum che ha sfiorato il 30%, è un segno che in Italia c’è chi non si arrende alle destre al potere. In questa direzione, va un apprezzamento all’avv.to G. Manildo che, da buon alpino, è già da tempo in cammino per discutere dei problemi reali con le persone in carne ed ossa, in primis, i giovani che sono il futuro della società regionale, italiana ed europea.
01Agosto 2025 Enzo De Biasi
Fonti:
https://www.bellunopress.it/2023/07/28/luca-zaia-non-e-george-washington-il-primo-presidente-degli-stati-uniti-rinuncio-al-terzo-mandato-di-enzo-de-biasi/ Terzo mandato a LZ
https://www.repubblica.it/politica/2025/01/15/news/gasparri_zaia_terzo_mandato_lega-423940929/ polemica Gasparri/Zaia/Lega
https://www.bellunopress.it/2024/03/26/fantastoria-il-veneto-che-poteva-essere-ma-non-si-e-voluto-di-marco-zanetti/ 1995 …..il Veneto che non si è voluto
https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/612138/autonomia-differenziata-al-via-lombardia-firma-per-prima-poi-tocca-a-piemonte-liguria-e-veneto.html Il ministro Calderoli a Pontida il via si parte con l’Autonomia Differenziata
https://www.venetoeconomia.it/2017/10/referendum-autonomia-veneto/ costi del referendum
https://elezionistorico.interno.gov.it/ elezioni regionali 1995 e 2020, referendum consultivo 2017 comune Venezia 2020
https://www.cortecostituzionale.it/default.do qui sono reperibili le sentenze della Corte nr. 118/2015 bocciati 5 referendum su 6 e nr. 192/2024 legge Calderoli non ammessa a referendum, ma inaridita nei contenuti, nr. 64/2025 no al terzo mandato dei Presidenti di Regione
https://studiolegalepalisi.com/2025/02/25/responsabilita-per-cattivo-esercizio-della-funzione-legislativa/ Irresponsabilità legislatore Cassazione 02 febbraio 2025
Autonomia Le 100 domande dei veneti a Luca Zaia
Il residuo fiscale citato era di 15.milioni e 458 mila € che moltiplicato 17 anni persi è pari a 262 milioni e786mila non introitati ma spendibili in spesa corrente: sanità, servizi per anziani, mediatori culturali per immigrati , personale di sostegno ….ma l’incapacità leghista , tutto questo non lo ha permesso!
La Delibera del Consiglio Regionale del Veneto richiedente nel 2007 le prime 13 materie previste per l’Autonomia Rafforzata
https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDcr.aspx?id=203663
